Claudio Cojaniz: un pianista nella terra delle danzeTempo di lettura: 9'

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Claudio Cojaniz ha curato per Jazzit Records una selezione di nove brani tra i più rappresentativi della sua carriera. Ecco la vita del pianista friulano

TESTO DI FLAVIO MASSARUTTO; FOTO DI LUCA D’AGOSTINO/PHOCUS AGENCY

claudio cojaniz pianista vita

«Sono nato il 16 agosto 1952 a Palmanova (Udine, NdR). Mio padre Mario era figlio di contadini ma poi verso i vent’anni ha preferito uscire da quel mondo che non amava e ha fatto il fornaio. Mia madre, Marcella Dotto, vendeva sementi al mercato con i suoi fratelli» Inizia così la storia di Claudio Cojaniz, protagonista della nostra Cd Story.

«La mattina presto, verso le cinque, mio padre e i suoi fratelli accendevano la radio che trasmetteva musica sinfonica o lirica e io mi alzavo per poterla ascoltare; poi tornavo a letto. […] Qualcosa di straordinario per me era, quando veniva sera, in un grande spiazzo all’aperto,sentire le donne cantare mentre lavoravano in semicerchio. Noi ragazzini giocavamo e avevamo come sottofondo questi vecchi canti oppure il suono delle campane o i cori che provenivano dalle frasche».

Cervignano del Friuli, 22/02/2010 – Teatro Pasolini – A.P.TRIO ’09 – Claudio Cojaniz – pianoforte – Alessandro Turchet – contrabbasso – Luca Colussi – batteria – Foto Luca d’Agostino © 2010

L’esordio del pianista

Claudio Cojaniz è certamente uno tra i protagonisti del jazz italiano. Un musicista appartato, refrattario alle mode, ostile ai compromessi. Il suo percorso musicale è iniziato sul finire degli anni Sessanta ed è stato assai poco ortodosso: blues, musica accademica e poi jazz.

Incide il suo primo disco per piano solo nel 1983 (“Metronomes”, Ictus) e di seguito fonda il gruppo Tarahumara Unit con il quale incide due album (“Tarahumara”, Tunnel 1988 e “Ramo Ramo”, Fonit Cetra 1989). Con questa formazione il pianista anticipa l’ondata balcanica ancora da venire proponendo un’esuberante miscela di folk, jazz elettrico e avanguardia. Tiene concerti in Serbia, Vojvodina e Cecoslovacchia, dove registra per l’etichetta nazionale Supraphon (“Concert In Praha”: il disco però non vedrà mai la luce nel Paese travolto dalla Rivoluzione di Velluto).

L’esplosione con Maier

Arrivano gli anni Novanta e Cojaniz si concentra su progetti musicali meno affidati alla precarietà dei concerti nei club, lavorando con musicisti con i quali stabilisce un’affinità di lunga e feconda durata. In particolare, con il contrabbassista Giovanni Maier incide i successivi tre lavori (“Due”, CMC 1991; “Hasta siempre”, CMC 1993; “Alea”, Splasch 1994). Lo faranno conoscere e apprezzare come una delle voci più originali del panorama jazzistico italiano.

Blues: non solo musica

La musica di Cojaniz è già perfettamente delineata in queste incisioni che, insieme a “Hermanos” (Splasch, 1998) e “Blue Demon” (Splasch, 2000) coprono un decennio di intense e tumultuosa attività artistica. Al centro del discorso c’è sempre il blues.

«Il blues è prima di tutto un modo di essere con sé stessi e verso gli altri: è solidale con ogni essere vivente, insegna il rispetto della natura e delle vite di tutti». Blues come idea e pratica musicale e filosofica. Blues come ideologia. Come scelta di campo, primato del corpo e della sensualità. Anche quando Cojaniz si addentra nei territori dell’improvvisazione più radicale, non perde mai il legame con una fisicità che gli deriva da una storia e una quotidianità rivendicate con orgoglio.

Cojaniz e Giancarlo Schiaffini

Da Duke Ellington a Monk

La cifra stilistica che pervade il pianismo di Claudio Cojaniz è un insieme di lirismo, passione e abbandono. L’approccio allo strumento predilige un tocco percussivo e contrasti timbrici. I suoi riferimenti stanno nello stride piano e nei pianisti che a questo hanno sempre guardato, da Duke Ellington a Thelonious Monk. I suoi materiali preferiti sono temi semplici dal netto profilo melodico che è in grado di sfruttare al massimo del contenuto emotivo.

