Chick Corea: farsi in tre per la musica (a 71 anni)Tempo di lettura: 14'

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Un disco per Bill Evans (Further Explorations), uno per orchestra e poi Hot House, un duo con Gary Burton: tutto contemporaneamente. Chi può riuscirci, se non Chick Corea?

DI STUART NICHOLSON

© LEONARDO SCHIAVONE
© LEONARDO SCHIAVONE

Se per caso Chick Corea, che a giugno compirà settantuno anni, stesse nutrendo l’intenzione di concedersi una vita un po’ più tranquilla, di certo non lo lascia trapelare. È più impegnato e creativo che mai, e a suo nome sono appena usciti non meno di tre dischi, ognuno diverso dall’altro. Il primo è “Further Explorations”, un doppio cd con due ex-sodali di Bill Evans, Eddie Gomez e Paul Motian, di cui già si parla come di un classico del trio con pianoforte. Poi Corea unisce le forze con Gary Burton per “Hot House”, per celebrare il quarantesimo anniversario del loro celeberrimo “Crystal Silence”, ormai annoverato fra i dischi seminali del jazz contemporaneo. E infine, ci presenta “The Continents”, il suo concerto per quintetto jazz e orchestra da camera.

«Come molti dei miei progetti, la forza che mi motiva a scrivere nuova musica, prepararmi come pianista e trovare la voglia di creare, è sempre il desiderio di lavorare con altri musicisti, imparare da loro ed essere da loro ispirato», afferma Corea.

© ROBERTO POLILLO
© ROBERTO POLILLO

NUOVE ESPLORAZIONI CON PAUL MOTIAN E SCOTT LAFARO

Anche se nutre lo stesso entusiasmo circa ognuno dei tre recenti dischi, Corea inizia a parlare di “Further Explorations”. Trae in parte ispirazione dal classico di Bill Evans “Explorations” (Riverside, 1961), il secondo dei dischi da lui incisi in trio con Scott LaFaro e Paul Motian.

Scegliendo come batterista Paul Motian, che lavorò con Evans tra il 1959 e il 1964, e come contrabbassista Eddie Gomez, che fu al suo fianco dal 1966 al 1977, Corea stava coscientemente dando una direzione al progetto. «Avevo già lavorato molto con Eddie Gomez. Ammiro incondizionatamente tutto ciò che Eddie fa e, ogni volta che ci troviamo insieme, vengo sempre molto ispirato e imparo sempre qualcosa di nuovo.

©FRED R. CONRAD/THE NEW NORK TIME/CONTRASTO
©FRED R. CONRAD/THE NEW NORK TIME/CONTRASTO

Quando stavo mettendo insieme il progetto, quindi, ho pensato anche a Paul Motian, un batterista con cui non avevo in pratica mai collaborato. Amavo la sua concezione e la sua musicalità e mi è venuto in mente che entrambi erano miei amici. Entrambi avevano una forte connessione con uno dei miei musicisti preferiti, che è Bill Evans (Paul nel primo periodo, quando fecero quei dischi fondamentali, e poi Eddie che è stato con lui per undici anni)».

NON UN TRIBUTO

«Mi ha anche colpito, e l’ho verificato con Eddie, il fatto che i due non avessero mai suonato insieme. Volevo suonare un po’ della musica di Bill, perché pensavo che sarebbe stato meraviglioso ed eccitante. Tutto sembrava a posto, e per fortuna le loro disponibilità coincidevano; abbiamo potuto suonare per due settimane al Blue Note di New York».

Corea spiega di aver rifiutato l’idea che questo potesse essere un tributo a Bill Evans o una celebrazione della sua musica. «Idee come “tributo” o “celebrazione” vengono più dagli altri che non dai musicisti. Noi abbiamo cominciato solo perché volevamo ritrovarci insieme e suonare. Poi, quando ci siamo trovati insieme, c’era un rapporto naturale: io conosco Eddie, conosco Paul, loro conoscono me, non abbiamo bisogno di esprimere l’un l’altro il nostro amore per Bill. Comunque, non c’è modo di lavorare con l’uno o l’altro di loro senza che in qualche modo venga fuori il grande Bill Evans, in un modo o nell’altro».

©ROBERTO POLILLO
©ROBERTO POLILLO

UN DISCO VITALE E ISPIRATO

I due cd di “Further Explorations” raccolgono le migliori versioni provenienti dai ventiquattro set di 90 minuti ciascuno registrati al Blue Note tra il 4 e il 17 maggio 2010. È impressionante come il trio renda la musica fresca e vitale. Ci sono momenti di genuina ispirazione e nonostante Bill Evans sia un pianista che Corea ammira immensamente («Il suo straordinario contributo all’arte del pianoforte continua a essere per me un modello di eccellenza cui ispirarmi»), molti saranno sorpresi dall’apprendere che egli non è mai stato per lui un’influenza nei suoi anni di formazione.

