Intervista a Branford Marsalis: ecco Four MFs Playin’ TuneTempo di lettura: 17'

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Il Branford Marsalis Quartet compie 25 anni e festeggia con un album dal titolo provocatorio: ecco “Four MFs Playin’ Tune” spiegato dall’artista

DI STUART NICHOLSON

Intervista a Branford Marsalis: ecco Four MFs Playin’ Tune
© RICCARDO CRIMI

Che cosa c’è nel titolo di un disco? Un sacco di cose, se si pensa a titoli come “Kind Of Blue”, “The Blues And The Abstract Truth”, “Out Of The Cool”, “Time Out” o “Mingus Ah Um”, diventati parte del tessuto storico del jazz. Ma questi sono dischi pubblicati più di cinquant’anni fa. Dove sono i memorabili titoli intessuti nella storia di questo nevrotico, frenetico nuovo millennio?

Chiedete a dieci appassionati e avrete dieci risposte diverse, una volta che avranno fatto fatica a ricordare un titolo, per non parlare di elencarne quattro o cinque. Ma ci sono buone possibilità che vi possiate ricordare il titolo dell’ultimo disco di Banford Marsalis: “Four MFs Playin’ Tunes”. («MF» sta per “motherfucker”, termine gergale intraducibile, che può suggerire sia un significato negativo, simile a “bastardo” o “carogna”, sia uno positivo, come “duro” o “ganzo”, NdR).

Quattro bastardi che suonano

Il più anziano dei fratelli Marsalis ha un bel po’ d’esperienza: per quelli che non sono stati a tenere il conto, sarà una sorpresa apprendere che, nonostante l’aspetto da eterno ragazzino, il sassofonista ha compiuto cinquantadue anni. Sapeva di avere in mano un disco che era qualcosa di speciale.

Dopo averlo ascoltato, il suo manager gli ha chiesto: «Come lo chiamerai?». Lui, famoso per le sue battute argute e fulminanti, ha risposto: «Chiamalo “Quattro bastardi che suonano canzoni”!». La risposta del manager non è stata quella che lui si aspettava.

«È stato buffo», racconta al telefono dalla sua casa in North Carolina. «Di solito sono io che dico cose provocatorie e sono loro a contestarmele, ma forse stiamo tutti invecchiando. Nonostante l’avessi detto come una battuta, hanno risposto: “Gran titolo!”, e io: “Oh no. No, no, non lo è! Non lo usate”. E loro: “No, no, è davvero provocatorio e ci piace: andiamo avanti con questo”, e io ho pensato: “Oh, santo cielo!”».

Il jazz si basa sull’intensità

Fino ad ora, l’energia e il dinamismo del quartetto non erano mai stati davvero catturati su cd. Dischi come “Braggtown” (2006) o “Metamorphosen” (2008) non lasciavano dubbi sul livello raggiunto dalla band di Marsalis, ma non riuscivano a rendere l’animata, travolgente gioia di vivere che i quattro trasmettono dal vivo. “Four MFs Playin’ Tunes” riesce a imbottigliare l’energia del quartetto, senza lasciare dubbi sul fatto che questo è, nel suo genere, il miglior gruppo del jazz contemporaneo. Ma come ci è riuscito Marsalis?

«Ascolto moltissima musica», spiega. «L’unica cosa che tutte le musiche hanno in comune, e da cui il jazz sembra essersi allontanato, è il modo in cui i musicisti usano il suono per creare un’emozione umana. Che si parli di musica shakuhachi, o balinese, non importa. Che sia opera, o classica, i musicisti devono avere una percezione innata di come il suono della musica influenza le persone che la ascoltano.

Tanto tempo fa, Art Blakey mi disse che il jazz si basa sull’intensità, in tutti i suoi aspetti, persino nelle ballad. Devi suonare con intensità, e adesso la band suona davvero con un mucchio di intensità, sempre, non molla mai».

Chi ha parlato di “progetto”?

«C’era un tizio che mi intervistava e che mi ha chiesto qual era il progetto del disco. Io, in sostanza, gli ho risposto che non c’è niente del genere, quelle sono cose del pop, non sono cose vere. Lui mi ha contestato, perché aveva parlato con altri musicisti che gli avevano detto che quello era il loro progetto, questa era la loro nuova idea. Io ho risposto che, se pensi in termini di vita, noi non sviluppiamo un nuovo progetto di vita ogni anno, o ogni due anni.

