Ahmad Jamal e l’energia dei vent’anni: ecco “Blue Moon”Tempo di lettura: 2'

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L’ultimo disco di Ahmad Jamal è tra le sue produzioni migliori in assoluto, celebrazione e riassunto di una vita da protagonista al fianco dei grandi

Ahmad Jamal: Blue Moon recensione

AHMAD JAMAL

BLUE MOON

  • JAZZBOOK RECORDS, 2012

(HARMONIA MUNDI)

Ahmad Jamal (pf); Reginald Veal (cb); Herlin Riley (batt); Manolo Badrena (perc)

Autumn Rain / Blue Moon / Gypsy / Invitation / I Remember Italy / Laura / Morning Mist / This Is The Life / Woody’n You

Ahmad Jamal è una figura centrale nell’evoluzione del jazz, o della musica classica americana, come lui preferisce chiamarla. Ma non si è mai adagiato sugli allori: ha sempre guardato avanti, verso la prossima sfida, e ha lavorato coscienziosamente per espandere la propria arte. “Blue Moon” è uno dei suoi dischi migliori negli ultimi vent’anni.  Ed è tutto dire, se si pensa ai riconoscimenti ottenuti dai suoi lavori per la Dreyfus.

Straordinario come But Not For Me

Con la morte di Francis Dreyfus nel 2010, Jamal si è trasferito all’Harmonia Mundi. Questo fausto album di debutto ha tutti i tratti tipici dello stile individuale di Jamal, che egli ha riveduto, ripulito ed espanso sin da quando, nel 1958-1959, il suo “But Not For Me” rimase inaspettatamente per 108 settimane nella classifica degli “Hot 100” della rivista Billboard.

Quel disco ebbe l’effetto di rendere popolare il formato del piano trio agli occhi del pubblico, e di far saltare sul treno le compagnie discografiche, che ingaggiarono artisti come i Three Sounds, Les McCann, Hampton Hawes e Ramsey Lewis. Ma nessuno di loro aveva l’aplomb, l’originalità e la controllata eccitazione di Jamal.

Lo stile di Ahmad Jamal

La sua carriera ha subito parecchie svolte. Ma da quando negli anni Ottanta è tornato attivo, con tour e concerti, ha sviluppato uno stile virtuosistico, con astuti contrasti di dinamiche, un maggior uso di materiale originale, un amore per le armonie colorite e la disponibilità a riorganizzare spontaneamente la forma per assecondare le necessità del momento. Superfluo specificare come Jamal sia un maestro nell’arte della sottrazione.

Tutte queste caratteristiche sono presenti nella fantasiosa rielaborazione della title-track, con la sua ipnotica linea di basso. Altri bei momenti includono la magistrale esecuzione della ballad di David Raskin, Laura, un classico senza tempo, se mai ce n’è stato uno, e l’eccellente rilettura di Invitation di Bronislau Kaper.

L’entusiasmo di un ventenne

Sembra quasi irrilevante menzionare il fatto che il pianista sia ormai nel suo ottantaduesimo anno. Questi brani scintillano di una tale energia, eccitazione e senso drammatico, che se qualcuno con un quarto dei suoi anni avesse tirato fuori un lavoro del genere, lo si sarebbe osannato come un futuro grande: un po’ come lo fu Jamal stesso, a quattordici anni, da parte di Art Tatum.

L’aspetto più notevole è che non si tratta di una pallida imitazione delle glorie passate, quanto piuttosto di una celebrazione della vita e di tutto ciò che ha imparato nella sua lunga carriera jazzistica. Miles Davis, che era un suo appassionato ammiratore, lo avrebbe apprezzato. (SN)

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