Un libro su Django, “Vita e musica di una leggenda zingara”Tempo di lettura: 6'

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Nel libro di Michael Dreni emerge il ritratto di Django. Abbiamo intervistato il critico Francesco Martinelli per saperne di più sulla vita del grande chitarrista zingaro

DI SERGIO PASQUANDREA

Qual è l’apporto del volume di Michael Dregni, rispetto agli studi precedenti su Django Reinhardt?

Django integra e ricontestualizza i libri già esistenti sulla figura del chitarrista. Dregni ha condotto una vasta ricerca, ha potuto intervistare persone che l’hanno conosciuto. Ha anche scoperto, in Francia, documenti finora inediti, tra cui i certificati originali dell’ammissione di Django e di sua moglie all’ospedale, dopo l’incendio del suo carrozzone (nel 1928, episodio in seguito al quale la sua mano sinistra rimase semi-paralizzata, NdR).

Una delle parti più interessanti del libro è la prima, dove si parla a lungo della cultura dei manouches (gli zingari francesi, NdR) e dell’ambiente del bal musette, in cui Django si formò e fece le prime esperienze musicali come suonatore di banjo. Un periodo della sua formazione non molto noto, poco trattato negli altri libri sul chitarrista. Dregni invece, che è anche un grande esperto di chitarra, illustra a lungo il modo in cui egli si avvicinò gradualmente al jazz.

Un pregio del libro è la sua estrema accessibilità: spesso sembra davvero di leggere un romanzo.

Si, il libro ha un’impostazione narrativa che lo rende molto leggibile. Come tutta la grande divulgazione, riesce a essere scientificamente valido, ma al contempo capace di richiamare il pubblico interessato al tema, anche non necessariamente quello degli specialisti.

DJANGO REINHARDT

django vita libro

La posizione di Django nella storia del jazz è piuttosto strana: tutti riconoscono il suo genio, ma molti tendono a considerarlo un isolato, che non ha avuto un vero influsso sugli sviluppi successivi di questa musica.

Una ragione sta nel fatto che la sua figura non viene presa in considerazione in tutta la sua portata. Django fu un grande anticipatore, il primo a creare un gruppo jazz con soli strumenti a corde (a parte gli esperimenti di Eddie Lang con Joe Venuti). Già negli anni Trenta introduceva elementi folklorici, o addirittura elementi classici, che poi sarebbero diventati parte del “jazz europeo”.

Inoltre, la sua notorietà è legata soprattutto alle incisioni degli anni Trenta, quelle con Stephane Grappelli e il Quintette du Hot Club de France. Nel dopoguerra, Django praticamente scomparve, cominciò a venir considerato un musicista passé, legato alla musica swing, ormai tramontata, a una certa Parigi del passato. La verità, invece, è che nei primi anni Cinquanta era ancora uno dei musicisti più avanzati d’Europa, un grande sperimentatore sonoro, uno dei primi a usare i pick-up applicati alla chitarra. Dregni analizza a lungo le sue ultime incisioni, che coinvolgono musicisti come Pierre Michelot e Martial Solal, svelandone tutta l’importanza.

In effetti, la sua ultima produzione, in cui adottò la chitarra elettrica e passò a suonare be bop, è ancor oggi poco conosciuta.

Quando nei miei corsi faccio sentire Flèche d’or o alcune delle sue ultime incisioni, tutti rimangono strabiliati dai legami con Wes Montgomery, o con musicisti considerati più “moderni” di lui.

Dregni racconta di come, negli ultimi anni, egli fosse infastidito da chi gli chiedeva di replicare all’infinito la musica del Quintette, che lui stesso considerava sorpassata.

È la stessa risposta che dava Miles a chi gli chiedeva di ripetere la sua musica degli anni Cinquanta. Forse a Django ha nuociuto anche il fatto di essere diventato una sorta di eroe culturale per i rom. Uno dei pochi del loro popolo ad aver acquisito fama anche nel mondo dei gadjo (i non-zingari, NdR). Come è successo per Charlie Parker, la sua musica ha prodotto una schiera di imitatori, che suonano il cosiddetto “gipsy jazz”, ma credo che lui stesso non sarebbe contento di sentire i suoi licks ripetuti all’infinito.

La sua grandezza è testimoniata dal fatto che anche molti musicisti americani gli espressero la loro stima, cosa del tutto inusuale all’epoca per un jazzista europeo.

