Diventare se stessi: Bill Frisell e il periodo Ecm (1979-1991)Tempo di lettura: 8'

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Dal 1979 la vita di Bill Frisell subisce un’accelerazione: nascono le prime collaborazioni con i grandi jazzisti di quegli anni (da Jan Garbarek a Paul Motian) e le prime registrazioni con la Ecm, tra cui In Line

DI LUCIANO VANNI

© RALPH GIBSON

L’INCONTRO CON MANFRED EICHER

Il tour con il gruppo di Mike Gibbs si rivela un’esperienza particolarmente rilevante per Bill Frisell che ha modo di mettersi in contatto con la scena creativa europea. E così, nel gennaio 1979, Eberhard Weber, il bassista con cui ha condiviso i concerti a fianco a Gibbs, lo invita a far parte del suo quintetto (comprendente le due cantanti Bonnie Herman e Norma Winstone, e il vibrafonista Gary Burton) per registrare “Fluid Rustle” (ECM, 1979): un disco minimalista e sofisticato, all’interno del quale Bill Frisell si esercita nella costruzione di ambienti sonori rarefatti, tessiture timbriche alquanto singolari prodotte non solo con la chitarra ma anche con la balalaika. Per Frisell è l’esordio in casa ECM e anche la prima occasione in cui incontra il produttore Manfred Eicher, fondatore della stessa.

IL RITORNO A NEW YORK

Nonostante la splendida esperienza di “Fluid Rustle”, Bill Frisell avverte che la sua residenza europea è giunta al termine. E così nel 1979 torna a New York con la sua nuova compagna, Carole d’Inverno, convinto che solo in quella città avrebbe potuto avere un futuro professionale. New York, tuttavia, è una metropoli dai costi certamente più alti di quelli di un piccolo centro in Belgio e così, per riuscire a pagare l’affitto del suo appartamento, inizia a suonare nei matrimoni con un gruppo di ex compagni di studi del Berklee e si misura con i lavori più umili (ad esempio fa le pulizie per una bottega di cioccolato).

Inizia un intenso periodo fatto di jam session e di piccoli concerti organizzati all’esterno dell’aeroporto LaGuardia, nella contea di Queens. Per riuscire a meritare qualche dollaro dai passanti, il gruppo di Bill Frisell costruisce un repertorio di pop song e suona anche sei set a sera. Dovendo comunque contenere i costi, Frisell si trasferisce a Hoboken, nel New Jersey, nell’area metropolitana di New York di fronte a Manhattan, dove gli affitti sono sensibilmente inferiori.

LA COSTRUZIONE DI UNO STILE

Ancora una volta è Mike Gibbs a determinare il destino di Bill Frisell. È lui a introdurlo nell’ambiente concertistico newyorkese, invitandolo a partecipare a jam session e concerti organizzati al 7th Avenue South e al 55 Grand Street. È in questi locali che Frisell entra in contatto con i musicisti che hanno già avuto esperienze discografiche con l’etichetta bavarese ECM, il contrabbassista Steve Swallow e il batterista Bob Moses. Sarà proprio Moses a scritturarlo nel suo gruppo, dandogli l’occasione per conoscere musicisti appartenenti alla scena underground newyorkese, tra cui Dave Samuels, Tom Rainey, Jim Pepper e uno dei più indicativi esponenti del free jazz, Julius Hemphill.

Eberhard Weber

È un periodo particolarmente importante per Bill Frisell: ogni concerto, ogni incontro e ogni nuovo giorno segnano un processo di maturazione stilistica. «Mi stavo costruendo una voce strumentale personale e così iniziarono ad accadere molte cose nella mia vita.

Registrai una cassetta in completa solitudine con la tecnica dell’overdubbing e senza pensarci sopra la spedii a Eberhard [Weber] e a Manfred [Eicher]». L’effetto dell’invio della cassetta è immediato: Eberhard lo coinvolge in un tour europeo in cui il duo si confronta su musica esclusivamente improvvisata.

