“301”, un altro Esbjörn Svensson nel disco postumoTempo di lettura: 13'

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Dopo “Leucocyte”, ecco un’altra opera postuma del pianista Esbjörn Svensson, deceduto nel 2008: “301” raccoglie le registrazioni di una tournée in Australia. Ce lo raccontano Magnus Öström e Dan Berglund

DI STUART NICHOLSON

ESBJÖRN SVENSSON
ESBJÖRN SVENSSON © JOERG GROSSE GELDERMANN

Dischi come “301” degli e.s.t. non vengono fuori tutti i giorni. Né tutti i mesi, e nemmeno tutti gli anni. In effetti, un po’ come gli avvistamenti dell’Abominevole uomo delle nevi, del delfino rosa o della leggendaria capra Dahu delle Alpi, dischi di qualità come questo sono decisamente una rarità. All’improvviso, out of the blue come dicono gli inglesi (e, infatti, la copertina del disco è di un blu intenso), esce questa sessione con Esbjörn Svensson, Dan Berglund e Magnus Öström, registrata nel gennaio del 2007.

L’incisione ha avuto luogo a Sydney, nello Studio 301, durante una pausa del loro tour australiano. Il materiale ammonta a un totale di nove ore, in parte già pubblicate nel 2008 su “Leucocyte”.

Leucocyte

Eppure, “301” suona come se fosse registrato su un altro pianeta di un altro universo. Ruggisce dove “Leucocyte” rimane sotto il punto di ebollizione, ha potenza dove “Leucocyte” ha levigatezza e accumula un potente impatto emozionale dove “Leucocyte” ti dà solo una puntura sulla guancia.

Dalla tragica morte di Esbjörn Svensson, nel giugno 2008, i nastri erano rimasti sullo scaffale, perché il pensiero di ritornare su quel materiale era troppo doloroso. L’idea originale era di far uscire un doppio cd, o due dischi consecutivi, tratti dalla loro lunga tournée australiana. La prematura morte di Svensson aveva fatto abortire questi progetti e, alla fine, soltanto “Leucocyte” era stato pubblicato.

Solo nella primavera del 2011 Dan Berglund e Magnus Öström si sentirono pronti a riascoltare il materiale. ≪Era rimasto lì per tutto quel tempo≫, racconta Öström. ≪Era stato Esbjörn a svolgere la maggior parte del lavoro di revisione per “Leucocyte”, quindi se anche avevamo ascoltato quel materiale, forse non lo avevamo fatto con molta attenzione.

Quando ci siamo trovati a riascoltarlo, sono stato davvero sorpreso del suo livello. Suonava talmente fresco che ne sono rimasto davvero contento, perché avevamo del materiale di buona qualità da pubblicare≫. Berglund è d’accordo e aggiunge: ≪Avremmo dovuto pubblicare un doppio cd ma alla fine ne pubblicammo uno singolo. Nonostante sapessimo che c’era altro materiale, sono rimasto sorpreso del fatto che ce ne fosse cosi tanto che davvero mi piaceva≫.

Purificarsi suonando

Insieme ad Ake Linton, che è stato il tecnico del suono degli e.s.t. e che si è seduto al mixer in oltre cinquecento loro concerti, Öström e Berglund hanno scelto il materiale migliore per la registrazione. L’idea alla base della sessione era stata di andare in studio senza alcuna programmazione, e suonare.

≪Avevamo provato qualcosa del genere già nel 2000, o nel 2002≫, ricorda Öström. ≪Un po’ come andare in studio a purificarci! Prendere qualunque cosa avessimo, tirarla fuori e metterla su disco, una cosa un po’ catartica! Abbiamo suonato per divertirci e vedere che cosa veniva fuori.

Con questo disco, volevamo testare il livello energetico che avevamo durante un tour, e anche testare le parti improvvisate, che erano diventate sempre più estese negli anni in cui avevamo suonato dal vivo, e mettere il tutto su nastro. Forse avevamo in mente di fare anche un disco: ovviamente non sapevamo come sarebbe riuscito, ma il pensiero sostanziale era quello.

L’approccio era di riscaldarci un po’, ottenere un buon suono, un giusto equilibrio, e poi premere il pulsante “registra”. Si partiva dalla base, non c’erano idee predefinite, programmi. Uno partiva, gli altri due lo seguivano e si andava avanti da lì. Si era totalmente liberi, in effetti. Suonavamo per un’ora, poi per un’ora e mezza, poi facevamo una pausa: così come ci veniva!≫.

