“Shifting Gears”: recensione del nuovo album di Jerry BergonziTempo di lettura: 3'

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Per la recensione di “Shifting Gears”, ultimo, altissimo lavoro di Jerry Bergonzi, bisogna conoscere lo stile del sassofonista americano

DI VALERIO PRIGIOTTI

"Shifting Gears": recensione del nuovo album di Jerry Bergonzi
© JOAN CARLES ABELENDA

Non è facile scrivere di Jerry Bergonzi e del suo ultimo album “Shifting Gear”. La sua musica è così profonda, personale e coerente, da sfidare le terminologie che un recensore impiega seguendo i suoi personali pattern giornalistici.

La presenza dello swing, la distanza dalle ricerche post-free degli anni Settanta, sono elementi che potrebbero far pensare al mainstream. Un termine tanto abusato quanto mal compreso e sarebbe utile parlare del valore riduttivo che gli si attribuisce. Questa recensione non è il luogo per una discussione approfondita del tema: per mainstream intendiamo un jazz rassicurante nella sua scolastica ripetizione di schemi più che tradizionali. Invece la musica del tenorista italoamericano non vi appartiene in alcun modo.

L’arte di Bergonzi

Meglio dare al termine un valore diverso, a nostro avviso ben più corretto: quello di una corrente linguistica nella quale ci s’immerge. Senza cercare rotture violente, ma trovando una continuità espressiva e di intenti che attribuisce a quanto suonato un particolare plusvalore simbolico ed emotivo. In questo l’arte di Bergonzi pone le sue basi nel magistero coltraniano sviluppato da “Giant Steps”, lo rilegge secondo quelle evoluzioni che la Blue Note seppe rappresentare negli anni Sessanta e con quella libertà di scelta che troviamo nell’opera migliore di artisti come Wayne Shorter, Joe Henderson e Woody Shaw.

Una “corrente principale” che è poi messa a frutto grazie a una padronanza dello strumento assoluta. Non è espressa in termini ginnici, ma sempre al servizio di una visione personale, che sfiora l’astrazione in modo allusivo, ricco di swing e forza spirituale. Quest’ultima si rivela nel suono del sax tenore, la cui sostanza virile fonde comunicazione quotidiana e meditazione.

Lo snodarsi della frase vede combinarsi l’elaborazione creativa e metodica di tetracordi, scale pentatoniche e quant’altro Bergonzi ha riversato nei sette volumi della sua preziosa e monumentale opera didattica Inside Improvisation. La matematica combinatoria non è puro esercizio intellettuale, ma prende vita espressiva nelle caratteristiche del timbro e si manifesta in assolo di grande spessore melodico.

Compagni di musica

Le qualità strumentali di Bergonzi e la sua scrittura, asimmetrica nell’andamento e ardua sul piano delle progressioni, richiedono la presenza di compagni assai empatici, meglio se al suo fianco da molti anni. Santoro era col tenorista già nel 1989 e la loro lunga consuetudine si avverte. Michelutti è al secondo lavoro con Bergonzi ed è un emigrante italiano di lusso che sarebbe un piacere ascoltare in patria col nuovo leader.

Barth ha mostrato con ampiezza il suo valore al fianco di Terence Blanchard, mentre Phil Grenadier affronta con disinvoltura un linguaggio piuttosto arduo per la tromba, mostrandosi attento conoscitore di Woody Shaw.

Nella discografia di Bergonzi, “Shifting Gear” è un raro caso di lavoro per quintetto, ma il suo antefatto si ritrova in “Convergence” (Savant, 2011), dove la sovraincisione del soprano al tenore, indicava la volontà di ampliare lo spessore timbrico, con l’impiego di altri fiati. L’esito è alto e innovativo.

JERRY BERGONZI

SHIFTING GEARS

  • SAVANT, 2012

Jerry Bergonzi (ten); Phil Grenadier (tr); Bruce Barth (pf); Dave Santoro ( cb); Andrea Michelutti (batt)

Flying Red / High Tops / They Knew / Wibble Wobble / Doin’ The Hen / Zoning / Dr. Zoltan / Between Worlds

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