Il nostro progetto si estende lungo tutta la nostra vita, e le decisioni che prendiamo sono o una conferma o una confutazione della nostra filosofia. Sei tu a decidere qual è dei due: se è una confutazione, allora devi andare in un’altra direzione. Ma l’idea che puoi uscirtene fuori con un “nuovo progetto” ogni due dischi è assurda. Per me, quel che facciamo ora si basa su roba che abbiamo cominciato venticinque anni fa. E allora la facevo da schifo, mentre adesso non sono più tanto orrendo!».

L’epoca “Faulkner”

Una delle ragioni per cui la band è entrata in studio proprio in questa fase della sua vita è documentare una nuova era del suo sviluppo, cominciata con l’aggiunta del batterista Justin Faulkner, entrato a soli diciott’anni quando, nel 2009, Jeff “Tain” Watts se n’è andato dopo ben venticinque anni. «Justin era stato nella band già per quasi due anni, ed era tempo di registrare di nuovo», dice Marsalis con semplicità.

Insieme con i vecchi partner, il pianista Joey Calderazzo e il batterista Eric Revis, il tocco leggero e danzante di Faulkner si fa notare fin dal brano d’apertura, The Mighty Sword, in cui Marsalis suona il soprano. Si capisce subito come questa “nuova” sezione ritmica abbia portato risultati concreti nei due anni trascorsi da Faulkner nella band. I quattro districano con cura le complessità del tema bop, per rivelarne un’immediatezza swingante.

«Uno degli elementi che rendono unico questo disco è come abbiamo suonato bene fin dalla prima traccia. Credo che non abbiamo dovuto suonare più di due takes per ciascun brano, talmente eravamo compatti l’uno con l’altro. Penso sia la prima volta che abbiamo fatto un disco venuto fuori così bene».

© WILLIAM GOTTLIEB/LIBRARY OF CONGRESS SIDNEY BECHET Al sassofonista e clarinettista americano è dedicata la bonus track di “Four MFs Playin’ Tunes”. Si tratta del brano originale Treat It Gentle che mutua il suo nome dal titolo dell’autobiografia di Sidney Bechet pubblicata nel 1960

Whiplash ed Endymion

Fra gli altri pezzi forti del disco, c’è un memorabile originale di Marsalis intitolato Whiplash, con i suoi episodi in trio: prima Marsalis con contrabbasso e batteria, poi con Calderazzo, fino a sfociare in un assolo di Faulkner. E ci sono anche le ultime due tracce, con il suggestivo tema in rubato di Endymion, un altro originale di Marsalis. E poi My Ideal, uno standard composto nel 1930, che dimostra in maniera convincente come niente possa sostituire una bella canzone suonata come si deve.

Treat it gentle

Conservata per la fine, c’è una bonus track, che emerge come un tributo a Sidney Bechet e si chiama Treat It Gentle: un brano originale che riprende il titolo dell’autobiografia di Bechet, pubblicata nel 1960. La rapsodica esecuzione di Marsalis, al sax soprano, rappresenta una scelta estetica ben precisa. È basata sulla convinzione che ci sia molto da imparare dal jazz pre-be bop, un periodo in cui questa musica godette di una grande popolarità. È lì, il sassofonista ne è convinto, che si possono scoprire gli elementi che permisero ai jazzisti di comunicare con un grande pubblico: un tema su cui torna spesso, nella sua visione a 360 gradi sul jazz odierno.

Morte del jazz: di chi è la colpa?

Marsalis è convinto che la capacità del jazz di comunicare al di là del suo zoccolo duro di appassionati sia vitale per il futuro di questa musica. Si tratta di creare il pubblico di domani. Negli Stati Uniti c’è un dibattito sul perché il pubblico del jazz stia diminuendo. Marsalis ci ha pensato molto a lungo e in profondità, alla luce della sua esperienza personale. E la sua risposta è una vera e propria masterclass, dedicate ai musicisti più giovani (ma anche a quelli più anziani), sul come attirare il pubblico verso il jazz.

Marsalis è incisivo, arguto, spesso autodenigratorio, ma soprattutto appassionato e profondo. Se gli si chiede di chi sia la colpa, per la diminuzione del pubblico degli Stati Uniti, risponde subito, a scanso di equivoci: «Credo sia in gran parte dei musicisti.