Lo straordinario pianista Esbjörn Svensson

Ascoltando brani come Three Falling Free Part II, Inner City, City Lights e The Childhood Dream, si capisce quale straordinario pianista fosse Esbjörn Svensson. E non si tratta solo della sua gamma emozionale, ma anche del fatto che, sia dal vivo sia su disco, tenesse sotto controllo la sua straordinaria tecnica da virtuoso. Qui, però, abbiamo la possibilità di gettare un’occhiata su un Esbjörn a briglia sciolta.

Mi ha fatto tornare in mente una sessione di registrazione degli e.s.t. negli studi Atlantic di Stoccolma, alla quale ebbi occasione di assistere. Arrivai in anticipo, ma Svensson era già al pianoforte che si riscaldava, prima ancora che il resto della band arrivasse. Dava le spalle alla cabina di controllo e guardava verso il contrabbasso di Berglund e la batteria di Öström, dall’altra parte dello studio di registrazione.

Un concertista classico, un jazzista virtuoso

Non aveva idea che ci fosse qualcuno ad ascoltare, a parte l’ingegnere del suono Janne Hansson, il quale stave regolando i livelli sonori sorseggiando una tazza di caffè forte. Svensson era a metà di uno studio di Chopin, seguito poi da alcuni passaggi, dall’esecuzione impeccabile, tratti dal primo movimento del Quinto concerto per pianoforte di Beethoven.

Il suo tocco, la sua tecnica, l’attenzione alle dinamiche erano quelle di un concertista classico, ma all’improvviso sfociò in un velocissimo blues in dodici battute, che continuò ancora e ancora, senza mai ripetersi, sempre crescendo, fino a culminare in un meraviglioso finale in block chords.

Hansson, che in quello stesso studio aveva registrato moltissimi successi degli ABBA, mi guardò di sottecchi, con il sorriso di uno che le aveva già viste tutte, ma che questa volta aveva assistito a qualcosa di speciale. Svensson era stato sbalorditivo. Dopo la sessione, mentre ci rilassavamo in un sushi bar, gli chiesi perché non permettesse mai al suo virtuosismo di farsi notare, né sui dischi né nelle esibizioni live. ≪Perché quello non sono io≫, rispose con semplicità.

Un lato nuovo

Quando ho riferito questa storia a Berglund e Öström, è stato Berglund il primo a rispondere. ≪Non è mai stato interessato a farsi notare, né su disco né nei concerti. Non era da lui: noi eravamo interessati a fare della buona musica insieme. Quando si ascoltano i grandi musicisti, si ha spesso l’impressione che potrebbero suonare veloci, molto veloci, ma non lo fanno. E questo fatto è ancora più interessante≫.

In ogni modo, entrambi concordano sul fatto che le circostanze di questa sessione, in cui le porte erano chiuse e ciascuno era libero di andare in qualunque direzione volesse, abbiano contribuito a far sì che Svensson rivelasse una parte di sé che era sempre rimasta sconosciuta al grande pubblico.

≪Forse era il momento giusto per provare roba nuova, sentirsi liberi, dato che non c’era nessuno ad ascoltare tranne noi≫ riflette Öström. ≪Eravamo al sicuro in quella stanza e lui si è potuto lasciar andare senza alcuna preoccupazione. Nella sua mente si sentiva libero, straordinariamente libero, e forse più a suo agio nel provare quel che voleva. Non so, non ne abbiamo mai parlato.

Non so dove sarebbe potuto arrivare se fosse vissuto, non lo so. Forse avvertiva che quella cosa avrebbe funzionato, perché era sempre a suonare e a esercitarsi, e il suo livello non faceva che crescere. Andava sempre avanti, quindi forse per lui questo era un nuovo gradino da integrare nel suo stile e anche in sé stesso: tirare fuori il suo lato classico. Non so, sto solo speculando≫.

Less is more

Sicuramente si può raggiungere la grande arte sapendo come limitarsi. Nel jazz non c’è miglior esempio di questo approccio “less-is-more” di quello rappresentato da Miles Davis, un musicista che all’inizio poteva venire scambiato per Dizzy Gillespie (basta ascoltare il suo assolo su Overtime, tratto dalla sessione dei Metronome All Stars del 3 gennaio 1949), ma poi scelse di limitarsi alle note che davvero contavano.