Django era un musicista immenso, capace di dare ai suoi partner uno stimolo continuo: suonare con lui era come avere alle spalle un’intera orchestra. Grappelli non suono mai più bene come aveva fatto con lui, e lo stesso si può dire anche di un musicista come Rex Stewart (il grande trombettista ellingtoniano, che incise con Django a Parigi nel 1939, NdR).

Musicisti come Duke Ellington e Coleman Hawkins riconoscevano in lui un musicista alla loro pari, anche perché non imitava il jazz americano ma aveva creato uno stile del tutto originale. E negli anni Trenta e Quaranta, i chitarristi americani consumavano i pochi suoi dischi che arrivavano negli Stati Uniti, perché sentivano che suonava come nessun altro al mondo.

francesco martinelli
Dregni sfata anche un altro mito, quello di Django musicista “naïf”, una specie di genio istintivo, inconsapevole della propria musica.

È un mito che nel jazz si è ripresentato molte volte, basti pensare a Louis Armstrong. Il problema è che la nostra cultura non riesce ad accettare l’alterità, il fatto che esistano altre culture altrettanto valide, ma che seguono regole diverse.

Django era un musicista estremamente consapevole, un perfezionista sul suo strumento. Amava Berlioz e Debussy ed era un grande compositore, solo che veniva da una cultura in cui la tradizione musicale era trasmessa per via orale. Non concepiva le sue composizioni sulla pagina, ma direttamente con l’orecchio, lasciando poi che fossero altri a trascriverle.

Purtroppo questo e un problema che si sente ancor oggi nell’ambito della didattica del jazz, che spesso viene appiattita su quella della musica classica. Si sta perdendo la tradizione orale, che invece è fondamentale: durante i miei corsi a Siena Jazz, mi rendo conto che molti ragazzi conoscono gli standard solo per averli letti sul Real Book, senza mai aver ascoltato le versioni dei grandi musicisti del passato.

La traduzione di questo libro è frutto di una collaborazione fra l’editore EDT e la Fondazione Siena Jazz, che ha già prodotto altri titoli.

La nostra esigenza era quella di indicare agli studenti, che spesso non conoscono l’inglese, dei libri scientificamente validi in italiano. Sono già uscite l’introduzione al jazz di John Szwed, il libro di conversazioni di Andy Hamilton con Lee Konitz e la miglior biografia esistente di Charlie Parker, quella scritta da Carl Woideck; in ottobre uscirà la traduzione di Coltrane On Coltrane, di Chris DeVito, una raccolta di interviste, dichiarazioni e scritti del sassofonista.

Che cosa desidereresti che restasse, nei lettori di Django?

Spero che il libro possa esser un invito all’ascolto della sua musica. Django ha inciso moltissimo, quasi mille facciate di dischi, quindi può essere difficile orientarsi nella sua discografia: proprio per questo abbiamo aggiunto all’edizione italiana un’appendice, che ne costituisce un complemento essenziale, dove viene aggiornata la bibliografia e forniti dei consigli per l’ascolto.

MICHAEL DREGNI

DJANGO. VITA E MUSICA DI UNA LEGGENDA ZINGARA

  • EDT/SIENA JAZZ, 2011

Pagine 428 – 22 euro

Questo di Michael Dregni è senz’altro il libro più completo e approfondito sul grande chitarrista gitano, presente attualmente sul mercato. Attraverso un minuzioso lavoro di ricerca e documentazione, viene ricostruita la personalità umana di Django, la sua formazione, il suo stile, la sua evoluzione artistica.

Il tutto inserito in un vasto sfondo storico e culturale: la vita degli zingari, l’ambiente musicale francese all’inizio del secolo, i primi vagiti della scena jazzistica europea (gustosissimi i ritratti di Hugues Panassié, di Charles Delaunay e dei primi appassionati di jazz parigini riuniti attorno all’Hot Club de France), l’arrivo dei maestri americani, l’ambigua situazione della Francia durante l’occupazione tedesca.

Quello che viene fuori è un ritratto a tutto tondo del Django uomo e musicista, circondato dalle mille figure, ora tragiche ora pittoresche, che accompagnarono la sua fulminante parabola artistica. Dregni analizza anche l’eredità postuma di Django e lo sviluppo del “jazz gitano”. Completa il libro un’utilissima discografia consigliata, curata dal traduttore Francesco Martinelli. (SP)

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