Nel 1961, quando “Explorations” fu pubblicato dall’etichetta Riverside, di proprietà di Orrin Keepnews, Corea aveva vent’anni. Ma a quel tempo Evans era molto lontano dai suoi interessi. «Nei primi anni Sessanta ero molto lontano dal trio di Bill Evans. Non ero per niente interessato a lui. In effetti, non per denigrare Bill, che è uno dei miei musicisti preferiti, uno di quelli che più mi hanno ispirato, ma il mio primo contatto con lui è una storia molto buffa.

LA PRIMA VOLTA CHE VIDI EVANS

Era il 1959 e io ero andato allo Storyville – il posto in cui George Wein presentava il jazz a Boston, dove io vivevo – per ascoltare il sestetto di Miles Davis. Arrivai con i miei amici e ci sedemmo in prima fila. Eravamo arrivati molto presto, eccitatissimi, ed ecco John Coltrane, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb, Paul Chambers. Poi Miles entra sul palco, e io ci rimasi malissimo nel vedere questo bianco magrolino, con gli occhiali cerchiati di corno: pensavo che avrei visto Wynton Kelly!

Non avevo mai sentito parlare di Bill Evans, e invece eccolo lì. Io ero talmente deluso che per tutto il concerto non ascoltai il pianoforte, anche perché non lo sentivo bene, il suono era piuttosto basso. Comunque è strano, vero? Perché quello era il grande Bill Evans e quello era il mio sguardo ingenuo, a quel tempo. A me interessavano Miles e Coltrane che suonava delle cose strabilianti, che quasi mi spaventavano, e amavo anche Cannonball. Mi piacevano i musicisti come Sun Ra, Ornette Coleman, quelli erano i miei interessi nel 1959! Ma quando cominciai ad ascoltare Bill apprezzai quel che faceva, e con il passare degli anni divenne sempre più evidente che si trattava di una forza musicale con cui fare i conti».

“FURTHER EXPLORATIONS” BRANO PER BRANO

Le diciannove tracce di “Further Explorations” sono dunque affrontate con uno spirito di ricerca, più che essere una ricreazione dell’approccio e dello stile di Evans. Inoltre, ognuno dei membri del trio porta dei temi originali, e ci sono persino un paio di standard che non sono per nulla associati con Evans: Hot House di Tadd Dameron e Little Rootie Tootie di Thelonious Monk.

Tuttavia, i migliori risultati sono ottenuti nei brani che sono indelebilmente associati a Bill Evans, scelti all’interno della sua intera discografia: Gloria’s Step (da “Sunday At The Village Vanguard”, Riverside 1961), Alice In Wonderland (da “Waltz For Debby”, Riverside 1961), Laurie (da “We Will Meet Again”, Warner 1979), Turn Out The Stars (che Evans suonava dal vivo intorno al 1965 e che poi apparve in “Since We Met”, Fantasy 1974), Very Early (da “Moon Beams”, Riverside 1962) e infine un brano evansiano mai registrato, chiamato Song No. 1, al quale pare avesse lavorato per vari anni.

SUONO COME SENTO

“Further Explorations” si apre con Peri’s Scope, un tema originale che appare sul disco “Portrait In Jazz” (Riverside, 1959). Lungi dal cercare di emulare Evans, e nonostante il grande rispetto per il maestro, Corea rimane risolutamente sé stesso. Ed è questo che rende il disco interessante: è una sorta di studio dal vero di un maestro che riconcettualizza la musica di un altro maestro.

«Il mio approccio è sempre semplice», spiega Corea. «Cerco solo di prendere un brano e suonarlo come lo sento. Lo faccio con Peri’s Scope, o con la mia musica, o, in effetti, con qualunque tipo di musica: è da qui che viene l’idea di “esplorazione” che c’è nel titolo».

GARY BURTON

HOT HOUSE

Corea passa poi a parlare di “Hot House”, il disco con Gary Burton. I due suonano insieme fin da “Crystal Silence”, uscito nel 1972 per l’ECM; ma, spiega il pianista, solo alla fine degli anni Settanta la loro collaborazione cominciò a dare i primi veri risultati, perché prima di allora era prevalente l’impegno con i Return to Forever, nelle loro due versioni, acustica ed elettrica.

La band aveva un notevole successo nei circuiti rock. «Dopo che, con Miles, avevo espanso un po’ i miei orizzonti, formare i Return to Forever fu per me un grosso passo verso la creazione di un qualcosa che, penso, all’epoca era nuovo, e che mi piaceva molto. La band si evolvette dal 1971 al 1975 circa.