Allo stesso modo Svensson, in parte sotto l’influenza del grande pianista svedese Jonas Johansson, scelse di riportare il suo stile fino all’essenza stessa della melodia, piuttosto che esibire la sua notevole tecnica. Naturalmente, ci sono momenti in cui si sono avuti indizi della sua tecnica, ma sempre al servizio del brano, non di sé stesso, e mai nella misura che si può sentire su “301”.

L’analogia con Davis (e non si sta certo sostenendo che Esbjörn Svensson fosse un altro Miles, ma solo tracciando uno dei tanti precedenti, fra i quali si possono includere anche Count Basie e Lester Young) non è l’unica che si può tracciare. Dal 1969 fino al 1975, quando il trombettista si auto-esiliò dal mondo della musica, i suoi dischi erano costruiti in larga parte da improvvisazioni libere e spontanee, che in seguito venivano editate da Teo Macero fino a produrre classici come “In A Silent Way” e “Bitches Brew”.

Di sicuro gli e.s.t. non pensavano a Miles Davis quando entrarono nello Studio 301, nel gennaio 2007. Ma il modus operandi era simile, anche se gli scopi erano abbastanza diversi (di nuovo, non si sta sostenendo che Esbjörn fosse un altro Miles, ma piuttosto si vuole evidenziare che le circostanze della creazione del disco hanno molti precedenti, da Davis al free jazz, a molto altro che sta nel mezzo).

La presenza elettronica

L’aspetto interessante, e forse il meno commentato, di “301”, è l’uso dell’elettronica, che è molto più ampio che in qualunque altro disco degli e.s.t., sia dal vivo sia in studio. Qui l’ingegnere del suono Ake Linton ha partecipato al processo creativo. Ha immesso nella musica effetti, distorsioni e aggiunte dal vivo, durante la registrazione del disco su nastro.

È una procedura che non si può annullare in fase di missaggio. Le sue prestidigitazioni elettroniche si aggiungevano a quelle di Svensson (che a un certo punto usa addirittura una radio a transistor) e a quelle dei laptop di Magnus Öström e di Dan Berglund.

≪Volevamo sperimentare in studio e avevamo la possibilità di farlo≫, dice Berglund. ≪Improvvisavamo con l’elettronica sul palco – tra un brano e l’altro, e all’inizio o alla fine dei brani – ma ora avevamo la possibilità di tentare ciò in maniera estesa. Mi piace questo approccio: acustico ed elettronico. Ciò significa che avremmo continuato a farlo? Davvero non lo so≫.

I colori di Magnus Öström

Nel suo ruolo di batterista e percussionista, Magnus Öström è stato forse il principale istigatore all’uso dell’elettronica nei concerti dal vivo, usandola spesso per colorare le parti d’insieme e gli interludi tra Svensson e Berglund. ≪Quando penso a me stesso, non mi vedo come un “batterista-batterista”≫, afferma. ≪Mi piacciono i suoni e i colori diversi, ed è così che approccio l’elettronica.

È un po’ come un nuovo colore: potrebbe essere un altro piatto, un altro tamburo, qualunque cosa; a volte capita che sia l’elettronica. È questo il mio approccio. Volevo integrarla nei suoni acustici, e spero che alla fine diventi organica con il normale suono di batteria, perché questo per me è molto importante, che non sia un “adesso è acustico, adesso è elettronico”, un andare avanti e indietro. Mi auguro che si percepiscano nuovi colori, che a volte capita siano elettronici≫.

ESBJÖRN SVENSSON Magnus Öström e Dan Berglund © JIM RAKETE
ESBJÖRN SVENSSON TRIO Da sinistra: Magnus Öström, Esbjörn Svensson e Dan Berglund © JIM RAKETE

Progetti per il futuro

Ascoltando “301”, sorge inevitabile una domanda. C’è in magazzino altro material degli e.s.t. adatto alla pubblicazione e, se sì, i fan possono aspettarsi altri dischi come questo? Dan Berglund fa una pausa, poi risponde: ≪Credo che se esaminassimo il materiale e pensassimo che ci fosse, in quel caso forse sì, ma per il momento questo è tutto. Ovviamente dovrebbe essere di qualità molto alta per pubblicarlo, perché se non lo fosse non lo faremmo uscire≫. Magnus Öström annuisce in segno di accordo.

