John Zorn e l’effetto Gurdjieff: un’intesa oltre i secoliTempo di lettura: 5'

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La figura di Georges Ivanovic Gurdjieff, mistico armeno nato nell’Ottocento, torna di attualità con due produzioni musicali: una a firma di John Zorn, l’altra di Levon Eskenian

DI LUCIANO VANNI

john zorn ©BARBARA RIGON
©BARBARA RIGON

Il pensiero di Georges Ivanovic Gurdjieff – nato in Armenia, ad Alexandropol (oggi Gyumri) in una data imprecisata tra il 1866 e il 1877 – ha affascinato uomini di potere come Franklin Roosvelt e personalità della cultura come il filosofo Bertrand Russell. E poi la scrittrice Pamela Lyndon Travers (autrice di Mary Poppins), l’architetto Frank Lloyd Wright e, nel nostro Paese, Franco Battiato. Nel mondo musicale, invece, decisa è l’influenza su John Zorn.

LA DOTTRINA GURDJIEFF

Combinando Cristianesimo e Sufismo, da studioso dell’antichissima tradizione pitagorica e da appassionato di esoterismo (insegnò anche Scienze Soprannaturali a Tashkent, Uzbekistan, agli inizi del Novecento), Gurdjieff ha elaborato una dottrina secondo la quale l’uomo vive in uno stato di veglia apparente prossimo al sogno, compiendo le proprie scelte e azioni secondo automatismi psichici, senza una vera e propria coscienza dell’essere e una chiarezza mentale. Presupposto di base della teoria di Gurdjieff è che ciascun uomo deve conquistarsi il proprio “io” secondo un percorso di crescita e dopo un lungo processo di conoscenza e consapevolezza: un’illuminazione secondo i dettami della tradizione esoterica e mistica.

Gurdjieff è stato un eterno giramondo: ha viaggiato dal Medio Oriente all’India all’Asia Centrale e vissuto a Tbilisi, in Georgia, poi a Istanbul, Berlino, Londra, Parigi, dove si è stabilizzato fino alla fine dei suoi giorni (1949): nel 1924 è arrivato per la prima volta a New York dove è riuscito a costruirsi una nutrita comunità di seguaci.

L’ESPERIENZA DEL SACRO

C’è un profondo legame tra il pensiero di Georges Ivanovic Gurdjieff e la musica di John Zorn: entrambe le testimonianze, l’una filosofica e l’altra artistica, nascono da una tensione mistica e spirituale. Ma c’è di più. Gurdjieff, come Zorn, è stato un compositore, autore di numerose danze sacre (scritte, in verità, in collaborazione con il compositore russo Thomas de Hartmann, conosciuto nel 1916). Alla musica era affidato il compito di trasmettere una parte essenziale del suo insegnamento.

Anche in Zorn la musica esprime valori ultrasensibili e trascende i confini dell’anima. Sacra è difatti la fortezza di Masada, vicino Gerusalemme, antico simbolo della causa sionista, che il sassofonista americano ha voluto celebrare assegnando proprio il nome di Masada al suo progetto artistico più ambizioso.

In Gurdjieff e in Zorn la musica diventa una parabola, un’attestazione di vita, fede, conoscenza e coscienza. Perché l’esperienza del sacro, nei due autori, non è semplice esercizio contemplativo ma azione militante. Sosteneva Gurdjieff: «Religione è fare; un uomo non si limita a pensare alla propria religione o a sentirla con l’emozione. Egli “vive” la sua religione per quanto gli riesce, altrimenti non è religione ma fantasia o filosofia. Gli piaccia o meno, egli mostra il suo atteggiamento nei riguardi della religione con le sue azioni e può mostrare il suo atteggiamento solo con le sue azioni. Perciò, se le sue azioni sono opposte a quelle che sono richieste da una data religione, egli non può sostenere di far parte di quella religione».

