Massimo Carrieri: “Ecco Zahir, la mia ossessione”Tempo di lettura: 3'

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In questa intervista, il pianista Massimo Carrieri ci racconta la genesi dell’ultimo disco, “Zahir”, registrato con le voci di Imma Giannuzzi e Salah Addin Roberto Re David

DI LUCIANO VANNI

Massimo Carrieri intervista zahir
«Ho costruito il suono di “Zahir” prestando da subito attenzione alla scelta di tutti gli elementi che avrebbero caratterizzato il risultato finale del disco: lo strumento, lo studio, l’ingegnere del suono, gli ospiti» Massimo Carrieri ©FREM
Partiamo dalla scelta del titolo.

Zahir è un termine che appartiene alla cultura araba e che fa riferimento a un pensiero ricorrente, quasi ossessivo, che può occupare la nostra mente e il nostro cuore. Era la parola che meglio rappresentava lo stato d’animo in cui si è sviluppato il disco, il main concept alla base di questo progetto. Un unico termine che racchiude al suo interno una grande varietà di sentimenti ed emozioni.

Il disco “Zahir” è profondamente biografico. Che musica racconta?

Racconta la musica che sento più vicina, quella con la quale sono cresciuto, che ho appreso nei miei studi, che mi ha affascinato nei miei incontri reali e immaginari.

Ho un concetto di musica totale: non mi sento di appartenere a un genere in particolare e non voglio legarmi a nessuna corrente di pensiero, a maggior ragione se dettata dalla moda del momento. Utilizzo diversi linguaggi ma facendo attenzione affinché tutto abbia una logica. “Zahir” va interpretato come la colonna sonora di un film che racconta una storia in cui fatti, ambienti e personaggi sono reali.

Che ruolo svolge l’improvvisazione in questo album?

Non è determinante, se pur presente in diversi brani. Anzi ce n’è uno, Labyrinth, completamente improvvisato e nato dal nulla durante la fase di registrazione: una scelta funzionale, solo così avrei potuto trasmettere quel senso di “smarrimento” tipico di un labirinto vero o emozionale che sia.

L’improvvisazione occupa un ruolo di completamento dove richiesto dalla partitura, un momento in cui amplificare – attraverso l’estemporaneità – l’idea stessa della composizione. Non è uno spazio dovuto in cui “mostrarsi”, un aspetto, questo, cui non sono interessato, bensì qualcosa dettato dalla necessità di liberarsi all’interno di una forma comunque organizzata. In generale do più importanza al quadro d’insieme che all’individualità.

“Zahir” manifesta un timbro pianistico personale: ci racconti il tuo suono?

La ricerca di un suono passa attraverso due fattori: uno prettamente umano, legato quindi alle proprie caratteristiche, l’altro più tecnico, determinato cioè da una serie di fattori che contribuiscono a creare un proprio sound. Per quanto riguarda il primo, probabilmente la mia formazione di organista classico ha finito per contaminare inconsapevolmente l’approccio pianistico, il modus operandi.

Per il resto ho costruito il suono di “Zahir” prestando da subito attenzione alla scelta di tutti gli elementi che avrebbero caratterizzato il risultato finale del disco: lo strumento, lo studio, l’ingegnere del suono, gli ospiti. La scelta è ricaduta su uno Steinway del 1917. Al suono caldo e antico di questo vecchio “signore” si sono aggiunti l’uso del pianoforte preparato e in overdubbing, tecniche con le quali ho potuto ricreare determinati scenari e sonorità. A completare il tutto c’è stato il lavoro di sound processing, anello di congiunzione tra passato e presente.

Come hai composto le undici tracce dell’album?

Ho racchiuso la fase compositiva in tre, quattro mesi. Cercavo una coerenza emozionale, l’espressione derivante da un determinato momento di vita. Vedo la partitura come un impianto architettonico in cui impostare le fondamenta, poi i vari piani e via via sino alle rifiniture finali. Nulla è stato lasciato al caso.

A quale artista ricolleghi “Zahir”? Tre parole per definire l’album?

Alle tele di De Chirico. Sincero, circolare, mediterraneo.

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