Gianni Denitto: in “Remixin’ Standards” mixo free ed elettronicaTempo di lettura: 3'

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Il sassofonista Gianni Denitto presenta “Remixin’ Standards”, una selezione di brani jazz con sonorità elettroniche e rock. E per il futuro promette altri crossover musicali

DI EUGENIO MIRTI

 

Gianni Denitto presenta "Remixin’ Standards"

Hai compiuto studi ed esperienze formative eclettiche: ritieni che siano rappresentate in questo tuo primo lavoro?

Immagino “Remixin’ Standards” come la prima tappa di un percorso di ricerca personale, e credo che il risultato finale sia stato arricchito e caratterizzato dalle personalità dei musicisti coinvolti, cui ho dato molta fiducia e libertà.

Ho deciso di intraprendere un cammino da solista per trovare un suono che possa raccontare ciò che sono nel profondo. Ho un diploma al conservatorio in Clarinetto, un passato nella musica classica, rock ed elettronica, e da circa sei anni sono innamorato profondamente del jazz e del sax contralto. Così il primo, naturale passo è stato affrontare i grandi maestri e rapportarmi a loro con umiltà, devozione e trasparenza.

Come hai scelto la formazione?

Furio di Castri è stato ed è tuttora un punto di riferimento sia per me sia per molti altri giovani musicisti di Torino. Ho chiesto prima di tutto la sua disponibilità. Mi fa piacere sapere che ogni tanto fa sentire la versione di “Remixin’ Standards” di What Love di Mingus ai suoi nuovi allievi al Conservatorio di Torino, come esempio di possibile rielaborazione di un suono jazz.

Mattia Barbieri e Andrea Bozzetto erano miei compagni di corso nel triennio Jazz, chiamarli è stato veramente naturale. Luca Aquino è un musicista che non conoscevo personalmente prima della registrazione e che ha dato un forte contributo al sound globale: dimostra, infatti, una sensibilità incredibile e lo ammiro per la sua unicità di suono e di ricerca.

Perché hai scelto di eseguire quasi esclusivamente standard?

Ho selezionato dei pezzi che si potessero prestare al sound che avevo in mente, un mix di rock, free ed elettronica. Non classici brani da jam session, insomma. Non li ho tuttavia raccolti con una logica precisa: il mio obiettivo è stato quello di spaziare nella storia del jazz, stravolgendo e personalizzando i suoni.

Ogni brano ha la sua caratteristica timbrica, ci sono tracce in quintetto, una per duo sax/Rhodes (l’unica originale, Chiara) e una per solo sax con elettronica (Lonely Woman), dove oltre a improvvisare con lo strumento improvviso anche con il looper in maniera creativa.

La grafica del cd è curata e affascinante: una dichiarazione di intenti?

Credo che l’aspetto grafico e visivo di un prodotto sia importantissimo. Ho speso tanta energia per la progettazione della copertina che rispecchia in modo intelligente e leggero il contenuto del disco. Un grazie va quindi al team Universal e alla maestria del fotografo Sebastiano Vitale che ha contribuito in maniera decisive all’happy ending del booklet.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

La seconda tappa del mio percorso di ricerca sarà sviluppata e realizzata nei prossimi mesi. Sto selezionando realtà extra jazzistiche con le quali collaborare, produttori soprattutto. Vorrei dare un ventaglio di possibilità in più al mio suono e al crossover tra generi musicali. Ci saranno molto probabilmente brani dub, dubstep, techno, minimal electro, drum and bass.

Questa volta composizioni originali, un lavoro che curerà la musica nei minimi dettagli. E poi continuerò a sviluppare tutti gli altri progetti non a mio nome, da quelli più mainstream come i Jazz Accident e l’Alberto Gurrisi 4et, alla ricerca dei Jazz Who? (con di Castri e Bellavia), al gruppo italo-senegalese Kora Beat, al documentario con musica live “Cocaland”, solo per citare i più importanti

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