Bill Frisell: “Nell’oceano della mia immaginazione”Tempo di lettura: 4'

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Bill Frisell è uno dei più noti e celebrati chitarristi del mondo. In questa intervista spiega com’è nato lo stile personale e innovativo che lo contraddistingue

DI EUGENIO MIRTI

bill frisell intervista
© BARBARA RIGON
Prima di iniziare a suonare la chitarra lei studiò per dieci anni il clarinetto: pensa che questa esperienza, così lunga e formativa, sia stata importante nello sviluppare il suo originale approccio chitarristico?

Sì, adesso senz’altro lo ritengo un aspetto fondamentale, anche se mi ci è voluto molto per capire quanto effettivamente sia stato significativo. Dobbiamo considerare che ho intrapreso lo studio tecnico della musica – teoria, scale, lettura e solfeggio – prima sul clarinetto e poi sulla chitarra. Questa esperienza mi ha lasciato una fortissima “memoria” soprattutto fisica nell’azione del respirare. Ancora adesso, quando penso alla musica e suono la chitarra, la mia respirazione è rimasta quella.

Ha ricevuto un’educazione jazzistica formale e molto strutturata: ha studiato con Dave Bruning, poi con Jim Hall e ancora al Berklee College of Music di Boston. Com’è riuscito a trascenderla, trovando così la sua personalità?

Quando ero giovane, ascoltai tantissimo rock and roll, e l’incontro con Bruning mi aprì le porte del jazz: infatti a partire dal 1965 sviluppai un graduale interesse per questa musica, fino poi ad arrivare agli studi con Jim Hall nel 1971. Per anni sono stato veramente infelice, perché studiavo il mondo della chitarra jazz “classica” fingendo che fosse mio, senza che lo fosse davvero.

A un certo punto capii che volevo invece cercare la mia voce, utilizzando tutte le tecniche che avevo studiato e anche ciò che avevo effettivamente ascoltato, artisti come i Beatles, i Rolling Stones, James Brown. Da allora sono rimasto aperto e ricettivo, e soprattutto non ho mai avuto paura di mettere la mia esperienza personale nella musica.

È un maestro nell’uso degli effetti per chitarra. Come sceglie il tipo di sound?

Generalmente cerco di far sì che gli effetti siano uno “strumento” che mi permetta di ottenere il suono più simile possibile a quello che ho immaginato prima di suonare. In verità a parte distorsioni e delay, nel corso degli anni ne ho usati sempre meno, di effetti, mi piace molto anche il suono acustico e pulito dello strumento. Molte persone tendono a dare troppa importanza al modello di chitarra o di amplificatore, ad aspetti che sono semplicemente meccanici e tecnici. Io credo invece che il suono arrivi dalla propria immaginazione, è un processo interiore che porta a rendere udibile quello che uno sente prima dentro di sé.

Qual è il suo approccio alla composizione di un brano?

Per me scrivere è come entrare nell’oceano, è come “pescare”, è un processo difficile da descrivere. È come se le melodie nuotassero intorno a me e il mio lavoro consistesse nell’afferrarle. Spesso è anche molto difficile capire da dove provenga la musica che scrivo: avendo così tante memorie musicali, è sempre complicato capire se una melodia è di propria invenzione o se deriva, in qualche maniera, da ascolti ed esperienze sonore del passato.

Ha definito il suo modo di suonare «melodic playing», riferendosi a quell’approccio tipico di musicisti come Thelonious Monk, che mantengono le premesse melodiche del tema nelle parti successive del brano. Lo vuole spiegare?

Qualsiasi cosa io stia suonando, mi piace molto improvvisare, ma ogni assolo deriva sempre dalla struttura della melodia scritta. Spesso le persone si concentrano sugli aspetti armonico-melodici, diciamo sulla parte matematica della musica, ma questo tipo di approccio tende generalmente a far mancare personalità al fraseggio. Per me la melodia è il parametro principale. A prescindere da qualsiasi altra considerazione, cerco di mantenerla sempre in mente. Anche il testo è fondamentale e aiuta: per esempio, se suono una canzone di John Lennon cerco di immaginare il suono della voce e di riprodurlo nel mio fraseggio.

Il suo stile è sempre stato un miscuglio di fattori diversi: jazz, blues, rock, classica, country, avantgarde. Quale processo ha utilizzato nello sviluppare questa miscela, una vera sintesi della musica americana del XX secolo?

Passo molto tempo a studiare musica, e per me questo studio è una questione di ricerca, mi interessa moltissimo capire da dove provengono le cose e provare a seguirle all’indietro fino ad arrivare alla vera origine. Se, per esempio, ascolto Bob Dylan dopo un po’ diventa chiaro che certamente ascoltava Hank Williams, allora mi metto ad ascoltare Williams, cercando di capire a sua volta da chi venne influenzato, e così via fino all’origine ultima che riesco a trovare. In questo modo realizzo un viaggio nella storia della musica che si riflette nelle mie influenze.

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