“I’ve Got You Under My Skin”: c’è del jazz in Red Norvo?Tempo di lettura: 8'

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Vi proponiamo l’analisi del brano “I’ve Got You Under My Skin”, nella versione di Red Norvo Trio. E se vi chiedete se si tratti di jazz…

di Roberto Spadoni

CHARLIE MINGUS. THE YOUNG REBEL

(PROPER RECORDS, 2004)

Nella storia del jazz la formazione del trio ha sempre avuto un fascino e un’attrattiva particolare per i musicisti. Il trio jazzistico – che in molti casi è una scelta obbligata dettata da motivi economici, soprattutto in periodi di crisi – è una formazione in cui spesso gli strumenti hanno ruoli paritari e in cui i rapporti interni tra gli esecutori assumono le dinamiche di una triangolazione, con ogni musicista che interagisce contemporaneamente con gli altri due.

Già, ma di quale trio si parla, in termini di strumentazione? Perché la vicenda della musica afroamericana ne ha viste in azione moltissime varianti, che sarebbe difficile elencare in questa sede. Tuttavia credo sia utile citarne alcune in ordine sparso, per dare un’idea della diversificazione, tralasciando le formule più classiche (solista con basso e batteria).

LE FORME DEL TRIO

  • Benny Goodman (clarinetto – pianoforte – batteria)
  • Nat King Cole (pianoforte – chitarra – contrabbasso)
  • Jimmy Giuffrè (clarinetto – trombone – chitarra)
  • Michel Petrucciani (pianoforte – chitarra – sassofono)
  • Joey Baron (batteria – sassofono – trombone)
  • Franco D’Andrea (pianoforte – tromba – trombone)
  • Azimuth (voce – pianoforte – tromba)
  • Paul Motion (batteria – chitarra – sassofono)

Dov’è il bandolo della matassa, che cosa determina la scelta? Probabilmente due fattori: la personalità dei musicisti coinvolti e l’effetto timbrico generale, visto che l’individualità dell’esecutore e il colore del suono sono due punti assolutamente centrali nell’estetica del jazz.

I’ve Got You Under My Skin analisi Red Norvo Trio
Red Norvo, Milano 1969

UN COMBO INUSUALE

Questi due elementi devono essere certamente stati chiari a Red Norvo nel 1950. Si decise, dopo varie vicende di alterna fortuna con medi e grandi ensemble, a fondare un trio con una formazione inusuale, che vide oltre al leader al vibrafono, Tal Farlow alla chitarra e Charles Mingus al contrabbasso. Per la verità la fondazione del combo è del 1949 e con altri strumentisti, ma il progetto guadagnò una certa fama con quei musicisti, salvo poi altri avvicendamenti avvenuti negli anni successivi.

Il Red Norvo Trio si caratterizza probabilmente come la prima formazione cameristica del jazz post-bellico. Il buon successo di quegli anni è dovuto al sound fresco e innovativo, al virtuosismo e all’eleganza degli esecutori, agli arrangiamenti complessi e raffinati frutto probabilmente di un lavoro collettivo, a fronte del fatto di essere una formazione mista che vede collaborare bianchi e neri (sempre che così si voglia considerare il “multietnico” contrabbassista), cosa ancora piuttosto rara per quei tempi e non priva di avversità.

IL DEBUTTO DI FARLOW E MINGUS

Oltretutto darà modo ai giovani Farlow e Mingus, così esposti in una formazione tanto ridotta, di attrarre l’attenzione a livello nazionale e di affermarsi come due astri nascenti dei rispettivi strumenti. L’approccio strumentale del chitarrista ne farà un musicista di culto tra i suoi colleghi per molte generazioni. Del giovane Mingus si può apprezzare la celebre “cavata” che sarà un modello per numerosi contrabbassisti.

L’ascolto attento delle registrazioni effettuate da questa formazione conferma quanto detto precedentemente, rispetto al ruolo paritario degli strumenti: emerge inoltre, tra i tanti aspetti, una grande varietà di soluzioni adottate negli arrangiamenti, tanto che ognuno di essi ha delle caratterizzazioni peculiari.

LA SONG DI COLE PORTER

Il brano oggetto di questo scritto è una celebre song di Cole Porter. Vi si ritrovano sotto il profilo melodico e armonico molte delle cifre stilistiche di questo autore, uno dei più amati sia dal pubblico che dai musicisti di jazz. I’ve Got You Under My Skin (1936) proviene dal musical “Born To Dance”. Lo spartito originale indica un tempo di beguine e una tonalità di Eb maggiore. Da segnalare la forma abbastanza estesa e inusuale (AA’BCD di 56 misure!), che può essere riassunta nel seguente modo: A (16 misure); A’ (16 misure) ; B (8 misure); C (8 misure); D (8 misure).

La registrazione cui si fa riferimento nelle righe che seguono è del 31 ottobre 1950, ed è tratta dal pregevole cofanetto di quattro cd “Charlie Mingus. The Young Rebel” edito dalla Proper Records (Properbox 77), più precisamente dal secondo cd intitolato “Inspiration” (P1406): l’opera contiene anche un bel libretto illustrativo con numerose foto piuttosto rare e un ampio testo esplicativo dello studioso britannico Brian Priestley, considerato semplicemente il più prestigioso biografo di Mingus.

