Bill Frisell e il sodalizio con Paul Motian e John ZornTempo di lettura: 4'

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Tra le tantissime collaborazioni di Bill Frisell, spiccano quelle con il batterista Paul Motian e con il sassofonista John Zorn. Ecco la storia del loro incontro

DI LUCIANO VANNI

Bill Frisell, Paul Motian e John Zorn
© MICHELE CANTARELLI

MUSICISTA, NON CHITARRISTA

Ragionando intorno a Bill Frisell, dovremmo pensare non esclusivamente al “chitarrista” ma al musicista tout court. Frisell, infatti, interpreta il suo ruolo di chitarrista in senso ampio. È compositore (la maggior parte degli album da leader sono ricchi di sue composizioni originali) e arrangiatore (predilige formazioni ricche di contrasti ritmici). Ha un’idea di musica totale (senza limitazioni di genere o stile). È, soprattutto, uno dei sideman più richiesti degli ultimi trent’anni. Tutti lo cercano, da Jan Garbarek a Elvis Costello, da Paul Bley a Bono Vox, da Paul Motian a John Zorn.

Tutto ciò a testimoniare una straripante versatilità espressiva, un’enciclopedica cultura musicale e una curiosità senza pari. Bill Frisell è il prototipo del jazzista contemporaneo, un outsider con l’anima da griot che non fatica a esprimersi, nonostante una profonda timidezza. È proprio con questo spirito che Frisell costruisce il suo percorso artistico, tanto “disordinato” quanto affascinante.

ELOGIO DEL CONTRASTO

L’ecletticità di Frisell balza ai nostri occhi se consideriamo che le due collaborazioni da sideman più longeve sono quelle con Paul Motian e John Zorn. Si tratta di due caratteri imprevedibili, due figure titaniche che – seppur in ambienti stilistici lontani – hanno elementi in comune: sono compositori. Sono portatori di idee complesse ma chiare e definitive, sperimentatori che per rendere concrete le loro visioni musicali hanno bisogno di condividerle con artisti di pari personalità.

Frisell rimane al fianco di Zorn ancora oggi (“The Gnostic Preludes”, Tzadik 2012). Lo è stato fino alla fine dei suoi giorni nel caso di Motian (“The Windmills Of Your Mind”, Winter & Winter, 2011, anno della scomparsa del batterista). Se con quest’ultimo Frisell elabora una musica eterea, liquida, in equilibrio con le maglie ampie della sua scrittura, con il primo deve vedersela con incursioni nell’hardcore più violento, nel noise, nelle derivazioni ossessive e inquiete di certo jazz sperimentale degli Ottanta e Novanta. In definitiva, due corpus discografici distanti anni luce, metafora dell’immenso spettro espressivo del chitarrista di Baltimora.

Bill Frisell, Paul Motian e Joe Lovano
Bill Frisell, Paul Motian e Joe Lovano

PAUL MOTIAN

Bill Frisell incontra Paul Motian nel 1981. Merito di Pat Metheny che raccomanda al batterista il giovane trentenne, ancora digiuno di esperienze professionali di rilievo ma particolarmente vivace dal punto di vista espressivo. Curioso il percorso artistico di Motian: nonostante sia stato membro stabile del trio di Bill Evans, Paul Bley e Keith Jarrett, in altre parole di tre icone pianistiche del Novecento, ha costruito gran parte della sua discografia intorno a gruppi pianoless all’interno dei quali sono la chitarra di Bill Frisell e il sassofono di Joe Lovano a essere protagonisti.

Già dalla registrazione di “Psalm” (ECM, 1982), Motian esige un alto livello d’interazione dai suoi collaboratori per cui ciascun membro del gruppo bilancia l’espressione individuale con quella collettiva. Da allora Frisell è al centro degli sviluppi della sua musica. Diventa protagonista di un fortunato trio (Motian/Frisell/Lovano, senza pianoforte e senza contrabbasso), ma anche di quartetti e quintetti che portano alla luce il progetto “On Broadway” (con Charlie Haden in aggiunta al precedente trio e Lee Konitz e Chris Potter ospiti rispettivamente nei capitoli tre e quattro), pensato per celebrare le più affascinanti melodie della canzone d’autore americana.

Motian ha un drumming sempre meno legato al metro della composizione e sempre più parte integrante del fraseggio della band. Per Frisell è la condizione migliore per mettere in mostra uno dei suoi marchi di fabbrica, vale a dire le personali tessiture al tempo stesso armoniche, melodiche e ritmiche.

NAKED CITY Wayne Horvitz, John Zorn, Bill Frisell, Fred Frith e Joey Baron © TIMOTHY GREENFIELD SANDERS
NAKED CITY In senso orario da sinistra: Wayne Horvitz, John Zorn, Bill Frisell, Fred Frith e Joey Baron © TIMOTHY GREENFIELD SANDERS

JOHN ZORN

Con Zorn c’è da misurarsi con esperimenti, escursioni in ambienti sonori al limite del noise e continui cambi di scena. È il prototipo dell’artista freak e radicale, così violentemente espressivo. Ma Frisell non si disorienta: «Con John Zorn ho sviluppato vari progetti che mi hanno permesso di espandere enormemente il mio vocabolario di conoscenze espressive» (da Jazzit n. 1, novembre/dicembre 2000).

I due musicisti si incontrano nel 1982 nel negozio di dischi dove lavora Zorn, la Soho Music Gallery, nel momento in cui il sassofonista sta elaborando la sua idea dei “Game Pieces”: un corpus di composizioni che prevede interventi solistici dettati dall’autore secondo determinati segnali fisici e indicazioni gestuali, una conduzione che permette una flessibilità e un’indeterminatezza particolarmente affascinante.

Nascono le performance di “Cobra” (Hat Hut, 1987) e “Spillane” (Elektra/Nonesuch, 1987). Quest’ultima è elaborata con il metodo compositivo denominato “file card”: frammenti musicali trascritti su pezzi di carta e poi riordinati dall’autore.

La rielaborazione di citazioni di colonne sonore e un ampio ventaglio di soluzioni espressive caratterizzano invece i Naked City. È uno dei gruppi più interessanti e innovativi degli anni Novanta al cui interno agiscono, oltre a Zorn e Frisell, anche Wayne Horvitz, Fred Frith e Joey Baron. Dal punk a frammenti psichedelici, dalla lirica più asciutta all’hardcore, i Naked City rappresentano l’ideale evoluzione del free jazz e della new thing, sintesi di avanguardia, minimalismo, rock e post-rock, dove il jazz diventa lo strumento per miscelare tutti questi paesaggi sonori.

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