Gianni Bardaro: “La mia ispirazione è il silenzio”Tempo di lettura: 3'

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Il nuovo lavoro discografico di Gianni Bardaro si intitola “Soul Blueprint” e sottolinea l’originalità del suo discorso musicale e compositivo

DI LUCIANO VANNI

gianni bardaro intervista soul blueprint

Com’è nata la collaborazione con i fratelli Hatholt e con Randy Brecker?

Mi incuriosiva avere nel disco musicisti europei con un background musicale e culturale molto diverso e vedere quale suono si sarebbe generato registrando a New York, località lontana dall’ambiente musicale al quale si è abituati. I fratelli Hatholt e il pianista Calì – molto attivi nella scena jazz danese – mi sembravano le persone giuste.

Con Samuel Torres c’eravamo incontrati diverse volte in America del Sud e avevo avuto l’opportunità di sentirlo ai suoi concerti. Sapevo che lui sarebbe stato il percussionista perfetto per registrare una traccia articolata come Illegal, che richiede grande equilibrio tra energia e dinamica. La scelta di Randy Brecker, invece, è avvenuta dopo molte considerazioni, soprattutto riguardo al carattere delle composizioni. Ci sembrava l’ospite più consono al tipo di brani da registrare.

Proponi una scrittura varia e articolata: ritmi in 11/8, temi complessi, approcci quasi avant-garde. Come hai sviluppato questo orientamento?

Penso sia legato a diversi fattori, principalmente al miglioramento della mia capacità di “canalizzazione” avvenuta negli ultimi tre, quattro anni. Attraverso numerose pratiche meditative e altri tipi di training autogeno ho avuto l’opportunità di esplorare la musica da una prospettiva diversa e scoprirla come manifestazione della “canalizzazione”, un fenomeno innato in tutti noi e che si attiva ogni qualvolta si viene a contatto con il proprio “sé” più profondo, coscientemente o incoscientemente.

Quando compongo, mantengo il focus sull’ascolto del silenzio, dal quale prendo ispirazione. I primi suoni emergono da quella sorgente e vanno componendosi fino a costituire l’embrione del brano. Quest’approccio mi permette di espandere la scrittura con fluidità, anche nel caso di parti complesse.

La varietà dei brani è la proiezione di quello che è stato ed è il mio percorso artistico, le esperienze musicali e il grado di apertura mentale. Da molti anni, pur mantenendo l’attenzione sul jazz, spazio dalla lounge music alla techno, dal pop alla musica elettronica, fino ad arrivare a lavori di sonorizzazione e a una delle mie ultime passioni, quella per la musicoterapia.

Colpisce la cura dei dettagli: è il risultato del lavoro del collettivo o avevi già programmato i brani così in fase di composizione?

È il risultato di entrambi i fattori. Anche se avevo già arrangiato i brani nel dettaglio in fase di scrittura le mie idee si sono completate con l’apporto creativo dell’individualità dei musicisti. Sono profondamente convinto che in genere ogni composizione abbia il suo impatto sull’ascoltatore ma i dettagli possono catturarne maggiormente l’attenzione, guidandolo verso un ascolto più consapevole.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho appena registrato un nuovo disco in trio con il batterista napoletano Pierluigi Villani, anche lui artista Universal; il trio è una formazione che ho esplorato poco fino a ora, ed è stata un’esperienza davvero avvincente che mi ha permesso di sperimentare sia un maggior minimalismo nella scrittura sia la performance solistica, avvalendomi anche dell’uso di strumenti elettronici.

Un altro progetto è la prossima collaborazione di Finisduo con il batterista danese Alex Ariel, un’icona del jazz scandinavo. Finisduo è un progetto crossover in collaborazione con il pianista Mauro Patricelli, con il quale l’anno scorso ho pubblicato il CD “Phil Woods Sonata” per la Philology Jazz Records. Lo stesso Phil Woods si era personalmente interessato alla pubblicazione del disco e siamo stati molto onorati di ricevere la sua proposta di registrare un’altra delle sue opere crossover, “The Children’s Suite”.

E dopo aver letto l’intervista, cerca sul sito la recensione all’album Soul Blueprint.

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