© CONTRASTO/MAGNUM PHOTOS Da sinistra Joe Lovano, Bill Frisell e Paul Motian
© CONTRASTO/MAGNUM PHOTOS Da sinistra Joe Lovano, Bill Frisell e Paul Motian

L’INCONTRO CON PAUL MOTIAN

Il ritorno in Europa si accompagna con novità del tutto eccezionali per Bill Frisell. Nei primi mesi del 1981 riceve una chiamata da Paul Motian (già batterista stabile dei trii di Bill Evans, Paul Bley e Keith Jarrett) che lo invita a far parte del suo nuovo quintetto. In verità, il merito di questa telefonata è da ascriversi a Pat Metheny, docente di Frisell ai tempi del Berklee: è lui a raccomandarlo al batterista.

«Le cose cambiarono: da suonare musica per matrimoni a suonare musica. Mi sentii più profondamente me stesso. Quella telefonata fu uno dei momenti più importanti della mia vita».

Paul Motian ha in mente una nuova musica, peraltro composta interamente di suo pugno, e per mettere in atto il rinnovamento decide di circondarsi di giovani musicisti, come i sassofonisti Joe Lovano e Billy Drewes e il contrabbassista Ed Schuller. Passano nove mesi di prove fino a quando il quintetto parte per l’Europa, per un tour che si conclude nel dicembre 1981 con la registrazione in studio di “Psalm” (ECM, 1982).

Mancando lo strumento armonico per eccellenza, il pianoforte, è Frisell a intessere le trame accordali all’interno delle quali far esprimere la band. La sua voce strumentale è sottile, liquefatta: si ascolti ad esempio il brano Etude, interpretato in completa solitudine dal chitarrista cui Paul Motian lascia ampi margini d’intervento.

© ROBERTO POLILLO

L’INCONTRO CON ARILD ANDERSEN E JAN GARBAREK

Quattro mesi prima di incidere “Psalm”, Bill Frisell è sempre in Europa ma questa volta a Molde, in Norvegia. È l’estate 1981 e su consiglio di Manfred Eicher, sempre più affascinato dal linguaggio di Frisell, entra in contatto con il contrabbassista Arild Andersen che lo ospita nel suo quartetto comprendente John Taylor al pianoforte e Alphonse Mouzon alla batteria.

Di questa esperienza rimane una registrazione dal vivo, “A Molde Concert” (ECM, 1982), che mette in mostra il carattere maggiormente fusion e jazz-rock di Frisell, alle prese con un suono più frizzante e incisivo di quello espresso con Paul Motian.

All’indomani del concerto Manfred Eicher chiama Aril Andersen, come racconta il chitarrista: «Il telefono squillò ed era Manfred con cui non avevo mai parlato in tre anni. Manfred parlò con Arild e gli chiese come fosse andata e lui rispose: “Alla grande”. E così Manfred mi volle alla cornetta e mi chiese se avessi voluto registrare un disco in solo e io pensai: “Gesù Cristo, questo è pazzo”».

In seguito, nel dicembre 1981, dopo aver registrato l’album “Psalm” con Paul Motian, Frisell entra nel gruppo di Jan Garbarek (su suggerimento di Eberhard Weber e Manfred Eicher) e registra al Talent Studio di Olso l’album “Paths, Prints” (ECM, 1982). Il quartetto comprende lo stesso Eberhard Weber al contrabbasso e John Christensen alla batteria; si tratta di un disco caratterizzato da musica di grande respiro, con larghe melodie e ampi spazi all’interno dei quali Bill Frisell crea suoni affascinanti, utilizzando sapientemente delay, riverberi e i volumi della pedaliera.

 

Bill Frisell

L’ESORDIO DA LEADER: “IN LINE”

Nella primavera 1982 Bill Frisell registra “Later That Evening” (ECM, 1982), un bel disco che porta la firma del contrabbassista tedesco Eberhard Weber e che mette il chitarrista americano a fianco del sassofonista Paul McCandless, del pianista Lyle Mays e del batterista Michael Di Pasqua.

