Keith Jarrett: in “Paris/London Testament” il dolore e la catarsiTempo di lettura: 17'

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Keith Jarret pubblica un nuovo album con la Ecm: “Paris/London Testament” contiene le registrazioni di due concerti tenuti durante il divorzio dalla moglie. In questa intervista, il pianista svela il suo rapporto con il pubblico e l’importanza dell’emozione nei concerti

DI STUART NICHOLSON; TRADUZIONE DI SERGIO PASQUANDREA

Keith Jarrett: intervista “Paris/London Testament”

A sessantaquattro anni, Keith Jarrett si è imbarcato in un viaggio alla scoperta di se stesso. Ma non è stato un evento pianificato. Dopo una serie di concerti in Giappone nel 2008, nei quali, secondo le sue stesse parole, «mi è sembrato di raggiungere l’apice tecnico nella storia delle mie esibizioni in solo», ammette di non essere stato ben sicuro di che cosa sarebbe avvenuto dopo.

Non ha dovuto aspettare a lungo per scoprirlo. Rose Anne, la donna con la quale è stato sposato per trent’anni, lo ha lasciato «per la terza volta, in quattro anni». Le pratiche per il divorzio sono attualmente in corso. Il fatto ha avuto un profondo effetto su Jarrett. «Molta gente ha pensato che me ne sarei rimasto lì con la testa tra le mani», racconta.

SUONARE PER SOPRAVVIVERE

«Io e Rose Anne eravamo una vera e propria squadra ed era difficile immaginare di non essere l’uno con l’altra. Quindi è stata una crisi, e lo è ancora». Per sua stessa ammissione, Jarrett ha «lottato per rimanere vivo». Il suo manager, Steve Cloud, riuscì a procurargli due concerti in solo, uno il 26 novembre 2008 a Parigi e l’altro il 1° dicembre a Londra, con un brevissimo preavviso.

«Erano i primi concerti in solo dopo che mia moglie se n’era andata», continua Jarrett. «Ero in uno stato emozionale incredibilmente vulnerabile. Ammetto che mi sono chiesto se fosse o no una cosa buona per la musica. Ma davvero non importava. Dovevo farli…

Avevo deciso che se mi fossi tirato indietro, mi sarei tirato indietro per sempre. Dico continuamente ai miei allievi: “Se devi suonare, suona come se fosse l’ultima volta”. Non era più un consiglio teorico: stavolta era vero. Si trattava di riuscire a sopravvivere, oppure di affrettare la fine».

PARIGI, 26 NOVEMBRE 2008

Perciò, quando uscì sul palco della Salle Pleyel di Parigi, Jarrett non aveva idea di che cosa stesse per succedere. Dopo tutto, fa notare, «non è naturale sedersi al pianoforte, senza portare materiale, creare il totale vuoto di idee musicali nella tua mente, e suonare qualcosa che abbia un valore durevole e sia completamente nuovo». E se questa sfida non fosse stata sufficiente, c’era anche il trauma della separazione con cui fare i conti.

Ma Jarrett aveva capito di «avere una nuova possibilità per fare qualcosa, e che niente mi avrebbe fermato, se solo fossi riuscito a rimanere vigile a tutte le possibilità, sia musicali sia personali». A conti fatti, il risultato del concerto lo colse completamente di sorpresa. Alla fine dell’esibizione, il suo sollievo fu enorme: «Mentre entravo e uscivo dal palcoscenico per gli inchini, ero in lacrime».

LONDRA, 1° DICEMBRE 2008

Il concerto londinese, pochi giorni dopo, fu sul punto di non aver luogo. «Sulla strada per Londra, arrivai a un soffio da una crisi di nervi», confessa. «Tutta la gente andava a fare le compere di Natale tenendosi per mano. Il posto era fin troppo pieno di colori rispetto al mio umore. Ero esausto per Parigi – erano passati solo due giorni – ed ero fermo in un ingorgo che non si sbloccava, nel bel mezzo di Londra, in un’auto senza mia moglie, guardando dal finestrino tutte queste coppie, le luci di Natale, quella gioia apparentemente senza limiti. Non ce la facevo a sopportarlo».

