Pasquale Innarella: “Sono un jazzista sociale”Tempo di lettura: 3'

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Pasquale Innarella ha dedicato il suo nuovo album “Uomini di terra” ai contadini del Sud. Perché il jazz deve ritrovare un ruolo sociale

DI SERGIO PASQUANDREA

© MONICA LEGGIO
Nella musica di “Uomini di terra” ci sono, da una parte, il tuo amore per il free jazz, dall’altra una forte tendenza melodica. Come riesci a farle convivere?

Nel jazz ogni musicista suona quello che è. E io sono cresciuto negli anni Settanta, ascoltando free jazz e suonando melodie e canzoni nelle sale da ballo. Inoltre, a un certo punto della mia vita artistica, mi sono reso conto che sarebbe stato utile semplificare la parte armonica, e ampliare così gli spazi per l’improvvisazione. Tutto questo lavoro ho avuto la fortuna di verificarlo di volta in volta con musicisti bravi che stimo molto, quali Francesco Lo Cascio, Pino Sallusti e Roberto Altamura.

Nel repertorio, i tuoi brani originali convivono con due reinterpretazioni: una canzone africana (Malayka) e un brano di Vinicio Capossela. Ci puoi raccontare come li hai scelti?

Per quanto riguarda i miei brani, sono partito da canti popolari della cultura Contadina irpina, che mi cantava mia nonna: ne ho presi dei frammenti e li ho ricondotti a un linguaggio jazzistico, con Francesco Lo Cascio. Le due composizioni non originali fanno riferimento a periodi rilevanti della mia vita.

Appena arrivato a Roma, nel 1984, sono stato ingaggiato da un gruppo di musicisti africani, con cui suonavamo afrobeat in un frequentatissimo locale, nel quale io ero sempre l’unico bianco! La prima canzone che ho suonato con loro è stata proprio Malayka. Vinicio Capossela ha genitori irpini e con lui ho condiviso diversi momenti di lotta, ad esempio i concerti per evitare l’apertura di una mega-discarica in Alta Irpinia.

“Uomini di terra” è un forte richiamo alla tua meridionalità. Che cosa vuol dire, per te, essere irpino e jazzista?

Molto semplicemente, sono un musicista jazz e sono irpino. Penso che il jazz sia una musica attraverso cui si esprime sé stessi e si racconta una storia: io ho fatto solamente questo. Il mio è un forte richiamo alla buona meridionalità, che c’è stata ed esiste tutt’oggi: quella di Giuseppe Di Vittorio, di Rocco Scotellaro, di Franco Arminio, che cito anche nel disco.

Tutta la tua musica è percorsa dall’impegno sociale. Credi ci sia ancora posto per questa dimensione, nel jazz?

Da diversi anni sono convinto che la musica d’arte, e il jazz in particolar modo, debbano (ri)trovare un ruolo sociale: oggi il jazz è un po’ assopito, adagiato tra sipari, velluti rossi e poltrone delle sale da concerto. La vitalità e l’innovazione le scopro, a volte, quando suono in qualche centro sociale o circolo ARCI, luoghi spesso marginali, frequentati da un pubblico numeroso (ma da nessun giornalista o organizzatore di concerti: sarà mancanza di curiosità?).

Dal 1999, lavoro anche con la RusticaXBand, un’orchestra che ho organizzato nelle borgate romane, insieme alla cooperativa Nuove Risposte Onlus. Iniziammo a rincorrere ragazzi con una carriera scolastica da pluribocciati, ai quali raccontavo le meraviglie del jazz e le vite difficili dei jazzisti.

Nell’orchestra, che gestisco con l’Associazione Voci e Suoni di Periferia e con il settimo Municipio di Roma, sono passati circa quattrocentocinquanta ragazzi, dei quali alcuni oggi studiano e suonano jazz, altri sono degli appassionati che incontro spesso ai concerti, e quasi tutti sono stati promossi a scuola, alcuni sono anche all’università. Ecco: questo è il mio ruolo di jazzista sociale.

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