Quanto ai suoi concerti di piano solo, sono un’esperienza di coinvolgimento che difficilmente si dimentica. Da abile affabulatore, non solo al pianoforte ma anche nella conversazione, riesce a mescolare riconoscibilità e sorpresa secondo la migliore tradizione jazzistica. Nel suo repertorio troviamo classici del jazz ma anche della canzone popolare politica come la guevarista Hasta siempre.

Attraverso l’analisi condotta con appassionata dedizione intorno al magistero di Monk (i cui frutti discografici si trovano nel citato “Blue Demon” e nei successive “Romantic Circle” Splasch, 2002 e “Intermission Riff” Caligola, 2008), Cojaniz compie un viaggio nella tradizione jazzistica e approfondisce il suo rapporto con il pianoforte fino a un livello di simbiosi totale: «Lo adoro ed è parte integrante del mio corpo, anzi: a volte è il mio corpo stesso».

Caligola Records: una nuova fase musicale

L’ultimo dei lavori citati, “Intermission Riff”, appartiene al corpus delle incisioni pubblicate con l’etichetta Caligola del critico e organizzatore veneziano Claudio Donà. Con lui dal 2004 Cojaniz ha stretto una collaborazione che dura tuttora, come testimonia il cd allegato a questo numero della rivista.

Il primo capitolo di questa collaborazione è “War Orphans” in duo con il trombonista Giancarlo Schiaffini. Il disco segna, accanto al ritorno in studio con il musicista romano dopo “Alea” (Splasch, 1994), una nuova fase del pianista. Esaurito il lavoro su Thelonious Monk, che rappresentava una ricerca verticale nelle viscere del mondo enigmatico del grande pianista, Cojaniz sembra essere attratto dagli sviluppi di tipo orizzontale, dalle forme estese e cicliche, dalla fascinazione innodica.

Con Schiaffini incide due estese versioni, l’una di Lonely Woman e l’altra di War Orphans. Composizioni che nelle sue mani diventano il pretesto per una ricapitolazione dell’analisi monkiana e per l’inizio di una riflessione sull’african piano di Abdullah Ibrahim.

Lo aveva già in passato frequentato ma ora sembra attrarlo prepotentemente. Il disco si regge su un perfetto equilibrio tra arditezze strumentali e canto grazie alla capacità di Cojaniz di stimolare il lato blues del trombonista qui presente con una prova di altissimo livello.

Foto Luca d’Agostino/Phocus Agency © 2009
Udine, 24/06/2009

“NION” PROJECT (Not In Our Name)
una produzione Euritmica

CUONG VU, tromba, GIANCARLO SCHIAFFINI, trombone, tuba FRANCESCO BEARZATTI, sax tenore, MARIA VICENTINI, violino
CLAUDIO COJANIZ, pianoforte, direzione, DANILO GALLO, contrabbasso, ROMANO TODESCO, contrabbasso, fisarmonica,
ZENO DE ROSSI, batteria,
LUCA GRIZZO, percussioni

Oltre la musica

Più in generale, gli anni Zero sono per il pianista friulano anni convulsi da un punto di vista sia musicale sia private e pieni di ripensamenti, recuperi e nuovi approdi. Nel 2002 presenta la “Cantata per il Mancino”, un musical per voci, sestetto di ottoni bandistico e gruppo blues-rock, con canzoni e narrazioni dedicate al comandante partigiano suo compaesano, Gelindo Citossi.

L’opera purtroppo non è stata pubblicata pur essendo un documento di grande valore civile e spessore culturale. Sempre sul versante dell’impegno è da segnalare la sonorizzazione dal vivo di alcuni filmati sulla Prima guerra mondiale editi in “Non son tornati”(Cinemazero/Atracoustic, 2008), superba prova di piano solo ricca di elaborazioni e improvvisazioni su temi popolari con una versione agghiacciante dell’Inno di Mameli.

