Claudio Fasoli: “Il suono personale e imprevedibile”Tempo di lettura: 6'

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Claudio Fasoli, sassofonista di lungo corso, ha deciso di aprirsi all’elettronica. In questa intervista ci racconta com’è nato il suo ultimo album, “Avenir”

DI SERGIO PASQUANDREA

©ROBERTO CIFARELLI
©ROBERTO CIFARELLI

Claudio Fasoli è un artista che ha saputo costruirsi un percorso personale, lontano dalle mode o dalle spettacolarizzazioni fini a sé stesse. Dopo l’esordio, a metà anni Settanta, con lo storico Perigeo, che gli permise di accedere alla notorietà, ha messo insieme un curriculum di collaborazioni con il meglio del jazz italiano e internazionale, lavorando sulla cura del suono (che trova una strada originale tra il modello shorteriano e le influenze europee), su una cifra compositiva del tutto personale e su uno stile improvvisativo che parte dal modern mainstream, per declinarlo però secondo una poetica che coniuga i poli, apparentemente opposti, dell’azzardo e controllo.

Dopo alcuni anni in cui la sua attività si era concentrata soprattutto sul versante acustico, ora pubblica “Avenir”. Un disco che lo vede in compagnia della chitarra elettrica di Michele Calgaro, del contrabbasso di Lorenzo Calgaro e della batteria di Gianni Bertoncini, che ha portato nel gruppo anche il suo interesse per l’elettronica.

Negli ultimi anni, avevi lavorato soprattutto con un ensemble acustico, l’Emerald Quartet (con Mario Zara al pianoforte, Yuri Goloubev al contrabbasso e Marco Zanoli alla batteria). Questo disco vede l’esordio di un nuovo gruppo: è questa la tua attuale band, o sono ancora entrambe attive?

In realtà le band sono entrambe attive, ma in questo momento mi sto concentrando di più sui “Four” che sono il gruppo più recente. Direi che sono due band complementari. Ma dopo tre cd e quattro anni in cui ho lavorato esclusivamente con l’Emerald Quartet, mi piaceva l’idea di cambiare contesto, di suonare con un gruppo che avesse una diversa sonorità, che ad esempio usasse la chitarra al posto del pianoforte.

Claudio Fasoli intervista ©ROBERTO CIFARELLI
«Personalità e imprevedibilità sono due parametri fondamentali di questo progetto, e mi piacerebbe che ne costituissero il marchio distintivo. E poi aggiungo la componente compositiva, dato che per la prima volta ho registrato una raccolta di brani non esclusivamente miei» ©ROBERTO CIFARELLI
I componenti dei “Four” sono tutti musicisti con cui avevi già suonato in passato, in diverse occasioni. Com’è nata l’idea di metterli insieme per questo progetto?

Tutto è nato dalla possibilità di fare alcune date insieme, e ne ho approfittato per ritrovarmi con questi amici con i quali non lavoravo da alcuni anni. Ho sottoposto loro una serie di brani, alcuni nuovi, altri che già eseguivamo in passato. È stata tanta la gioia di suonare di nuovo insieme e la soddisfazione per il risultato, che alla fine è nata l’idea di cominciare a pensare a un disco. Ora siamo in procinto di terminare anche una nostra seconda registrazione.

I brani sono stati composti in funzione di questo particolare ensemble?

Alcuni brani sono nati proprio in funzione di questo gruppo e delle sue caratteristiche. Ad esempio il primo brano del disco, che s’intitola Far Islands, o il quarto intitolato No Kidding, sono nati proprio come risposta alle peculiarità di questa formazione e non avrei potuto registrarli con altri gruppi. Altri, invece, sono brani preesistenti: Legs, per esempio, è ripreso da un disco registrato con Mick Goodrick, Palle Danielsson e Tony Oxley, che s’intitolava “Bodies” (Nueva Records, 1990, ndr), nel quale ogni traccia era dedicata a una parte del corpo; questa si chiama Legs perché il tema può richiamare una sorta di danza popolare, una festa di paese. Anche Len viene da un’esperienza di qualche anno fa, con Paolo Birro e Marco Micheli (“Adagio”, Alma Music, 2007, ndr).

A differenza dell’Emerald Quartet, che lavorava su strutture più tradizionali, in questo disco hai adottato un approccio più aperto.

Dipende da che cosa s’intende per “aperto”. In effetti, l’unico brano veramente “aperto” è Len, mentre tutti gli altri sono basati su strutture predeterminate, anche se, in effetti, piuttosto anomale, e che perciò possono dare quest’impressione di essere “aperte”. Ad esempio, Far Islands è basato su delle vere e proprie “isole” sonore, molto distanti l’una dall’altra; l’effetto ottenuto è proprio quello di una non-coerenza programmata. Si cercava di capire – per così dire – fino a che punto era possibile spingersi nel senso del rischio e del paradosso. L’unico elemento che giustifica l’intero congegno è la presenza, lungo tutto il brano, della cassa che rimane sempre rigorosamente in quattro, un po’ come in un brano techno.

Come sono cambiati gli equilibri sonori del gruppo, con l’introduzione della chitarra elettrica, uno strumento che ha possibilità timbriche molto diverse rispetto al pianoforte?

Certamente la chitarra elettrica ha numerosissime possibilità timbriche, però qui Michele Calgaro le sviluppa solo in parte. Un approccio che io condivido, perché per me quel che davvero conta non sono le possibilità in sé, ma piuttosto il modo in cui esse vengono gestite. Per come la vedo io, non è il suono che fa la musica, ma è piuttosto il musicista che fa il suono. La parsimonia con cui Michele usa gli effetti della chitarra si adatta benissimo alla musica di questo gruppo.

Anche perché poi c’è Gianni Bertoncini che non è solo un grande batterista, ma anche un grande musicista, in senso lato. In particolare, Gianni ha un talento speciale nella gestione di materiale elettronico e rumoristico: e, infatti, io che lo immaginavo sono stato subito intrigato dalla possibilità di sfruttare queste sue capacità nel gruppo, com’è puntualmente avvenuto. Gli ho dato mano libera e ho lasciato che rendesse concrete tutte le idee che mi sottoponeva, sposando in pieno anche quelle più rischiose. Mi piaceva che questo materiale fosse del tutto imprevedibile.

Gli inserti elettronici sono stati inseriti “live”, oppure in post-produzione?

L’uno e l’altro. In effetti, usiamo l’elettronica anche nelle esibizioni dal vivo, recuperando in parte le sequenze elettroniche usate nel disco e aggiungendone di nuove.

Lorenzo Calgaro ha scritto due brani del cd e ne ha co-firmato uno con te.

Lorenzo è un gran contrabbassista, un compositore molto originale e anche un bravissimo ingegnere del suono. È lui che ha lavorato sul sound del disco, e secondo me ha fatto davvero un ottimo lavoro.

Se dovessi indicare i tratti più specifici di questo progetto?

Vorrei puntare l’attenzione sull’uso dell’elettronica e degli elementi rumoristici, perché non si tratta di aggiunte superficiali. In questo disco hanno una funzione a volte coloristica e a volte ritmica, e rappresentano un’opportunità straordinaria per personalizzare il discorso musicale e aggiungervi imprevedibilità. Personalità e imprevedibilità sono due parametri fondamentali di questo progetto, e mi piacerebbe che ne costituissero il marchio distintivo. E poi aggiungo la componente compositiva, dato che per la prima volta ho registrato una raccolta di brani non esclusivamente miei. Il risultato è comunque assai unitario e convincente: questo dimostra anche che intendiamo la musica in maniera complementare e integrata

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