Hai queste piccole esperienze in cui ti dici che se suoni in un certo modo e in un certo stile, puoi aumentare il tuo pubblico. Ma se suoni e tutto è altamente intellettualizzato e cerebrale, e remoto e distante, in sostanza stai… non so nemmeno io cosa. In sostanza, stai suonando per i tuoi colleghi e per i media che ti supportano, ed è questo ciò che si vede quando si va ai concerti.

Scaldare il pubblico

Gente che sale sul palco, va al microfono e ci borbotta dentro “graziemillesignoresignori”: hanno questa relazione così distaccata con il pubblico. Il pubblico lo coglie, e la maggioranza non è interessata. Sai, come in quel mio vecchio disaccordo con Cecil Taylor in quel programma sul jazz (si riferisce a una dichiarazione di Marsalis nel programma Jazz di Ken Burns: il sassofonista commentò una frase di Taylor circa il fatto che debba essere il pubblico a prepararsi per i concerti, non il musicista, definendola “una stronzata egocentrica”, NdR): il pubblico non è disposto a fare i compiti a casa per poter apprezzare un concerto jazz».

L’abito fa il musicista

«È stato Wynton a convincermi che dovevo indossare un completo: io non volevo. La prima cosa che ho notato è stata che quando mi metto un completo per un concerto, certe signore newyorkesi mi parlano, mentre prima non mi avrebbero neanche sputato addosso.

E a poco a poco ho capito che quel che indossi, e il modo in cui ti comporti, influenza la maniera in cui la musica è recepita e da chi è recepita. Il mio pubblico è completamente diverso da quello della maggior parte dei musicisti jazz.

Il loro pubblico è composto perlopiù da musicisti e studenti di musica. Noi, per una ragione o per un’altra, abbiamo conservato per trent’anni un gran numero di profani, di gente normale, che viene ai nostri concerti. Ha molto a che fare con il modo in cui la musica è rappresentata e presentata, e con il modo in cui si mostra la band.

Non è che a loro piaccia la mia musica più di quella degli altri: il punto sono tutte queste piccole cose che i musicisti jazz più anziani (perché ho avuto il privilegio di frequentarli) mi hanno trasmesso, o tramite la conversazione diretta, o tramite l’osservazione empirica».

© EMANUELE VERGARI

Uno spettacolo da vedere

«Come molti altri negli Stati Uniti, queste persone vengono ai concerti e ci dicono: “Non vedo l’ora di vedervi stasera!”. E intendono proprio quello, vederci, perché tutti nella mia band sono carismatici. Alcuni del pubblico fissano Joey per tutto il tempo. Joey è uno spettacolo da vedere, perché è molto passionale, si alza in piedi mentre suona, è del tutto coinvolto, e a loro piace.

E quasi tutte le donne sopra i quaranta fissano Eric Revis per tutta la serata: io non ho proprio speranze, niente da fare! Justin, quando suona, è molto fisico, i suoi movimenti corporei sono fluidi e coinvolgenti, con braccia e gambe divaricate. E le persone mi dicono quanto amino guardare la band, vedere quanto ci piace suonare insieme. Non parlano mai della musica, parlano dell’energia e del linguaggio corporeo sul palco: questo è carisma.

Una connessione con la vita

E credo che i musicisti più anziani l’avessero capito, perciò nelle vecchie fotografie li vedi sorridere e indossare completi. Persino Charlie Parker sorride e indossa completi nelle foto per la stampa: fornivano al pubblico qualcosa da vedere. Non è come nel pop, qui non si può confezionare, non si può starsene lì con i balletti provati e riprovati. Ci dev’essere una connessione con la vita.

Il pubblico deve poter vedere che sei visceralmente trasformato quando cominci a suonare, e non è qualcosa su cui si può lavorare, o qualcosa che puoi riprendere dai libri. È qualcosa che capisci crescendo, ma non puoi crescere e capirlo se non ti poni la questione».

L’importanza della melodia

Un’area in cui Marsalis ritiene che il jazz non si stia facendo del bene è il modo in cui l’assolo è diventato un fine in sé, mentre la melodia raccoglie poco interesse ed è diventata un qualcosa di cui liberarsi per arrivare all’assolo. È convinto che la melodia abbia un ruolo importante da giocare nel jazz contemporaneo, e che i musicisti ignorino la sua importanza a loro rischio e pericolo.