Ma, se non ci sono progetti per altri dischi al momento, ce ne sono per una nuova collaborazione tra il bassista e il batterista? Stavolta è Öström a rispondere: ≪In questo momento, e l’abbiamo già detto altre volte, abbiamo bisogno di cercare ognuno la propria strada, con i propri progetti.

Chissà: l’estate scorsa abbiamo celebrato Esbjörn insieme, in un festival in Germania, abbiamo suonato con Pat Metheny e con altri musicisti e ci siamo davvero divertiti. Non si sa mai, quindi, che cosa possa riservare il futuro. Ovviamente, abbiamo percorso tanta strada insieme e quando ci ritroviamo, è facile ricomporre i pezzi, ma per prima cosa dobbiamo trovare l’ambiente giusto, qualcosa per cui pensiamo valga la pena tentare, e sarà davvero dura≫.

Berglund annuisce e aggiunge: ≪Sono d’accordo. Per il momento io sto lavorando con i Tonbruket e Magnus con la sua band: penso che abbiamo bisogno di starcene ognuno per conto proprio per un po’ e poi vedere se davvero vogliamo fare qualcos’altro insieme. Non si sa mai≫.

«Non si sa mai»

Quindi, Dan e Magnus non confermano né smentiscono nulla. Ma, per capire che i due insieme sono qualcosa di speciale, basta ascoltare l’incredibile empatia che condividono in “301”. Grazie alla sua spontaneità di costruzione è rivelatrice della reazione intuitiva di ciascuno agli impulsi improvvisativi dell’altro, persino più che non nelle situazioni in cui suonano all’interno di una composizione originale prestabilita.

Escluderebbero anche di collaborare insieme, ma con un altro pianista? ≪Non so≫, dice Öström pensosamente. ≪Sarebbe difficile immaginare di farlo. Ma con il passar del tempo potrebbe succedere: non si sa mai. Quanto a me, in questo momento sono in un gruppo con il contrabbassista Lars Danielsson e il pianist Tigran.

Abbiamo registrato per la ACT un disco intitolato “Liberetto”; ovviamente non è un trio con pianoforte, perché ci sono anche Arve Henriksen alla tromba e John Parricelli alla chitarra. Ma amo il pianoforte, il suono del pianoforte, il suo feeling e a me stesso piace suonarlo, perciò staremo a vedere.

Non è una porta chiusa, ma per il momento sto con Lars e sono contento così≫. Berglund annuisce e aggiunge: ≪Anch’io penso che sarebbe difficile cominciare un altro trio. Ma, come dice Magnus, non si sa mai. A febbraio abbiamo realizzato questo programma con Jamie Cullum alla radio, per la BBC, abbiamo suonato un paio di brani insieme. Ma non abbiamo in progetto di creare un nuovo e.s.t.!≫

ESBJÖRN SVENSSON TRIO

301

  • ACT, 2012 (EGEA)

Esbjörn Svensson (pf, elettr, radio a transistor); Dan Berglund (cb, elettr); Magnus Öström (batt, voc, elettr)

È questo uno dei momenti migliori degli e.s.t.? Molto probabilmente il verdetto dei posteri dirà di sì, dato che rivelano un lato di sé stessi mai ascoltato prima su disco. I sette brani di questo disco furono registrati durante una pausa di un tour australiano nel 2007. L’idea era soltanto di andare in studio e suonare: un’avventura rischiosa per qualunque gruppo jazz.

Ma questa band aveva lavorato insieme per così tanto tempo da avere ormai la capacità di far sembrare anche del materiale spontaneamente concepito come se fosse stato il risultato di prove assidue e di un’attenta preparazione. Eppure, la rivelazione non è tanto l’alto livello di interazione che il gruppo raggiunge (coloro che hanno visto la band dal vivo ricorderanno che un aspetto dei loro concerti era di improvvisare l’introduzione o le transizioni tra i brani), quanto l’esecuzione di Svensson.

Qui il suo virtuosismo è meno mascherato, il suo modo di suonare meno controllato, in un modo che non era mai stato rivelato finora, né in concerto né in studio. Brani come il dinamico Three Falling Free Part II, o il pensoso Inner City, City Lights, mostrano il pianista in una nuova luce e riescono a sottolineare quale enorme perdita sia stata per il jazz la scomparsa di quest’uomo, ancora giovane e al picco della sua creatività. (SN)

Behind The Stars / Inner City, City Lights / The Left Lane / Houston, The 5th / Three Falling Free Part I / Three Falling Free Part II / The Childhood Dream

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