Maurizio Giammarco: “Vi presento i Tricycles, eclettici elettrici”Tempo di lettura: 6'

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Maurizio Giammarco presenta “Eclectricity”, il primo disco dei Tricycles. Nell’intervista spiega perché il trio, amante dell’improvvisazione, ha deciso di registrare un album 

DI SERGIO PASQUANDREA; FOTO DI EMANUELE VERGARI

Maurizio Giammarco: "Vi presento i Tricycles, eclettici elettrici"

Maurizio Giammarco è un musicista che, nel corso di una carriera ormai più che trentennale, ha abituato il pubblico alla pratica dell’eclettismo. Dalle formazioni elettriche, come Lingomania e Megatones, al jazz acustico, dalle collaborazioni con i grandi del jazz italiano e americano alle tournée con artisti pop, fino all’opera di compositore e arrangiatore per la Parco della Musica Jazz Orchestra, il sassofonista romano ha percorso il jazz in tutta la sua ampiezza. Ora, questo “Eclectricity” rivela ancora una nuova angolazione della sua poetica: un trio con basso e batteria, in cui la musica può virare facilmente verso direzioni disparate, dal jazz al funk all’elettronica. Merito anche dei partner, il bassista Dario Deidda e il batterista John B. Arnold, due musicisti capaci di interagire in maniera assolutamente paritaria.

“Eclectricity” è il primo disco inciso dal trio Tricycles, che però esiste ormai da parecchi anni. Com’è nato il gruppo e quali caratteristiche ha?

I Tricycles sono nati circa dieci anni fa, ma in realtà la collaborazione con Dario Deidda e con John Arnold va avanti da molto più tempo. Con entrambi ho lavorato molte volte, in diverse situazioni, già prima della formazione di questo gruppo, in progetti sia miei sia loro. In particolare, con John, che vive tra Roma e New York, suoniamo da più di trent’anni; Dario, poi, con cui collaboro fin dai primi anni Novanta, è semplicemente uno dei migliori bassisti elettrici in Italia, un musicista che, in qualunque contesto lo metti, riesce a tirare fuori delle cose bellissime.

Da una decina d’anni abbiamo messo insieme questo gruppo stabile e ci siamo dati il nome di Tricycles: e ci tengo a sottolineare che non si tratta del “mio” trio, bensì di un gruppo completamente paritario. Quindi, io qui non parlo solo a nome mio, ma a nome di tutti e tre.

 Come mai la vostra prima incisione è arrivata solo adesso?

Fino ad ora ci siamo limitati soltanto a suonare live, e il motivo è semplice: perché Tricycles è nato come gruppo di improvvisazione totale, in cui tutti i brani nascono direttamente sul palco, con pochissimo materiale pre-composto o pre-arrangiato. Poi, però, abbiamo pensato che sarebbe stato davvero un peccato se la nostra musica fosse rimasta senza una documentazione discografica che ci consentisse di fissarla e di portarla a un pubblico più ampio. È per questo che abbiamo inciso questo disco. Anzi, colgo l’occasione per ringraziare la Parco della Musica Records per averci dato l’opportunità di pubblicarlo.

Il disco è una fotografia di quel che effettivamente realizzate sul palco, oppure avete modificato la musica per adattarla allo studio di registrazione?

Direi un po’ tutte e due le cose. In generale, abbiamo cercato di mantenere anche in studio lo spirito del gruppo che, come dicevo, è soprattutto quello di improvvisare. Infatti alcuni brani sono frutto di pura e semplice improvvisazione, così come facciamo dal vivo, in altri invece è un po’ più accentuato l’elemento compositivo. Anche in questo caso, comunque, le composizioni portano non solo la mia firma, ma quella di tutti e tre noi, perché il trio è paritario anche in questo. In linea di massima, i brani sono pubblicati così come sono nati in studio.

Solo in un paio di occasioni ho usato qualche sovraincisione o qualche aggiunta a posteriori. Quanto alla tua domanda, se questa sia una “fotografia” dei Tricycles: in realtà, il gruppo è in costante evoluzione, quindi, come scrivo anche nelle note di copertina, questa è una fotografia dei Tricycles così com’erano quel giorno, nel novembre del 2010; magari, se incidessimo un altro disco adesso, o tra una settimana o tra un mese, probabilmente verrebbe fuori qualcosa di completamente diverso!

Quel che colpisce, nel disco, è la varietà di situazioni musicali che riuscite a creare, e che spaziano su generi e stili molto diversi.

Con questo gruppo, non volevo pormi limiti circa quel che era possibile fare. Anche se la musica, per certi versi, è un po’ uno sviluppo di quel che facevo con i Megatones, poi in realtà, quando ci si trova a suonare, si può andare davvero in qualunque direzione: jazz, elettronica, rock, funk. Ad esempio c’è un pezzo, Jimi’s Changes, chiaramente dedicato a Hendrix, che è basato su quel che facevamo dal vivo, ma che poi, in quella forma, è nato direttamente in studio. Anche i brevi brani a firma di John, che sono intitolati Intermission e sono basati molto sull’uso dell’elettronica, sono nati così come li senti nel disco. Insomma, è un lavoro costruito così, con una serie di flash su quelle che sono le diverse anime del trio.

Per quanto riguarda il versante più legato alla tradizione, avete inserito una suite di tre brani di Thelonious Monk: Monk’s Mood, Misterioso e Little Rootie Tootie. Monk è spesso considerato un autore difficile da trattare. Come avete affrontato queste composizioni?

Sono d’accordo che Thelonious Monk sia un compositore che mette una fortissima impronta in ogni suo brano, però secondo me le sue composizioni sono materiale che si può senz’altro rielaborare. La composizione Monk’s Mood, in particolare, è basata su una versione che eseguivo con i Megatones, e che poi ho ripreso e sviluppato con il trio.

Nonostante siate solo in tre, la musica di “Eclectricity” dà spesso l’impressione di una pienezza sonora quasi “orchestrale”.

Una formazione come questa mi piace proprio perché pone delle sfide anche dal punto di vista sonoro. Bisogna riuscire a creare un suono pieno, completo, senza avere a disposizione uno strumento armonico come potrebbe essere un pianoforte o una chitarra. Si lavora con uno strumento esclusivamente ritmico, la batteria, e con due strumenti, il basso e il sassofono, che sono in grado di produrre sostanzialmente una linea melodica per volta. Per questo la musica ha bisogno di un grande lavoro di sintesi, e ha anche bisogno di musicisti, come sono Dario e John, che sappiano collaborare in questo senso.

Una band come Tricycles offre anche un interessante contrasto con altre tue attività (ad esempio quella di direttore e arrangiatore di big band), dove forse viene fuori maggiormente l’aspetto della composizione. Qui, invece, prevale nettamente quello improvvisativo.

Mi fa piacere che tu l’abbia notato. A me piace troppo la musica, ne sono troppo affascinato, per potermi limitare a un solo genere o a un solo stile (anche se, forse, farlo sarebbe anche più conveniente dal punto di vista commerciale e di immagine). Invece a me piace spaziare, prendere direzioni diverse, ed è esattamente quello che facciamo con questo gruppo.

Ed è anche il senso del titolo che avete dato al disco, “Eclectricity”.

Il titolo del disco, con un gioco di parole che fonde i termini “elettricità” ed “eclettismo”, è stata un’idea di John Brandon Arnold, e mi pare renda molto bene l’idea dello spirito con cui suoniamo nei Tricycles.

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