Sam Rivers in 10 dischi imperdibili: discografia essenzialeTempo di lettura: 5'

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Abbiamo selezionato, tra i tanti capolavori della discografia di Sam Rivers, 10 dischi particolarmente rappresentativi e imperdibili, prodotti in veste di leader o come sideman

SAM RIVERS

FUCHSIA SWING SONG

  • BLUE NOTE, 1964

Esordio discografico di un Rivers ormai già quarantunenne. Le insistenze di Alfred Lion fecero sì che il sassofonista moderasse i suoi fervori avanguardistici e mostrasse tutto il suo debito verso la tradizione. Complice, in questo, anche uno straordinario Jaki Byard, sotto le cui dita passa l’intera storia del jazz; completano la formazione Ron Carter e Tony Williams. Uno dei dischi più famosi di Rivers, e un ottimo punto d’inizio per cominciare a esplorare la sua parabola artistica.

 Sam Rivers in 10 dischi imperdibili: discografia essenzialeANTHONY WILLIAMS

LIFE TIME

  • VORTEX/ATLANTIC, 1968

Il primo disco da leader del diciannovenne Anhony Williams mette in fila una lineup da sogno: Sam Rivers, Bobby Hutcherson, Herbie Hancock e Ron Carter. Vale a dire, tre quinti del quintetto di Miles, con l’aggiunta di due dei più avventurosi musicisti in circolazione all’epoca. Musica allo stesso tempo astratta e travolgente, fatta di strutture sfuggenti e metamorfiche, di assolo librati nella libertà formale. Il disco fornisce un ottimo contrasto con lo stile più tradizionale di “Fuchsia Swing Song”.

MILES DAVIS

MILES IN TOKYO

  • CBS/SONY, 1969

Unica testimonianza ufficiale del breve passaggio di Rivers nel quintetto di Miles Davis, nel periodo di transizione fra l’uscita dal gruppo di George Coleman e l’ingresso di Wayne Shorter. Questo disco (registrato nel 1964, ma pubblicato solo cinque anni dopo, e solo per il mercato giapponese) è una delle testimonianze più precoci del suo stile. Il sassofonista ha già maturato un approccio personalissimo, che gli consente di muoversi dentro e fuori le strutture con assoluta libertà.

 SAM RIVERS

DIMENSIONS & EXTENSIONS

  • BLUE NOTE, 1967

Se in “Fuchsia Swing Song” Rivers era ancora saldamente piantato nella tradizione, qui lo si vede già decisamente lanciato verso l’avanguardia. La formazione raccoglie un manipolo di ottimi (e spesso misconosciuti) maestri: James Spaulding a flauto e sax contralto, Donald Byrd alla tromba, Julian Priester al trombone, più la ritmica di Cecil McBee e Steve Ellington. Siamo già ai confini estremi tra l’hard bop più avanzato e la totale libertà, con uscite solistiche di Rivers alternate a furiose improvvisazioni collettive.

A chi non conosce ancora la sua arte, non si può che rivolgere l’invito che Rivers stesso ripeteva al pubblico alla fine dei suoi concerti: «Ditegli che cosa si sono persi»

DAVE HOLLAND QUARTET

CONFERENCE OF THE BIRDS

  • ECM, 1973

 La conferenza degli uccelli è un antico poema mistico persiano del XII secolo. Dave Holland lo usa come pretesto per scrivere un mantra in cinque quarti, dove i flauti e i sax di Rivers e di Anthony Braxton (accompagnati dalle percussioni e dalla marimba di Barry Altschul) si incrociano in voli di straordinaria suggestione. Il resto del disco è un free jazz costruito sì su forme aperte, ma fondate su un solido senso dello sviluppo melodico, capace di fondere avanguardia e lirismo.

SAM RIVERS WINDS OF MANHATTAN

COLOURS

  • BLACK SAINT, 1982

Ancora un’altra faccia del talento di Sam Rivers che arrangia sei brani per un ensemble esteso (undici musicisti), composto di soli fiati (sax e flauti, per la precisione) e denominato “Winds of Manhattan”; tra i componenti, spiccano i nomi di Steve Coleman e Bobby Watson. Partiture complesse, dai colori screziati, ricche di linee contrappuntistiche, nelle quali Rivers riesce a coniugare la sperimentazione timbrica e formale con un brillante senso dello swing, pur in assenza di una sezione ritmica.

SAM RIVERS

CRYSTALS

  • IMPULSE!, 1974

Primo esperimento orchestrale di Rivers, che vi raccoglie brani scritti nel corso di oltre quindici anni. Si tratta di una vera e propria big band d’avanguardia, che coinvolge una sessantina di musicisti del livello di Hamiet Bluiett, Andrew Cyrille, Billy Hart, Grachan Moncur, Bill Stewart, Reggie Workman. Ma, oltre ai contributi solistici, è la lucidità della visione di Sam Rivers a risaltare, mettendolo alla pari di grandi compositori e arrangiatori come Muhal Richard Abrams o Sun Ra.

SAM RIVERS’ RIVBEA ALL-STAR ORCHESTRA

INSPIRATION

RCA, 1999

Negli ultimi anni Sam Rivers si è dedicato con particolare cura a due formazioni: da una parte l’orchestra, dall’altra il trio. Questo disco (così come il gemello “Culmination”, uscito l’anno seguente), si è guadagnato una nomination al Grammy. Una formazione stellare (Greg Osby, Steve Coleman, Hamiet Bluiett, Baikida Carroll, Ralph Alessi) swinga su complesse partiture che contrappongono cluster sonori ed esplosioni di improvvisazione collettiva. C’è anche una rilettura del suo classico Beatrice.

SAM RIVERS

THE QUEST

RED RECORDS, 1976

Registrato a Milano, durante una delle sue frequenti tournée italiane, vede il polistrumentista impegnato al sax tenore e soprano, flauto e pianoforte, in compagnia di Dave Holland e Barry Altschul, che all’epoca erano i suoi accompagnatori abituali. A cinquantatré anni suonati, Rivers era all’apice della fama, onnipresente sulle scene europee, e questo disco coglie alla perfezione le sue performance dell’epoca: lunghi, estatici flussi di musica interamente improvvisata, dalla tensione a volte quasi insostenibile.

SAM RIVERS

CELEBRATION

POSI-TONE, 2004

Il trio con Doug Mathews (contrabbasso e clarinetto basso) e Anthony Cole (batteria, pianoforte e sax) era la working band di Rivers fin dalla metà anni Novanta, quando il polistrumentista si era trasferito a Orlando, in Florida. Questo disco li coglie dal vivo in California nel 2003, in occasione dell’ottantesimo compleanno del leader. Che dimostra di aver conservato tutta l’inventiva, il vigore e l’entusiasmo dei suoi anni migliori. Musica astratta, angolare, swingante, avanguardistica: insomma, puro Rivers.

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