Georges Ivanovic Gurdjieff
Georges Ivanovic Gurdjieff

THE GURDJIEFF FOLK INSTRUMENTS ENSEMBLE

Le composizioni di Gurdjieff non sono la parte meno interessante della sua opera. Il suo amore verso la musica, tanto da riconoscerle un ruolo fondamentale nel processo di autocoscienza dell’uomo, produce spartiti che uniscono tradizioni arabe, armene, greche, curde e persiane. Nella giovinezza, inoltre, Gurdjieff fu cantante presso il coro della chiesa ortodossa russa di Kars, in Turchia, e in seguito improvvisò quasi quotidianamente, con chitarra e armonium, inni e preghiere.

L’album “Music Of Georges I. Gurdjieff”, pubblicato dall’ECM nel 2011, è inciso dal The Gurdjieff Folk Instruments Ensemble, un gruppo fondato nel 2008 dal pianista e compositore armeno Levon Eskenian. Nel disco si ascoltano diciassette composizioni del filosofo, interpretate con i tradizionali strumenti armeni e arabi, tra cui: duduk, blul, kamancha, oud, tar, kanon e dhol. Si tratta prevalentemente di inni e preghiere (basati su progressioni e scale arabe all’interno delle quali, come in Bayaty, viene dato spazio all’improvvisazione) e musica da ballo (Arabian Dance, Ancient Greek Dance e Sayyid Chant And Dance). Partendo dalle trascrizioni per pianoforte dei primi anni del Novecento di Thomas de Hartmann, la direzione e gli arrangiamenti di Eskenian sono volti al recupero delle sonorità originarie.

THE GURDJIEFF FOLK INSTRUMENTS ENSEMBLE

MUSIC OF GEORGES I. GURDJIEFF

ECM, 2011 (DUCALE)

MOUNT ANALOGUE

È trascorso quasi un secolo e mezzo dalla nascita di Gurdjieff e la sua testimonianza torna all’attenzione anche grazie a “Mount Analogue” (Tzadik, 2012) a firma di John Zorn. Scopriamo che il sassofonista americano deve molto a Gurdjieff, come racconta nelle note di copertina del disco: «My introduction to the works and thought of the complex and controversial figure G. I. Gurdjieff began during conversations with a friend back in 1969. […] The Gurdjieff/ de Hartmann music hit me immediately, later proving a primary influence on the Masada songbooks and my mystically themed works of more recent years».

Zorn dichiara di aver letto attentamente le opere di Gurdjieff, come l’autobiografia incompiuta intitolata Meetings with Remarkable Men: «A magical story (especially for a boy of 15) it resonated with me instantly and remains a personal favorite, a seminal book». Zorn manifesta esplicitamente il suo pieno e convinto apprezzamento per il pensiero di Gurdjieff. Il titolo dell’album, “Mount Analogue”, fa riferimento a un’opera letteraria scritta dal francese René Daumal (1908-1944), allievo di Alexandre Gustav Salzmann, a sua volta uno degli allievi più intimi di Gurdjieff.

LA GENESI

Come riferisce John Zorn, sempre nelle note di copertina del disco, il processo di scrittura di “Mount Analogue” è stato «unique, cathartic, magical». Il modo con cui è stato concepito, infatti, è alquanto singolare. Zorn procede con la scrittura dell’unica, lunga traccia (ben trentotto minuti e venti secondi) isolandosi a casa per tre settimane, prendendo ispirazione esclusivamente dai testi in suo possesso di Gurdjieff e dal film del 1979 girato da Peter Brooks e dal titolo Meetings with Remarkable Men, evidentemente dedicato all’opera letteraria di Gurdjieff.

La lunga suite è costruita attorno a sessantuno frammenti composti apparentemente senza una logica ma che, una volta messi sui leggii in studio di registrazione, risulteranno perfettamente integrati l’uno con l’altro. Anche la ripresa in studio si svolge in maniera peculiare: turni di lavoro dalle dodici alle sedici ore per tre giorni consecutivi: «If I had asked them to stay in the studio for 24 hours straight they would have done it, in fact I got the feeling that they would have liked nothing better!»

 

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