Nero, prorompente, immenso: chi era Freddie HubbardTempo di lettura: 4'

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Teatrale, talentuoso ed egocentrico, Freddie Hubbard è tra i boppers più grandi di sempre. Con la sua tromba rompeva il ghetto in cui era rinchiusa la tradizione musicale africana-americana

di GIANNI MORELENBAUM GUALBERTO

Sanremo (Italy), 1963

«Sappiamo tutti che nel corso degli ultimi dieci anni Freddie Hubbard non aveva suonato moltissimo. Ma la verità è che se anche avesse smesso di suonare alla fine degli anni Sessanta avrei continuato a sostenere quanto sostengo oggi, e cioè che egli è stato il migliore di tutti i tempi. Il suo suono, le sue idee, il suo fuoco interiore, le sue composizioni e il suo senso del tempo erano semplicemente incredibili. Nessuno possedeva un tale senso del ritmo, ti faceva sentire veramente il pulsare di un brano. Poteva fare tutto, in, out, il blues, l’astrazione. Ha saputo influenzare chiunque fosse serio nel jazz». David Liebman

LARGER THAN LIFE

Per la personalità di Freddie Hubbard valeva la definizione inglese di “larger than life”. L’unica forse in grado di accogliere interamente il debordante talento drammatico, il caloroso senso lirico, l’eccitante e teatrale showmanship, l’ego straripante, l’affascinante retorica declamatoria, la gioiosa esuberanza e le manifestazioni di un virtuosismo pressoché fallico nel suo baldanzoso esibizionismo di uno fra i massimi solisti nella storia del jazz.

UN GRANDE DEL BOP, MA SOTTOVALUTATO

Pure, Hubbard può ancora dirsi un sottovalutato, nonostante il suo contributo alla storia del postbop rappresenti un lascito impareggiabile. L’esibizione orgogliosa, persino sfrontata, dei propri mezzi ha spesso oscurato un pensiero musicale non meno sofisticato di artisti a lui preferiti per complessità e vision. Come Lee Morgan, Booker Little, Kenny Dorham o, successivamente, Woody Shaw.

Hubbard è stato l’epitome dell’hard bop (per quanto egli rifiutasse l’etichetta: «They always want to sell me as a hard bopper») più “virile” e diretto. Questo sebbene la sua opera, così personale e caratterizzante, abbia sempre mostrato di voler andare verso una diversa, se non più ampia, direzione. Il bop ortodosso sembrava costringerlo in un contesto in fondo disagevole, in qualche modo ristretto.

«JAZZ OBJECTIFIES AMERICA»

Nell’arte di Hubbard (forse l’unico trombettista a possedere tutta la liquida qualità di un sassofonista) trionfava, trascinantemente esuberante, una fenomenale naturalezza e una non meno impressionante immediatezza nel tradurre in strutture musicali un pensiero fortemente radicato nel Canone africano-americano. Il trombettista ha nutrito l’idea, forse l’illusione (viste le critiche spesso ingenerose e miopi che hanno accompagnato molti fra i suoi principali lavori discografici a partire dagli anni Settanta), di tradurre nella concretezza dei suoni quel concetto di «jazz objectifies America» cui spesso si riferisce Wynton Marsalis.

Così come l’articolarsi iniziale del jazz ha saputo superare la segregazione, la forzata incomunicabilità fra culture, Hubbard – artista dalla sensibilità politica acuta quanto poco nota (almeno fino alla realizzazione di Sing Me A Song Of Songmy) – ha cercato di superare i molti ghetti, per quanto estremamente creativi, in cui veniva rinchiusa la tradizione musicale africana-americana.

freddie hubbard musica

SIMBOLO DI UNA NEGRITUDINE PROROMPENTE

Cresciuto in un’epoca in cui le speranze cedevano velocemente il passo alle delusioni più cocenti, maturato in un contesto in cui la tradizione musicale africana-americana cercava di bilanciare l’attrazione intellettuale della modernità con il richiamo popolare dei talkative ancestors (Farah Jasmine Griffin), Freddie Hubbard ci illustra, per quanto a suo modo, un’altra pagina della nutrita narrativa che documenta lo scontro fra creatività africana-americana ed establishment. L’emergere ulteriore, insomma, di un individuo che, attraverso l’arte, trasforma l’avversità in perfezione estetica.

Per dirla con Albert Murray, nel suo modo flamboyant Hubbard sottolinea il carattere inescapably mulatto della cultura americana. Una tendenza che permea pressoché tutta la parte più significativa delle sue realizzazioni musicali, per la Blue Note come per la CTI. Hubbard mostra sin dagli esordi di voler essere “popolare”. Di volersi emergere a simbolo di una negritude prorompente, capace di esplorare la complessità e di rendersi al contempo “appetibile” (e invidiabile) sia al pubblico bianco che, soprattutto, agli africani-americani di tutti i ceti.

MUSICA DI TRADIZIONE, ESPLORAZIONE E INNOVAZIONE

Che Hubbard, d’altronde, non fosse semplicemente un eccellente interprete della tradizione, ma un artista capace di allinearsi a linguaggi fortemente esplorativi e innovativi all’interno della tradizione stessa, è provato dalla sua partecipazione ad alcuni indiscutibili capolavori della musica improvvisata. Parliamo di “Ascension”, “Free Jazz”, “Out To Lunch!”, “Maiden Voyage” e “The Blues And The Abstract Truth”.

Ipotizzare che il suo penchant per un’estetica più “dialogante”, venata di molteplici elementi tratti dalla tradizione africana-americana più popolare, così come esplicata dalla sua produzione per case discografiche come Atlantic, CTI e Columbia, sia stata solo una tappa maldestra di un percorso brutalmente commerciale, è travisare l’operato di un artista senza dubbio spesso in bilico tra auto-coscienza e naiveté, ma non così facilmente e deprecabilmente categorizzabile.

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