Il legame con la letteratura

Musicista curioso e avido d’incontri, Cojaniz si esibisce con poeti, scrittori e cantautori e volentieri cerca musicisti delle nuove generazioni. Nel 2004 incontra il sassofonista, anche lui friulano ma residente a Parigi, Francesco Bearzatti. Con lui inciderà in duo “Beat Spirit” (Caligola, 2009) dove trovano posto anche alcuni testi recitati tratti dal suo romanzo Cobra 13 (Kappa Vu, Udine 2007).

Va ricordato, infatti, che Claudio Cojaniz alterna l’attività musicale con la scrittura (oltre al volume citato, ha pubblicato i romanzi Questione Lagrand e Angelo di Dolegna per Campanotto Editore, Udine, 2000 e 2008) e l’enigmistica della quale è un praticante assiduo.

N.I.O.N. Orchestra

Il decennio si chiude con il vertice della produzione recente di Claudio Cojaniz: “Howl” (Caligola, 2010) con la N.I.O.N. Orchestra.

Sono della partita due solisti di fama internazionale come il sassofonista Francesco Bearzatti e il trombettista Cuong Vu, una ritmica d’eccezione con i contrabbassi di Romano Todesco (anche alla fisarmonica) e Danilo Gallo, la batteria di Zeno De Rossi e le percussioni di Luca Grizzo. Completano l’ensemble la violinista Maria Vicentini e il trombonista Giancarlo Schiaffini.

L’orchestra è nata grazie alla lungimiranza di Giancarlo Velliscig, organizzatore del Festival Udin&Jazz, che ne ha patrocinato le esibizioni dal vivo e amorevolmente consentito la pubblicazione discografica grazie a una positiva sinergia con l’etichetta Caligola.

La musica è un’esplosione di ritmi e colori, esprime un’incontenibile gioia danzante e sa inglobare creativamente le diverse musiche del mondo (Africa, Balcani, Asia). Solisti eccezionali e groove imponente. Cojaniz realizza l’utopia di un collettivo che ricorda le felici stagioni del free orchestrale ma senza le velleità e gli intellettualismi del passato.

Joannis, 15/01/2012 – Agriturismo Agli Ippocastani – Diavoli Rossi – Foto Luca d’Agostino/Phocus Agency © 2012

Irresistibili i brani African Market, il commovente Blues (Requiem For Che), l’ultra-free-bop Claryspitfire, Medicine Man con i suoi echi classicheggianti e i suoi aromi orientali e la struggente e innodica Howl.

L’orchestra ha ospitato nel 2011 il violinista Alexander Balanescu e ci auguriamo che il concerto sia presto pubblicato.

Red Devils Band

Un passo aggiuntivo verso una musica dichiaratamente trasversale e inclusiva è l’ultima creatura di Claudio Cojaniz, i Red Devils. Lo stesso musicista la presenta così: «Nella Red Devils Band (venti musicisti, nove fiati, chitarra rock, blues harp, due fisarmoniche, due bassi, percussioni e batteria, un rapper e un angelo balcanico alla voce femminile) la contaminazione totale è la struttura di fondo.

La musica presenta temi brevi ma arrangiamenti complessi, che intrecciano contrappunto e fuga barocca, come anche la tradizione di Count Basie, Duke Ellington e Charles Mingus. Il blues è sempre presente, ma anche ritmi balcanici e mediterranei, richiami alla tradizione sia africana sia asiatica; e ancora citazioni bandistiche, barocche e divertissement.

C’è tanta improvvisazione alla maniera etnica, ma anche be bop. I musicisti provengono da esperienze molto diverse e storicamente contrastanti: la Red Devils è una festa. Oggi la mia musica si muove sempre più tra realismo e Babele».

Territory band che riunisce la «meglio gioventù» musicale friulana, i Red Devils hanno inciso un disco (“Carmen – The Land Of Dances”, Euritmica/Kappa Vu 2012, con allegato un fumetto) e letteralmente travolto il pubblico di Udin&Jazz 2012.

Il jazz del futuro? Così la pensa al riguardo Claudio Cojaniz: «Il jazz deve assolutamente ritrovare il suo habitat. È una specie selvaggia, difficilmente coltivabile. Ed è, per sua stessa natura, onnivoro, per cui ha a che fare con tutti i suoni e tutte le culture del mondo. È inclusivo e ciò lo rende vivo».

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