LA REGISTRAZIONE DI RED NORVO TRIO

L’esecuzione di I’ve Got You Under My Skin si apre con una breve introduzione di quattro misure: il vibrafono suona una sorta di ostinato scandito a crome che non dà alcun appiglio per capire in quale grado della tonalità del brano (Do maggiore, una terza minore sotto all’originale) ci si trovi, creando un’atmosfera sospesa, irreale e sorprendentemente moderna. Dalla terza misura si aggiunge il contrabbasso con un’altra figurazione a crome che lascia irrisolta la situazione armonica. In questo frammento iniziale la pronuncia swing è inesistente, cosa che aumenta il senso di staticità.

È su questa ambientazione che la chitarra suona il tema della sezione A [00:06]. La melodia viene eseguita a ottave, con un leggero sfalsamento all’inizio di ogni frase delle due note in ottava. L’effetto è onirico e straniante, vagamente allucinato, denso di tensione emozionale e di aspettative. L’ostinato subisce qualche piccolo aggiustamento per ben sostenere il tema, che risulta comunque alienato dalla sua successione armonica originale.

ANALISI DELLA SECONDA PARTE

Tutta questa suspense si acquieta nella seconda sezione, che abbiamo denominato A’ [00:36] per le deviazioni melodiche e armoniche che contiene: il contrabbasso scandisce un maestoso walking in 4, in cui è possibile apprezzare tutta la fisicità dell’approccio di Mingus allo strumento, da cui si odono oltre alle note, le corde vibrare e frustare sulla tastiera sotto gli implacabili fendenti.

Su questo bellissimo tappeto il vibrafono espone il tema a bicordi, doppiato a note singole dalla chitarra all’ottava bassa. Dalla nona misura la chitarra contrappunta il tema del vibrafono con degli arpeggi che sembrano richiamare l’ostinato iniziale, ma che sono suonati sugli accordi e che denotano una pur leggera suddivisione swingante. Lo strano sogno iniziale, in cui non è difficile intravedere lo zampino del volubile Mingus, sembra cosa lontana, e la musica si fa luminosa e rassicurante…fino a ricadere nell’atmosfera iniziale nelle ultime quattro misure.

Segue a questo punto la sezione B di 8 misure [01:01], in cui sul rinnovato incedere in 4 del contrabbasso il vibrafono suona il tema con una enunciazione volutamente meccanica, mentre la chitarra fiorisce, il tutto con una serie di frasi eleganti e dense di elasticità ritmica: nuovamente la situazione si è fatta solare e tranquilla, allontanando le cupe atmosfere dell’ostinato.

Sulla sezione C [01:15], è la chitarra a suonare la melodia su un sobrio sostegno armonico del vibrafono. Farlow suona con grazia, con estremo relax, ma con notevole presenza, reinventando e arricchendo probabilmente in modo estemporaneo l’esposizione tematica come solo i grandi interpreti del jazz sanno fare. Il tutto séguita esattamente allo stesso modo sull’ultima sezione, la D [01:30], in cui si conclude il lungo chorus e quindi il tema.

L’ANALISI CONTINUA

Ciò che si ascolta dopo il tema sembra inizialmente essere un nuovo episodio, forse un interludio che ci porterà altrove [01:44]. Il basso ha una figurazione obbligata sulle prime due misure che interrompe il flusso ritmico stabilizzatosi nelle due sezioni precedenti e su questo break gli altri due strumenti suonano un frammento melodico nuovo.

Ma andando avanti con l’ascolto, col ritorno della pulsazione del walking bass, ci si rende conto che si tratta della sezione C riarmonizzata e variata melodicamente, soprattutto nelle prime battute. La chitarra e il vibrafono suonano ancora insieme, a note singole la prima e su una tessitura medio-grave, a bicordi il secondo con la melodia all’ottava sopra, creando una curiosa imitazione di una sezione orchestrale di fiati, effetto peraltro già ascoltato all’inizio della sezione A’ [00:36].

Nelle pause del tema Mingus intensifica la linea di basso con un andamento saltellante che risponde alle frasi degli altri due e che contribuisce all’atmosfera spensierata di questa parte del brano. Anche la ripetizione della sezione D [01:58] sembra condurci nella medesima direzione, ma qualcosa nuovamente succede! Sulla terza e quarta misura ancora una volta si interrompe il flusso ritmico e il vibrafono e il contrabbasso riprendono l’ostinato iniziale con tutte le sue caratterizzazioni.

Ed è qui che si innesta una breve coda [02:13], in cui la chitarra, sull’ipnotico tappeto, suona altre due volte la frase di chiusura del tema, con una variazione armonica dell’ostinato (sale di tonalità per poi riscendere). La conclusione arriva con una frase un po’ sghemba di tutti i partecipanti che risolve su un accordo tensivo e dissonante, che suggella l’atmosfera che ha aperto e chiuso l’intera esecuzione, alla maniera di un bel thriller dal finale aperto, come nelle migliori tradizioni letterarie e cinematografiche del genere.

Milano 1970 (?)

«EST, EST, EST!»

Il brano I’ve Got You Under My Skin dura in tutto appena due minuti e ventidue secondi. È completamente strutturato, nulla viene lasciato al caso, e – cosa che potrebbe sorprendere più di qualcuno – non prevede nessun assolo improvvisato! Ma alla classica domanda: «Si tratta di jazz?», l’appassionato, lo studioso, il musicista, riflettendo sul trattamento del materiale originale, assaporando i preziosismi dell’esecuzione e dell’ardita ri-composizione zeppa di invenzioni, degustando il gioco cangiante dei ruoli degli strumenti e dei colori timbrici offerti dal trio, può rispondere con una punta di soddisfazione difficile da dissimulare «Est, est, est!».

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