Per quattro anni e mezzo andammo avanti con due band completamente separate. C’era il gruppo iniziale con Airto Moreira, Flora Purim, Joe Farrell e Stanley Clarke, e poi io andai avanti formando un ensemble elettrico con Al Di Meola, Lenny White e Stanley. Arrivò un punto in cui sentii il bisogno di un cambiamento, perciò dal 1976-1977 fino agli inizi degli anni Ottanta feci solo musica acustica. In quel periodo suonai molto con Gary Burton, in tour e su disco».

Forse il disco più importante di questo periodo è “In Concert, Zürich, October 28, 1979”. Da allora, hanno regolarmente rinnovato la loro collaborazione, fino a “The New Crystal Silence”, del 2008, insieme alla Sydney Symphony Orchestra arrangiata dall’inglese Tim Garland. “Hot House” rappresenta l’ultima puntata del più importante duo del jazz contemporaneo, la cui musica può spaziare da Antonio Carlos Jobim a Thelonious Monk, da Kurt Weill a Lennon/McCartney.

©JOHN ROGERS
©JOHN ROGERS

THE CONTINENTS

“The Continents” è il secondo concerto per pianoforte scritto da Corea: un lavoro notevole, che riflette la sua ampiezza di vedute, «il coronamento di una vita intera di creatività», come l’ha definito la stessa Deutsche Grammophon.

«In effetti, il lavoro è per orchestra da camera e quintetto jazz ed è strutturato in cinque movimenti. Abbiamo raccolto a New York un gruppo di musicisti sceltissimi, un’orchestra di trenta elementi. Ci siamo divertiti un mondo per una settimana, in studio, condividendo i modi per lavorare insieme.

Si trattava di far convivere una sezione ritmica jazz e un’orchestra classica. Io avevo scritto un sacco di ritmi molto interessanti e abbiamo dovuto trovare un terreno comune; loro hanno portato un bellissimo suono e la loro esperienza nel leggere anche le parti più complesse. È stato davvero bellissimo».

L’EFFETTO BARTOK

«Non sono stato davvero preso dalla musica classica finché non ho sentito Bartók, e allora ho pensato: “Wow, mi piace questa roba”. Ho cominciato ad ascoltarne sempre di più, e poi ho scoperto Stravinskij e Alban Berg: sono stati loro i compositori che mi hanno fatto interessare a quel che si può ottenere da orchestre e gruppi da camera. Io non ho mai tirato una linea tra una musica e l’altra: ho solo pensato che c’era musica che non avevo ancora scoperto.

Quando suono con musicisti classici, bisogna trovare un punto d’incontro, un punto in cui entrambi sentiamo la stessa cosa. Io tendo a portare il mio amore per il ritmo, gli orchestrali mi portano un certo senso del tempo, del fraseggio, del tono, una capacità di fondersi gli uni con gli altri».

«Per quanto mi riguarda, il periodo del jazz-rock, l’uso dell’elettronica e dei sistemi di amplificazione non hanno fatto altro che rovinare la musica (ride, ndr). Oddio! Sarà meglio che tu scriva che ho riso dopo questa frase! Ma una delle cose che i musicisti classici hanno mantenuto è la capacità di fondere il proprio suono gli uni con gli altri, acusticamente, di creare una comunicazione molto intima. È questo il modo in cui mi piace suonare la musica: qualsiasi tipo di musica, che sia jazz o altro»

©JOHN ROGERS
©JOHN ROGERS

FURTHER EXPLORATIONS

CHICK COREA/EDDIE GOMEZ/PAUL MOTIAN

FURTHER EXPLORATIONS

  • CONCORD, 2012 (EGEA)

Chick Corea (pf); Eddie Gomez (cb); Paul Motian (batt)

Ispirandosi a “Explorations” (Riverside, 1961), Chick Corea rivisita materiale associato a Bill Evans, insieme a brani originali dei membri della band e a due composizioni che non hanno alcun legame con Evans: Hot House di Tadd Dameron e Little Rootie Tootie di Thelonious Monk. In tutto, sono diciannove i brani esplorati dal trio, che includono momenti di grande ispirazione e straordinario interplay. Sono tratti da ventiquattro set da novanta minuti ciascuno, suonati fra il 4 e il 17 maggio 2010.

