Pierluigi Balducci: “Chiudete gli occhi per viaggiare”Tempo di lettura: 3'

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Dopo l’uscita di “Blue From Heaven”, vi proponiamo l’intervista al bassista Pierluigi Balducci: “All’ascoltatore voglio far vivere vite mai vissute”

DI LUCIANO VANNI

Blue From Heaven pierluigi balducci intervista
© CARMINE PICARDI

Come nasce il gruppo?

Inizialmente ho scelto l’organico con l’idea di organizzare un ensemble più tradizionale rispetto al passato e poi, nella scelta dei musicisti, ho iniziato dai due che considero idealmente miei maestri, Pal McCandless e John Taylor. Suonare con musicisti che hai ascoltato e riascoltato negli anni della tua formazione è un qualcosa di elettrizzante e al tempo stesso naturale.

Si tratta di musicisti di grande personalità, sotto il profilo espressivo.

Di Paul sapevo che, suonando l’oboe, avrebbe dato al lavoro una connotazione timbrica molto vicina al mondo della musica classica, cosa che mi è davvero molto congeniale. Quanto a Taylor, di lui mi ha commosso la sensibilità e il rispetto con cui si è avvicinato alle mie composizioni, caratteristica che ho trovato spesso in molti grandi uomini, in ogni campo.

A Michele Rabbia ho chiesto di interpretare un ruolo certamente più canonico rispetto a quello che svolge in duo con Stefano Battaglia, e cioè di suonare essenzialmente la batteria, con il suo gran bel “tiro”; sapevo che lo avrebbe fatto con quella spiritualità tutta sua.

Quale idea di musica avevi in mente, prima di incidere il disco?

Avevo in mente la mia musica. La sintesi di esperienze maturate in questi quarantuno anni, quel che posso evocare con la mia storia, la mia testa, il mio cuore. Pur volendo tornare a una formazione più usuale in ambito jazzistico (sax, pianoforte, basso e batteria, NdR) rispetto alle precedenti che erano più cameristiche (il Nuevo Tango Ensamble e il Pierluigi Balducci Small Ensemble, NdR), ho voluto rispettare quell’equilibrio a me caro tra scrittura e improvvisazione e prediligere un primate che io sento italiano di melodia e armonia rispetto alla sfera ritmica.

Quali sono, a tuo avviso, gli aspetti distintivi della musica del cd?

La caratteristica preminente è quella di far chiudere gli occhi all’ascoltatore e di consentirgli di andare altrove con la mente. Di fargli vivere vite mai vissute e di trasferirlo in luoghi mai visti, lontani dal “qui” e “ora”. Ciò che l’ascoltatore vorrei che provasse è una sorta di romantica aspirazione a ciò che gli sfugge.

Quali stimoli, musicali e non, hai portato dentro la tua musica?

Il mio passato di musicista formatosi con il be bop e l’hard bop è rimasto sullo sfondo, in lontananza, a fornirmi spesso gli strumenti tecnici e improvvisativi, ma ne ho ripudiate la tendenza alla velocità e l’idea del fare musica come virtuosistica competizione. Dalla poesia, ho fatto mia l’estetica del primo Ungaretti e della poesia pura: caricare di valenza semantica e magia i versi quanto più si semplifica la forma e la si sfronda della retorica.

Ti capita mai di riascoltare il disco?

Quelle poche volte che lo riascolto, mi diverte e mi appaga intensamente. Non dimentico mai, fra me e me, di ringraziare la Dodicilune per averlo prodotto, per il sostegno materiale e morale ricevuto da Gabriele Rampino e Maurizio Bizzochetti, per la loro apertura all’innovazione, alla deviazione dalla norma, alla sintesi tra più mondi, senza le quali la musica sarebbe rimasta ferma alla monodia, e il jazz non sarebbe neanche nato.

Tre parole per definirmi l’album.

Spirituale, visionario, magico.

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