Angelo Comisso: il mio Stabat Mater per le madri di tutto il mondoTempo di lettura: 3'

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Angelo Comisso, pianista, ha riscritto in chiave jazz lo “Stabat Mater” di Jacopone da Todi. Al disco partecipano Markus Stockhausen e Christian Thomè

DI SERGIO PASQUANDREA

Angelo Comisso: il mio "Stabat Mater" jazz
© MASSIMO GOINA

Com’è nata l’idea di scrivere uno Stabat Mater?

È un progetto che avevo in mente da parecchio tempo e che risponde a una mia esigenza sia artistica sia interiore. Lo Stabat Mater è la preghiera della Vergine che perde suo figlio, e in giro per il mondo ci sono (purtroppo) ogni giorno tante madri che perdono i figli per malattie, o incidenti, o guerre. Il disco vuol essere un omaggio a loro, e più in generale alla figura della madre e della donna.

La formazione è piuttosto insolita, dato che unisce un trio jazz e un coro femminile.

Markus Stockhausen e Christian Thomé sono due musicisti con cui collaboro ormai da qualche tempo, e con i quali ho un’ottima intesa dal punto di vista sia artistico, sia (cosa non meno importante) umano. È stato naturale per me coinvolgerli in questo progetto. L’inserzione del coro deriva dalla mia volontà di adoperare anche una sonorità “classica”. È per lo stesso motivo che ho mantenuto il testo in latino, una lingua potente nella sua arcaicità. Poi, ho scelto un coro femminile perché volevo rappresentasse la donna, la madre, che sono il tema centrale del disco.

La musica che hai scritto si ispira a volte a stili della musica medievale o rinascimentale, a volte a modelli del Novecento, fino ad arrivare addirittura alla musica elettronica.

L’idea di integrare tutti questi linguaggi deriva dal lavoro che svolgo regolarmente nel trio con Markus e Christian: mescoliamo spesso il jazz “americano”, quello “europeo” (che rimane il mio riferimento principale), la musica classica, il free e tanto altro. Il nostro vocabolario espressivo vorrebbe essere una sorta di Esperanto musicale, sempre filtrato attraverso le nostre esperienze e personalità.

Come hanno reagito le cantanti del coro?

Sono state bravissime: sono abituate a eseguire il repertorio novecentesco, quindi avevano una certa dimestichezza con il tipo di musica che ho scritto per loro. Vorrei rilevare che ci sono dei momenti in cui anche il coro improvvisa, ad esempio nelle code di alcuni brani, dove le cantanti hanno creato delle atmosfere alla Ligeti, con lunghe note ferme che sfumano nel parlato. Io mi sono limitato a dare qualche indicazione di massima, ma poi le ho lasciate libere e devo dire che si sono molto divertite. Credo fosse la prima volta che vivevano un’esperienza del genere.

Il disco trasmette un profondo senso di spiritualità.

Forse ho subito un po’ l’influenza di Markus, che pur non appartenendo a nessuna chiesa è una persona profondamente spirituale. Anche in concerto, capita spesso che persone del pubblico vengano a dirci di aver percepito un qualcosa di sacro, nella nostra musica.

Avete già eseguito queste musiche dal vivo?

Sì, due o tre volte, e sempre con un ottimo successo. L’ultima volta è stato al festival Suoni Mobili, che si svolge in provincia di Milano. Dopo l’ultima nota del disco (anzi, in realtà è una sorta di sospiro esalato dal coro, che rappresenta l’anima nel momento della morte), ci sono stati forse trenta secondi di silenzio assoluto, in cui la gente non osava applaudire. Credo sia stato il miglior applauso che io abbia mai ricevuto

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