«È davvero una filosofia molto semplice», spiega. «Darius Milhaud, il grande compositore francese, disse: “In musica, la cosa più difficile da fare è creare una melodia che sia talmente contagiosa che tutti quanti desiderino mettersela in tasca e portarsela a casa”.

Sono convinto che questo valga in tutta, tutta la musica. Una delle ragioni per cui alcuni dei migliori musicisti jazz falliscono di solito nel pop è che, quando c’è bisogno di una melodia sopra una serie di semplici accordi, loro cercano di renderla più complicata e obliqua, e questo non funziona. È un po’ come in Paul Hindemith: se hai tutte queste armonie moderne, ma hai anche una melodia, perlomeno puoi aggrapparti alla melodia, hai qualcosa.

Il pubblico va conquistato

Mi piace dire ai giovani studenti: “Fate finta che il brano che suonate sia come l’essere presentati a una ragazza. Hai tutte queste cose che vuoi dirle e pensi che la stenderanno, che lei sarà tua. Ma quando la incontri, non la guardi negli occhi, le dici soltanto “ciao” e guardi altrove, poi vai in macchina e lasci che sia lei ad aprirsi lo sportello da sola. A quel punto l’appuntamento è già andato.

Non potrai mai tirar fuori tutta quella roba brillante per impressionarla, perché le hai già dato sui nervi, ed è così che trattate la melodia: la trattate come se fosse la parte meno importante del brano!”. La melodia invece è il modo in cui presenti la tua personalità: da come la suoni, il pubblico ricava un’impressione su come andrà l’appuntamento. Vai a tanti di questi concerti, e si tratta di un appuntamento molto, molto lungo».

DARIUS MILHAUD (1892-1974) Del compositore francese, Branford Marsalis apprezza soprattutto la grande importanza riservata alla melodia. Dichiarava, infatti, Milhaud: «In musica, la cosa più difficile da fare è creare una melodia che sia talmente contagiosa che tutti quanti desiderino mettersela in tasca e portarsela a casa»

Il gruppo conta

«Alcuni dei ragazzi più giovani, oggi, sono lì per fare secchi tutti gli altri, per farti sapere che sono dei geni, che sono innovativi. Io ho avuto la fortuna di non dovermene preoccupare. Penso sia stato perché sono cresciuto a New Orleans, e lì era diverso da New York. Finché non mi sono trasferito a New York, non ho mai sentito nessuno venire, fuori dal palco, e chiedermi se mi era piaciuto il suo assolo in un certo brano.

A New Orleans non succede mai, perché lì se la marea si alza, si alzano tutte le barche: quella è la filosofia, il gruppo è più importante. Non so come si fa a instillarlo a persone che hanno passato tanto tempo come singole identità, in una stanza a esercitarsi. Poi li guardi sul palco e non c’è quasi alcuna interazione con la band, nessuna comunicazione, e gli assolo sono scolpiti nella pietra, sono già stati provati fino alla noia, e non importa che cosa suona la band, quello dev’essere l’assolo che stende tutti!».

BRANFORD MARSALIS QUARTET Da Sinistra: Joey Calderazzo, Eric Revis, Branford Marsalis e Justin Faulkner

Quella volta alla Royal Festival Hall…

«Quando ero un giovane musicista, ho avuto un paio di esperienze fantastiche. Una è stata quando stavamo suonando alla Royal Festival Hall, e aprivamo per Stan  Getz. A quel tempo la Royal Festival Hall era una vasta caverna echeggiante, e noi suonavamo questa roba complicatissima. Andai da Stan Getz prima del concerto e gli dissi: “Non vedo l’ora di ascoltarti”, e lui rispose: “Bene, perché potrai imparare un po’ di cose”.

Mi diede sui nervi, quindi decidemmo di suonare la nostra musica più complicata. Alla fine del terzo brano, mentre stavo andando ad annunciare qualcosa, qualcuno del pubblico urlò: “Non riusciamo a sentire una sola nota di quel che suonate”, e metà del pubblico applaudì.

