Christian Scott: “Nel mio album c’è la vita com’è”Tempo di lettura: 4'

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Si intitola “Christian Atunde Adjuah” il nuovo, doppio album di Christian Scott: il trombettista di New Orleans celebra le sue origini e la vita di tutti i giorni

DI EUGENIO MIRTI

Christian Atunde Adjuah" il nuovo album di Christian Scott
© DELPHINE DIALLO
“Christian Atunde Adjuah”: ventitré tracce per quasi due ore di musica. Non è molto frequente, nel jazz, imbattersi in un’opera di così ampie dimensioni.

Nel registrare un nuovo disco non penso mai a come sarà: quando compongo, la musica appare autonomamente, e infatti tutti questi brani è come se fossero venuti da loro. La mia band ha una straordinaria attitudine nel suonare il nuovo materiale e così, quando l’abbiamo provato e sviluppato insieme, non mi sono mai posto il problema della lunghezza. Mi piace esprimere ciò che voglio senza avere limiti.

 Ci sono due novità nella formazione, un nuovo pianista e l’aggiunta di tre fiati.

Ho inserito Lawrence Fields al pianoforte perché Milton Fletcher non lavora più nello show business: è diventato un sacerdote e ha smesso di suonare professionalmente. Ho invece deciso di aggiungere i fiati perché sono tutti vecchi amici di infanzia e mi piaceva l’idea di collaborare con qualche compagno dei vecchi tempi!

 Come mai avete scelto di usare spesso un suono “trattato” di pianoforte?

È un piccolo espediente per cercare di realizzare atmosfere diverse senza allontanarci troppo dal suono acustico e senza avvalerci di tastiere o sintetizzatori. Abbiamo appoggiato dei fogli di carta sulle corde del piano e così siamo riusciti a ottenere un suono ancora più aperto e pulito, enfatizzando l’aspetto percussivo.

 Spesso definisci il tuo stile come volto ad “allargare” (in inglese to stretch) i limiti del jazz: ci puoi spiegare questo concetto?

 Nella mia musica mi interessa includere tutto ciò che è nuovo, provando a far convivere stili differenti e mescolando le forme più varie, dai raga al pop alla classica: cerco così di realizzare una sorta di fusion del XXI secolo!

L’album, come testimoniano titolo, cover e liner notes, è dedicato alla tua appartenenza ai “mardi gras indians”, un gruppo etnico di New Orleans, misto di native americans e neri. Come ha influito sulla tua musica questo passato?

In senso assoluto, questa appartenenza non ha cambiato ciò che suono. Tuttavia mi interessava dichiarare in maniera esplicita le mie origini: alla luce di questa consapevolezza cerco di sviluppare un percorso originale e personale. A volte, nella storia del jazz, i musicisti hanno temuto questo genere di affermazioni, pensando che avrebbero influito negativamente sulla loro carriera. A me pare che riconoscere le proprie tradizioni renda ognuno di noi differente dall’altro.

Spesso i tuoi titoli, penso a Vs. The Kleptocratic Union (Ms. McDowell’s Crime) o a The Berlin Patient (CCR5), richiamano fatti di cronaca. Perché?

Credo che si possa realizzare musica per le ragioni più diverse, ma uno degli aspetti più importanti è quello di mostrare che nel mondo non ci sono solo situazioni positive o emozioni belle. Naturalmente non intendo dire al pubblico come comportarsi o che cosa pensare, cerco solo di indicare un problema che è reale.

La tua band ha un sound originale: quanto è il risultato di una tua personale concezione e quanto è dovuto alla libertà dei singoli?

Direi che e la mia band. Il leader e sia il giocatore più importante di una squadra sia il suo allenatore, e il sound di insieme ovviamente e quello che voglio io.

Dal futuro che cosa ti attendi?

Di migliorare di giorno in giorno.

CHRISTIAN SCOTT

CHRISTIAN ATUNDE ADJUAH

CONCORD, 2012

Christian Scott (tr, sirena, flic); Matt Stevens (ch); Lawrence Fields (pf, Rhodes, cemb); Kristopher Keith Funn (cb); Jamire Williams (batt); Kenneth Walhum III (ten CD2: #5); Corey King (trn CD1: #9, CD2: #4, #8, #10); Louis Fouche (alto CD1: #9, CD2: #8)

Il disco presenta l’originale commistione di jazz, rock, indie, ritmiche aggressive: un amalgama che già caratterizzava i lavori precedenti di Christian Scott, in particolare “Yesterday You Said Tomorrow” (Concord, 2010). La band, nonostante il cambio di pianista, appare ancora più affiatata, e la presenza dei tre nuovi fiati intensifica la potenza dell’ensemble, regalando anche una maggiore varietà timbrica.

Interessante l’uso del pianoforte “trattato”, che apporta atmosfere sognanti e fiabesche, ben integrate con le chitarre aggressive di Matt Stevens, autore anche di memorabili assolo. Il trombettista ancora una volta eccelle nel coniugare temi costruiti con melodie quasi “pure” a ritmiche iconoclaste che aggrediscono continuamente l’ascoltatore, in uno stile personale, maturo e riconoscibilissimo. (EM)

CD1 Fatima Aisha Rokero 400 / New New Orleans (King Adjuah Stomp) / Kuro Shinobi (Interlude) / Who They Wish I Was / Pyrrhic Victory Of aTunde Adjuah / Spy Boy-Flag Boy / Vs. The Kleptocratic Union (Ms. Mc- Dowell’s Crime) / Kiel / Of Fire (Les filles de la Nouvelle Orleans) / Dred Scott / Danziger

CD2 The Berlin Patient (CCR5) / Jihad Joe / Van Gogh (Interlude) / Liar Liar / I Do / Alkebu Lan / Bartlett / When Marissa Stands Her Ground / Cumulonimbus (Interlude) / Away (Anuradha & The Maiti Nepal) / The Red Rooster / Cara

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