Eppure, due giorni dopo era sul palco alla Royal Festival Hall di Londra. Cominciò il concerto con una sorta di requiem, un brano scuro, esplorativo, multitonale. Poi a poco a poco attraversò diversi episodi musicali che durarono ognuno fra i sei e i dieci minuti. Fino ad arrivare a quello che Jarrett chiama «un concerto pulsante da rock band… a meno che non fosse una celebrazione religiosa, nel qual caso: alleluja!». Jarrett era giunto dall’altra parte, il dolore della separazione c’era ancora, ma il demone era stato scacciato.

OLTRE IL DOLORE

Entrambi i concerti sono stati registrati dall’ECM e ora vengono pubblicati con il titolo di “London/Paris: Testament”. Un epico cofanetto di tre cd, che potrebbe con tutta probabilità essere il coronamento della già eccezionale carriera in piano solo di Keith Jarrett. La ragione è semplice, ma allo stesso tempo complessa, com’è Jarrett stesso. Il dolore e lo shock che hanno accompagnato la separazione dalla moglie hanno anche aperto una porta nella sua mente, lasciando sgorgare una creatività che non era consapevole di possedere e mettendolo in grado di portare la sua musica a un livello del tutto nuovo.

IL PESO DELLA STORIA

«Per me è strano dirlo, perché non c’è nessun altro di mia conoscenza che sia più impegnato di me a ricercare l’espressione e l’integrità, senza inchinarsi alle pressioni del mercato. Ma quella musica mi ha semplicemente assalito di sorpresa. Non ci stavo nemmeno pensando: è venuta fuori dalla tastiera, e te ne puoi rendere conto ascoltando il concerto.

L’elemento più strano è che ci fosse una connessione con il rock, nel concerto di Londra. Solo dopo ho capito che, beh, era da lì che venivano tanti dei primi gruppi rock, e che quel pubblico li aveva ascoltati. Penso di essermi sentito libero di usare qualunque diavolo di cosa venisse fuori. All’improvviso tutto si è smosso e io stavo usando qualsiasi musica avessi suonato durante la mia intera vita. La seconda e ultima cosa, circa questo concerto di Londra, è che mi ha ricordato “Facing You”: avrebbe potuto essere uno di quei brani del disco che non sono mai stati pubblicati. Quando l’ho pensato, ho capito quanta storia della mia carriera ci fosse in questi due concerti».

CHIAMATO IN CAUSA

Jarrett, come sempre, è il proprio censore più esigente e il proprio critico più duro. È lui stesso il più sorpreso dalla piega che hanno preso gli eventi. Per quanto tempo riuscirà a sfruttare questo capitale di idee, che in precedenza era fuori della sua portata? Settimane, mesi, anni? Nemmeno lui lo. «Sai, non sapevo che cosa aspettarmi in questi concerti e ancora adesso non lo so. Per questo voglio suonare il più possibile finché ne sono capace.

Tutto sembra così vicino alla superficie. Le cose saranno ancora lì, passato del tempo? Non lo so. È un’esperienza notevole, l’unico aspetto che non mi piace della mia vita in questo periodo è che quando ho del tempo libero, sento che dovrei suonare. Ancora non faccio niente di diverso, ma so che c’è dello spazio intorno a me che può essere utilizzato in qualche modo. È difficile da descrivere, c’è una parte di me che, in qualche modo, è chiamata in causa come non lo era prima. La perdita può essere ingente, ma quel che resta diventa più importante che mai».

LA CATARSI

Secondo la Poetica di Aristotole, la catarsi è la purificazione delle emozioni attraverso la tragedia. Non sembra assurdo chiedere a Jarrett se questi due concerti siano riusciti a portarlo aldilà del punto in cui gli eventi della sua vita lo avevano condotto. «Sì», ammette con franchezza. «Mi hanno dato la capacità di guardare oltre la parte dolorosa per vedere che c’era qualcosa di vitale che stava succedendo, qualcosa che non avrei forse scoperto senza la parte dolorosa che ancora esiste.

Secondo certe teorie, gli artisti non possono fare niente se non sono in qualche modo ingarbugliati! In un certo senso è vero, e dato che, nei concerti in solo, io non ho alcun materiale, è meraviglioso, perché posso prendere quello che ho dentro e affermarlo sotto forma di musica, non di sentimenti.

Da bambino, se ero irritato o se qualcuno mi aveva dato fastidio ed ero triste, andavo al pianoforte a suonare qualche nota. Se ero arrabbiato probabilmente suonavano arrabbiate, e se ero triste suonavano tristi, ma dopo le prime note c’era un cambiamento, inspiegabile e incontrollabile. Non mi ero mai reso conto che avrebbe potuto funzionare ancora così. Quindi sì: quella cosa di Aristotele che hai citato è perfetta per me, perché è quel che mi è successo con la musica, sin da allora».