Ora, uno degli aspetti più insopportabili era che chiaramente quel tipo aveva ragione. Mma purtroppo a quell’epoca io sapevo suonare soltanto in un modo, perciò tutto quel che abbiamo potuto dare a quella gente non era altro che quella stessa roba che avevamo già fatto! Poi arriva Stan, si allontana dal microfono e suona bossa nova tutta la sera, e il pubblico lo adora. Quando Stan uscì dal palco, mi disse: “Allora, avete imparato qualcosa stasera?”, e io risposi: “Sì, signore, l’abbiamo imparata”. E lui: “Bene”, e andò via».

Le ballad

«Ora, quel che c’era di ironico per Wynton e per me (e potrai verificarlo tu stesso se lo chiami) era che rimanemmo meravigliati di come avessimo potuto guadagnarci un po’ di fama suonando jazz, mentre lo conoscevamo così poco. Ma io avevo imparato, e cominciai a suonare più ballad. Cominciai dal concerto successivo, e lo facevo in maniera orribile, ma capivo che l’unico modo per migliorare era continuare a farlo.

Quando ascolto musicisti giovani, o persino alcuni dei miei colleghi, mi pare chiaro che hanno capito fin da subito quali sono i loro punti di forza e si sono costruiti un’intera carriera suonando su quelli, senza mai occuparsi delle proprie debolezze. Coltrane, finché non è partito per la tangente, suonava canzoni.

Impressions era un singolo, c’era un singolo con My Favorite Things e andò incredibilmente bene per gli standard del jazz. Io credo che, nella musica moderna, tutti quelli che suonano jazz vogliono vedersi come compositori, quindi vogliono realizzare un disco, e in sostanza suonano le “loro” canzoni, solo quelle. E quando suonano uno standard cominciano a cambiarlo nel modo che ritengono più figo, capisci? Facciamo questa canzone in undici, poi facciamo questo, oppure cambiamo tutti gli accordi».

Jazz e pop: la fusione impossibile

«Mi ricordo di quando Herbie Hancock fece questo disco, “The New Standard”. Mi chiese: “Hai sentito il disco?” e io risposi: “Sì”. “E che cosa ne pensi?”. Io dissi: “Non lo capisco”. E lui: “Che cosa intendi quando dici che non lo capisci?”.

A me piacevano i Nirvana quando vennero fuori. Una ragazza con cui uscivo me li aveva fatti apprezzare, avevo trent’anni e potevo ancora farlo, quindi dissi: “Hai suonato Smells Like Teen Spirit e io che sono un bravo musicista nemmeno l’ho riconosciuta! Perciò non lo capisco.

Le persone cui piace il jazz tendono ad apprezzare il jazz, e quelle cui piace il pop ad apprezzare il pop. Ma tu prendi delle canzoni che un sacco di gente conosce e gliele rendi irriconoscibili, e suoni un brano che comunque un appassionato di jazz non conosce. Perciò non capisco perché mai lo suoni! Non capisco lo scopo di tutte quelle canzoni”. Lui la prese male quando glielo dissi, ma io rimango della mia opinione: che senso ha?

Non è che i fan di quelle band correranno per comprare le versioni strumentali di quei brani. La musica diventa sempre più distaccata dalla società. Dovremmo smetterla di pensare alle canzoni come a dei veicoli e cominciare a pensarci come a delle canzoni, e trattarle com’è giusto fare, renderci conto di qual è il loro scopo emotivo e suonarle di conseguenza».

Four MFs Playin’ Tunes: profondità e significato

Ed è proprio questo che il Branford Marsalis Quartet fa su “Four MFs Playin’ Tunes”. Si concentra su ognuno dei brani come su una composizione a sé, invece che come su un “veicolo” che fornisca un trampolino di lancio per un’improvvisazione, la quale potrà essere o non essere in relazione con le intenzioni originali del compositore.

I quattro membri della band sono in grado di sfruttare la profondità emozionale della musica per avvicinarsi al cuore del suo significato. Da una parte, è un ritorno alla metodologia sperimentata dei grandi maestri del jazz, ma dall’altra è una notevole lezione, perché questi princìpi sono stati trascurati in tanta pratica jazzistica contemporanea.

Ma rimane una verità fondamentale della musica: quando il musicista ha una storia da raccontare, il pubblico se ne accorge e rimane emotivamente coinvolto. Come sostiene Marsalis: «Anche se la gente non sa che cosa stiamo facendo in termini musicali, lo sentirà lo stesso»

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