Il pianista Enrico Zanisi presenta “Life Variations”Tempo di lettura: 3'

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Enrico Zanisi, giovane pianista romano, ha registrato il suo secondo album da leader, “Life Variations”, con Alessandro Paternesi e Joe Rehmer: “Nel nostro trio, un’intesa perfetta”

DI LUCIANO VANNI

pianista Enrico Zanisi "Life Variations" Alessandro Paternesi e Joe Rehmer

Enrico Zanisi, come e quando nasce il tuo trio?

Circa due anni fa, quando riaprì il Music Inn (jazz club di Roma, NdR), Alessandro Paternesi ed io siamo stati chiamati per formare il trio che avrebbe aperto le jam session del giovedì. Anche se ci conoscevamo già da un po’ di anni, con Alessandro avevo cominciato a suonare da poco ma nacque da subito una felice intesa musicale. In lui mi aveva colpito la grande padronanza dello strumento, oltre che una profonda conoscenza della musica e una sensibilità fuori dal comune.

Fin dalle prime prove ho avvertito la sua personalità, la sua originalità e la sua freschezza nel mettersi sempre al servizio della musica, senza sentirsi in obbligo di dover mai dimostrare niente. Suonava come se fosse la cosa più bella e spontanea del mondo. Fu Alessandro a suggerirmi di coinvolgere Joe. Già dalle prime note capii di aver trovato un grande contrabbassista, tanto solido quanto versatile, con un suono profondo e sicuro, e dotato di una grande sensibilità musicale.

Suonavamo molti standard. Poiché la situazione mi stimolava molto e avevamo l’opportunità di suonare ogni giovedì, decisi di portare qualche brano mio. La naturalezza con cui Joe e Alessandro interpretavano i miei brani, la capacità di intuire la direzione musicale da prendere e la conseguente felicità che questo stato di cose portava tra noi, mi spinse a scrivere tanta musica e a portare avanti il progetto.

Quali sono i tuoi modelli di riferimento espressivo sul fronte del piano trio?

Il primo disco di jazz che ho ascoltato, e in parte trascritto, è “The Sound Of The Trio” di Oscar Peterson. Peterson è stato il primo musicista di cui mi sono innamorato: tecnica cristallina (per me che venivo dalla classica era strabiliante!), swing incredibile e grande naturalezza. Poi, per caso, lessi un articolo su Brad Mehldau, pianista a me sconosciuto. Comprai un disco, “The Art Of The Trio – Volume One” e capii di aver trovato la mia strada.

Negli anni ho divorato tutti i dischi di questo pianista. Ne ho studiato la storia e la tecnica, il suo approccio allo strumento e anche alla vita. Mehldau ha scritto degli articoli e delle note di copertina veramente interessanti dal punto di vista filosofico. Il suo modo di suonare e il modo in cui il trio suonava (in particolare mi riferisco a quello con Jorge Rossy alla batteria) mi lasciarono senza fiato.

L’uso della mano sinistra in maniera melodica, l’incastro cameristico degli strumenti, la sicurezza ritmica e la chiarezza d’insieme, sono alcuni degli elementi che ho cercato di sviluppare nei miei studi.

Quali sono, a tuo avviso, le dominanti “caratteriali” del tuo modo di comporre?

Mi piace molto la concezione contrappuntistica della musica, in cui più melodie si incrociano e vanno a formare l’armonia. Scrivo spesso melodie che si incastrano con i movimenti melodici del basso o delle voci intermedie, perché credo che ciò dia più respiro alla musica, che lasci più spazi.

Che cosa ti piace di più e cosa ti piace di meno di “Life Variations”?

 Mi piace l’insieme, la sua organicità e il fatto che riesca a descrivere un percorso nella sua immediatezza. Essendo un’istantanea di un momento storico, avrà i sui pregi e i suoi difetti ma non c’è niente che non mi piaccia veramente, tutto è stato suonato con la massima sincerità e spontaneità. Questo è quello che conta per me.

Tre parole per descrivere il tuo disco.

Sincero, organico, vitale.

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