L’EMOZIONE AL CENTRO

Chiunque abbia visto Jarrett dal vivo sa quanto sia suscettibile a ogni emozione. È il centro della sua arte. Il suo impegno nel dare tutto, ogni volta che suona, e l’intensità della sua espressione si riflettono in gemiti di angoscia che spesso vengono colti dal microfono. «La quantità di energia che mi prendono questi concerti – commenta lui stesso, – è sempre stata stupefacente, per me. Ogni volta è come partecipare alle Olimpiadi».

Ma raggiungere quel livello di intensità, nella musica come nello sport, presenta dei rischi. Il tennista John McEnroe era solito inveire, quando l’arbitro chiamava dei falli dubbi. Molti pensano che lo facesse meno per sfiancare psicologicamente i suoi avversari (spesso Jimmy Connors, che comunque era troppo bravo per cadere in simili trucchi) e più per alzare i propri livelli di adrenalina.

INVETTIVE E FANTASIA

Anche Jarrett è famoso per le sue invettive contro il pubblico, e avendo parlato dell’indirizzare l’energia verso un risultato creativo, gli chiediamo se per caso c’è qualche connessione fra il suo inveire ai concerti e l’inveire di McEnroe e Connors contro gli arbitri, con lo scopo di tenere la mente concentrata e indirizzarla nella direzione giusta per portare a termine quel che si sta facendo.

«È interessante che tu abbia pensato a Jimmy [Connors], perché io lo comprendo in pieno», afferma Jarrett, che ai suoi tempi è stato anche un discreto tennista. «Era un giocatore intenso, totale e per questo motivo riesco sùbito a entrare in rapporto con lui. McEnroe era un tipo più lagnoso, ma è buffo dire che comprendo altrettanto bene anche lui… Nel caso di Jimmy era in ballo un fattore emozionale, mentre nel mio spesso si tratta di una ragione diversa. Se stai parlando di Perugia, c’è stata gente che ha detto: “È stato un gran concerto, ma non mi piace la sua personalità”.

Beh, il concerto non sarebbe stato altrettanto grande se io mi fossi trattenuto. Sono uscito sul palco e ho visto tutte queste stupidaggini (flash e fotografie, ndr), e sapevo che Gary [Peacock] e Jack [DeJohnette] stavano fissando le stesse cose. Sono loro quelli che ne soffrono di più, sono loro che vengono da me e mi dicono: “Lì fuori c’è qualcuno che fa questa cosa”. Okay, se io non affronto il problema, quali sono le conseguenze? Se lo faccio, quali sono le conseguenze? A volte devo farlo, se voglio che ci sia la musica».

Keith Jarrett, An Evening of Solo Piano Improvisation at Isaac Stern Auditorium, Carnegie Hall.

NOI ARTISTI, LE VITTIME

«Ho avuto l’opportunità di rendermene conto mentre andavo al microfono. Ho detto quel che ho detto, poi dritto al pianoforte… Quando esci sul palco, in sostanza stai entrando in un’arena: noi musicisti non possiamo andare da nessuna parte, non possiamo scappare; la gente se ne può andare, ma noi siamo le vittime di tutto ciò che l’ambiente ci impone.

Questo, quindi, è un aspetto della questione; l’altro è quello che dici tu: indirizzare la mente nella giusta direzione. La giusta direzione: se non dici niente, poi puoi avere dentro quella costrizione e pensare: “Beh, devo dire qualcosa più tardi, lo stanno ancora facendo?”. Io non guardo nemmeno il pubblico, guardo Gary e Jack, e mi chiedo se le loro espressioni significano che stanno vedendo dei fotografi. È per questo che ti devi liberare di tutto ciò per riuscire a suonare».

«Dopo quell’episodio a Umbria Jazz – solo in seguito ho scoperto che ero stato filmato – mi hanno bandito dal festival; tutti ne parlavano e continuavano a farmi domande, soprattutto gli americani. Molto prima che la vicenda si sviluppasse e diventasse famosa, io sentivo solo che non puoi saperlo subito, se hai fatto la cosa giusta, ma se senti fortemente che quella è la cosa giusta e non la fai…

È come nella musica: se non suoni quello che senti, che cos’altro ti resta? Voglio dire, ne parlavo con persone che mi sono vicine, e ho detto: “Quello era l’unico modo per ottenere quell’effetto”. Ciò, alla fine, avrà il risultato di far concentrare il pubblico, tutti lo sapranno, quindi perché mai desiderare di guastarsi la loro esperienza?».