In estate è invece fissato, come da accordi con Manfred Eicher, l’esordio discografico da leader. L’idea di firmare il proprio esordio in completa solitudine sembra un’operazione fin troppo audace. Frisell chiama il contrabbassista Arild Andersen a registrare metà del repertorio proposto, nove brani originali composti dal chitarrista.

“In Line” (ECM, 1983) è un battesimo di fuoco e mette in scena una musica costruita intorno a sovraincisioni e infinite soluzioni timbriche e strumentali, come si evince dall’ascolto della morbida e lirica Throughout. L’album, a tutti gli effetti, è un manifesto espressivo di Bill Frisell che fa sentire tutto ciò che gli appartiene nel profondo, un mix di jazz, country e musica elettronica.

The Bill Frisell Band Da sinistra: Kermit Driscoll, Hank Roberts, Bill Frisell e Joey Baron
The Bill Frisell Band Da sinistra: Kermit Driscoll, Hank Roberts, Bill Frisell e Joey Baron © ROBYN STOUTENBURG/ECM

RAMBLER / LOOKOUT FOR HOPE

Il secondo album da leader di Bill Frisell è diventato oramai un classico della sua discografia e al tempo stesso una delle incisioni più rilevanti degli anni Ottanta. Frisell convoca un ensemble particolarmente stravagante, un quintetto elettroacustico dalle grandi possibilità timbriche, con Kenny Wheeler alla tromba, Bob Stewart alla tuba, Jerome Harris al basso elettrico e Paul Motian alla batteria.

L’intrusione nelle maglie elettroniche della chitarra è equilibrata dal suono acerbo della tromba e soprattutto della tuba: “Rambler” (ECM, 1985) ci fa così ascoltare una musica allucinata, lacerante e vagamente psichedelica ma al tempo stesso anche free form e dalle atmosfere folkloristiche e blueseggianti. L’album contiene Strange Meeting e When We Go, due tra le sue composizioni più celebri.

Il terzo e ultimo capitolo da leader per l’etichetta ECM è registrato nel 1987 ed è ancora una volta un qualcosa di nuovo rispetto a ciò che Frisell ha realizzato fino allora. Il chitarrista si presenta in studio alla guida di un quartetto (Bill Frisell Band) composto dal violoncellista e cantante Hank Roberts, dal bassista Kermit Driscoll e dal batterista Joey Baron. L’album s’intitola “Lookout For Hope” (ECM, 1988) ed è il più dissonante e inquieto tra quelli fino allora registrati, nonostante ospiti una struggente ballad folk, Lonesome.

Molto interessante è il contrasto timbrico tra la chitarra e il violino, un contrasto che mette in mostra una profonda curiosità verso forme d’arrangiamento alternative, come quelle già sperimentate in “Rambler” con l’adozione della tuba. Si tratta del primo disco prodotto da Lee Townsend, una figura importante per Bill Frisell se consideriamo che ancora oggi è il suo manager attraverso la società Songline/Tone.

Paul Bley © ROBERTO POLILLO

FEATURING ON ECM

Bill Frisell è ormai un vero e proprio turnista ECM, e in lui Manfred Eicher ripone una fiducia illimitata. La sua insaziabile curiosità, la capacità di entrare subito in confidenza con le idee musicali altrui e soprattutto il suo linguaggio, che si offre a infinite soluzioni espressive, lo portano a essere un punto di riferimento per i musicisti che gravitano intorno all’etichetta bavarese.

Nell’arco di quattro anni, Frisell registra con Jan Garbarek (“Wayfarer”, 1983), Marc Johnson (“Bass Desires” con John Scofield, 1986, e “Second Sight”, 1987), Paul Bley (“Fragments”, 1986 e “The Paul Bley Quartet”, 1987) e Gavin Bryars (“After The Requiem”, 1991).

In questi anni Bill Frisell entra anche in contatto con Thomas Stöwsand (scomparso nel 2006), fondatore della Saudades Tourneen e suo futuro agente in Europa, e con Hans Wendl, ancora oggi editore della sua musica.

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