Corea sembra posseduto da un’energia senza freni. Non è mai al di sotto dell’eccellenza, e spesso raggiunge un livello che la maggior parte degli altri pianisti possono solo sognare. Particolarmente riuscite le tracce Bill Evans e Rhapsody, a firma del leader, e Little Rootie Tootie, inserito probabilmente per via della vecchia passione di Corea per Monk. In tutto il lavoro, Corea non rinuncia mai alla propria identità in favore di quella evansiana, rimanendo risolutamente sé stesso in un progetto che lo vede in combinazione con forse i due più famosi discepoli di Evans all’epoca viventi. (SN)

CD 1: Peri’s Scope / Gloria’s Step / They Say That Falling In Love Is Wonderful / Alice In Wonderland / Song No. 1 / Diane / Off The Cuff / Laurie / Bill Evans / Little Rootie Tootie

CD 2: Hot House / Mode VI / Another Tango / Turn Out The Stars / Rhapsody / Very Early / But Beautiful – Part 1 / But Beautiful – Part 2 / Puccini’s Walk

HOT HOUSE

CHICK COREA/GARY BURTON

HOT HOUSE

  • CONCORD, 2012 (UNIVERSAL)

Chick Corea (pf); Gary Burton (vib); Ilmar Gavilán (vl #10); Melissa White (vl #10); Juan Miguel Hernandez (vla #10); Paul Wiancko (vlc #10)

Il sodalizio tra Chick Corea e Gary Burton festeggia i suoi quarant’anni di attività con un album, “Hot House”, che ripropone l’idea di un jazz cameristico improntato su un serrato interplay, su perfetti incastri timbrici e su temibili trame armoniche.

In verità quest’ultima incisione si presenta come un qualcosa di completamente nuovo. Per la prima volta il duo si confronta su un repertorio di canzoni non composto per l’occasione ma scelto tra classici del jazz (Time Remembered, per esempio), della musica brasiliana (Chega de Saudade) e del pop (Eleanor Rigby). La meccanica interpretativa del duo è inconfondibile, lirica e al tempo stesso spietatamente impressionista. Essenziale ma anche estremamente virtuosistica. Il risultato è quello di scardinare l’impianto estetico originale dei brani proposti offrendone una rilettura singolare, come se fossero stati concepiti dal duo.

Ciascun tema è dettato all’unisono, attivando poi una sequenza di assolo mediamente di lunga durata dove Chick Corea e Gary Burton si scambiano voicing e linee di basso. Da notare l’ostinato ritmico che il pianista arrangia per Eleanor Rigby. Il disco si chiude con Mozart Goes Dancing, brano che non ha nulla a che vedere con ciò che si è ascoltato in precedenza. Si tratta di una partitura firmata da Corea, che vede il duo confrontarsi con un quartetto d’archi su una musica ispirata a Mozart ma eseguita con spirito latino-americano. (LV)

Can’t We Be Friends / Eleanor Rigby / Chega de Saudade / Time Remembered / Hot House / Strange Meadow Lark / Light Blue / Once I Loved / My Ship / Mozart Goes Dancing

CHICK COREA

THE CONTINENTS

  • DEUTSCHE GRAMMOPHON, 2012 (UNIVERSAL)

Chick Corea (pf); Tim Garland (sop, cl b, fl); Steve Davis (trn); Hans Glawischnig (cb); Marcus Gilmore (batt); Chamber Orchestra; Steven Mercurio (cond)

Il doppio album raccoglie i sei movimenti della suite “The Continents – Concerto For Jazz Quintet & Chamber Orchestra” (CD 1) e altre quindici tracce registrate in piano solo o in quintetto (CD 2). “The Continents” nasce in seguito a una commissione del Wiener Mozartjahr, nel 2006, con la quale si chiedeva di comporre musica per celebrare Mozart, che per il pianista americano è sinonimo di «joy of making music».

Corea concepisce il suo spartito di circa settanta minuti come un dialogo tra combo jazz e orchestra da camera. Offre spazio a numerosi inserimenti improvvisati, come testimonia l’ampio assolo di Tim Garland al flauto in Europe, del contrabbassista Hans Glawisching in Australia e dello stesso Corea in Africa e in Antarctica.

Di notevole grazia gli impasti timbrici: si assiste alla messa in scena di una ricca tavolozza sonora che mette insieme flauto, fagotto, clarinetto, pianoforte e archi. Lo stile compositivo di Corea predilige intricate trame ritmiche e uno spiccato gusto narrativo. Il secondo CD ospita musica ripresa nelle pause di registrazione della lunga suite: quattro brani in quintetto (dal mainstream di Lotus Blossom e Just Friends, al latin tinge di Blue Bossa alle open form di What’s This?) e una lunga serie di frammenti in piano solo. (LV)

Track list

CD1: Africa / Europe / Australia / America / Asia / Antarctica

CD2: Lotus Blossom / Blue Bossa / What’s This? / Just Friends / Solo Continuum 31 / Solo Continuum 42 / Solo Continuum 53 / Solo Continuum 64 / Solo Continuum 75 / Solo Continuum 86 / Solo Continuum 97 / Solo Continuum 108 / Solo Continuum 119 / Solo Continuum 1310 / Solo Continuum 1411

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