HO BISOGNO DEL PUBBLICO

Nella prima parte della sua carriera, Jarrett divenne famoso perché si era fatto un punto d’onore nel pretendere pianoforti di qualità e ben intonati, e oggi molti pianisti lo ringraziano per questo. Ora ha anche un effetto sul pubblico dei suoi concerti. Chi era presente a Londra parla dell’atmosfera elettrica che si respirava prima che il pianista entrasse in scena, dato che si trattava del suo primo concerto nella capitale in diciotto anni.

Jarrett era cosciente di questa elettricità nel pubblico? «Sì, io sono il primo a sentirla. Devo dire che non è successo solo in Inghilterra, ma ovunque nell’ultimo anno. La sento persino prima di uscire sul palco. Mentre suono avverto qualcosa, di quell’atmosfera, di quella concentrazione, e qualunque cosa accada sul palco dipende dal pubblico più di quanto il pubblico stesso sappia. Questa miscela chimica tra me esecutore e chi mi ascolta significa che più il pubblico mi viene vicino, più io vado vicino a lui, e più sentiamo l’uno le esperienze dell’altro».

SUONARE QUALCOSA DI INASPETTATO

Quindi, l’immagine di un Jarrett talmente concentrato sull’atto creativo da escludere il pubblico è tutta parte di una leggenda. «È quello che molta gente pensa. Uno dei miei grandi lussi è il fatto che, non portando materiale predeterminato, rispondo a qualunque tipo di sensazione chimica ci sia nella sala, tra le persone che siedono nel teatro e me. Non darò loro quel che sentono di volere, perché sono abbastanza istruiti da sapere che stanno commissionando una nuova opera, sul serio.

Non si aspettano di sentire, che so, di nuovo il “Köln Concert”. E credo di essere stato fortunato a cominciare presto, così posso davvero riempire una sala con quelle persone che vogliono ascoltarmi. Ma immaginare che il mio lavoro sia fatto con l’esclusione del pubblico è un errore, ed è un errore che il pubblico ha commesso perché io sono sensibile alle loro debolezze: pensano che io voglia una sala sterile, igienizzata, silenziosa, quando tutto quel che voglio è la loro attenzione, e il rispetto per il processo, il processo creativo, il che significa che neanche io posso starnutire sul palco!».

SOLO UN DISCO IN SOLO

Il lungo viaggio di Jarrett all’esplorazione del potenziale del recital in piano solo liberamente improvvisato è cominciato nel 1972 con “Facing You” e ha raggiunto un nuovo culmine di creatività con “London/Paris Testament”. È un formato che ha prodotto alcuni dei suoi dischi più amati, tra i quali “The Köln Concert” (1975), un disco che a tutt’oggi ha raggiunto la cifra di tre milioni di copie vendute, risultato incredibile per una registrazione di jazz.

Ma la sua discografia in solo è piena di dischi memorabili (tutti per l’ECM, ndr): “Solo Concerts: Bremen/Lausanne” (1973), “Sun Bear Concerts” (1976), “Paris Concert” (1988), “Vienna Concert” (1991), “Radiance” (2002), “The Carnegie Hall Concert” (2005). Se dovesse tenere una master-class per giovani studenti, cosa che di tanto in tanto fa, quale sarebbe il disco in solo che suggerirebbe di ascoltare, per catturare l’essenza della sua arte?

«Credo che, se dovessi sceglierne uno solo, sceglierei “Paris/London”, non fosse altro che per la varietà di linguaggi musicali che contiene. Se in futuro deciderò di pubblicare i concerti giapponesi che ho registrato poco prima di separarmi da mia moglie, e che rappresentano un gran risultato dal punto di vista tecnico, vedrai che hanno un flusso molto più uniforme, nel senso che la musica sembra abitare in un unico mondo, mentre su “Paris/London” ci sono molti mondi.

È un po’ come se questi diversi mondi se ne stessero seduti uno accanto all’altro a dirsi ciao, stringersi la mano o cose del genere. Qui ci sono molte delle mie cose in solo, perciò questo disco è quello che uno dovrebbe ascoltare se non conosce nulla del mio lavoro, e fosse interessato a esplorarlo. Ma questo è vero per ogni artista: quando un pittore deve finire un quadro, non lo finisce, lo lascia incompiuto se non è almeno pari a qualsiasi altra cosa che abbia fatto in precedenza ».

JARRETT E “THE KÖLN CONCERT”

Eppure, che piaccia o no, “The Köln Concert”, registrato il 24 gennaio 1975, è un lavoro indelebilmente associato a Jarrett, e che ha ormai preso una propria vita. Quali sono i suoi sentimenti circa il disco, dopo tutti questi anni? «Complessi. Ho una relazione complessa con “The Köln Concert”: innanzi tutto mi rendo conto che il modo in cui ho suonato il piano non è nemmeno lontanamente paragonabile a come lo suono oggi, perciò se lo ascolto come pianista non sento il tocco come lo sento oggi, non sento le dinamiche, non lo sento venir fuori dalle mie mani. Ma ci sono queste melodie, e queste sezioni accostate l’una all’altra, che si creano da sole: non c’è nient’altro di simile nella mia discografia.

È stato un momento unico: avevo il piano sbagliato, e non è che proprio mi piaccia il mio tocco, ma c’erano delle idee che mi giravano per la testa, ero giovane e ci sono questi colori e questi voicings, che in quel momento nessuno suonava. Quel che accade è che, con l’andar del tempo, un disco ha molto a che fare con il modo in cui viene accolto, con il tempo che passa, e tutte queste cose vanno avanti finché il disco diventa una cosa da avere assolutamente. Quindi, forse, fra i miei dischi sceglierei “Paris/London”, “The Köln Concert” e qualcosa di più astratto, come “Radiance” (ECM, 2002, ndr). Forse questa sarebbe una buona combinazione».

«LA COMUNICAZIONE È TUTTO»

E dunque, da una serie di difficoltà personali è emerso “Paris/London”, uno dei dischi-chiave nella già impressionante discografia in solo di Jarrett. Ma anche prima di uscire sul palco a Londra, il pianista sentiva di avere qualcosa di speciale a portata di mano. «Dietro le quinte, prima del concerto, mi hanno presentato la donna che si occupava del buffet, che era sotto tensione come tutti gli altri presenti, e aveva appena perso il suo amore dopo molto tempo insieme. Dissi che non potevo fare a meno di pensare a mia moglie e lei, con calma ma anche con fermezza, mi indicò un muro bianco, vuoto. Ho capito che tutte queste persone, senza volerlo, mi stavano aiutando a rimettermi insieme. Quando poi uscii sul palco, la gente dietro le quinte emanava la radiazione giusta. La comunicazione è tutto. L’essere è tutto. Le persone sono creature profonde, serie, con poco a cui aggrapparsi».

Keith Jarrett

Paris /London Testament

ECM, 2009 (DUCALE)

  • Keith Jarrett (pf)

 Keith Jarrett è uno dei pochi artisti nel jazz che hanno dato prova di una continua crescita artistica, raffinando e migliorando il proprio tocco e la propria concezione armonica e melodica. La sua discografia in piano solo, da “Facing You” in poi, è un continuo liberarsi dai cliché e dai gesti gratuiti. Dischi come “Radiance” (ECM, 2002) e “The Carnegie Hall Concert” (ECM, 2006) hanno mostrato come Jarrett abbia ormai abbandonato le lunghe, ininterrotte improvvisazioni del passato, in favore di episodi compiuti in sé stessi, anche molto brevi, in un rigoroso processo di auto-revisione.

In questo “Testament”, Jarrett ha ulteriormente sviluppato tale concezione, e allo stesso tempo sembra propenso a creare una gamma espressiva più ampia. Ne è un esempio il concerto di Londra, dove nel corso di una dozzina di episodi Jarrett si sposta da un’apertura introspettiva, simile a un requiem, ad atmosfere rockeggianti. Il disco è un affascinante documento di due concerti carichi di elettricità, che mostrano un Jarrett al culmine delle sue possibilità. (SN)

CD1 (Salle Pleyel, Paris: November 26, 2008): Part I / Part II / Part III / Part IV / Part V / Part VI / Part VII / Part VIII; CD2 (Royal Festival Hall, London: December 1, 2008): Part I / Part II / Part III / Part IV / Part V / Part VI; CD3 (Royal Festival Hall, London: December 1, 2008): Part VII / Part VIII / Part IX / Part X / Part XI / Part XII

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