Renato Sellani: «Bravo Io? Sono Solo Un Dilettante»Tempo di lettura: 10'

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In questa intervista il pianista Roberto Sellani, che ha appena inciso un nuovo disco, racconta la sua vita, al fianco dei grandi del jazz internazionale

DI SERGIO PASQUANDREA

roberto sellani intervista vita
© EMANUELE VERGARI

Se esiste qualcuno cui si possa applicare la desueta definizione di “gentleman”, quello è Renato Sellani. Del gentleman, il pianista senigalliese ha tutti i tratti: l’innata eleganza nei modi, la discrezione, l’affabilità, l’understatement. Non ultima una modestia sorniona e autoironica, una capacità inimitabile di non prendersi mai troppo sul serio.

Nato nel 1926, attivo fin dagli anni Cinquanta, Renato Sellani ha percorso sei decenni di storia del jazz, suonando con tutti i più grandi protagonisti della scena italiana, europea e mondiale: da Chet Baker a Lee Konitz, da Enrico Rava a Gianni Basso, da Phil Woods a Sarah Vaughan.

Nel suo ultimo disco “Quando m’innamoro”, rilegge, in piano solo, nove canzoni di Roberto Livraghi. Ne abbiamo approfittato per parlarne con lui. E Sellani, da quello smaliziato affabulatore che è, ha saputo trasformare la conversazione in un racconto della sua vita e della sua personalità umana e musicale.

FESTIVAL DI SANREMO 1961, BRUNO MARTINO

QUANDO M’INNAMORO

È forse il brano più famoso compost da Roberto Livraghi. Fu interpretato dalla cantante Anna Identici al Festival di Sanremo del 1968

Chi è Roberto Livraghi

Nome forse poco noto al grande pubblico, Roberto Livraghi (nato a La Spezia nel 1937, ma ormai marchigiano d’adozione) è stato un autore molto prolifico. Negli anni Cinquanta e Sessanta ha scritto brani per Fred Buscaglione, Bruno Martino, Caterina Caselli, Gigliola Cinquetti, Bruno Lauzi, Gino Paoli. Quando m’innamoro, forse il suo brano più famoso, fu portato da Anna Identici a San Remo nel 1968 (l’anno in cui si esibì anche Armstrong con Mi va di cantare). Successivamente fu tradotto in inglese come A Man Without Love e conobbe un buon successo in tutta Europa.

Cominciamo con il chiedere a Sellani com’è nato questo suo ultimo progetto.

«Ho conosciuto Roberto Livraghi perché, ormai da anni, vive a Fano, a pochi chilometri da Senigallia, dove vivo io. Qualche anno fa, dopo un mio concerto, volle venire a trovarmi in camerino, e un po’ di tempo dopo mi contattò e mi invitò a suonare in un disco, nel quale alcune sue canzoni venivano reinterpretate da un’orchestra jazz (si tratta della Colours Jazz Orchestra, diretta da Massimo Morganti; il disco è “Quando m’innamoro… in jazz”, Egea Music 2010, NdR).

In quell’occasione non potei partecipare, però in cambio gli proposi di incidere, da solo, un intero disco, tutto di suoi brani; e questo è il risultato. Ho approcciato le sue canzoni con molta libertà, cercando di darne una mia interpretazione personale, e in alcuni casi le ho completamente rovesciate. Stando a quanto ne dice la critica, sembra che il lavoro sia riuscito bene. Ad aprile uscirà anche un secondo volume».

Sellani, d’altra parte, non è nuovo alle esplorazioni nella canzone d’autore. Oltre alle collaborazioni con Mina, Nicola Arigliano, Fred Bongusto, ha inciso svariati dischi dedicati al repertorio della musica leggera.

Ella Fitzgerald © ROBERTO POLILLO

«Credo di essere stato il primo jazzista, in Italia, a incidere dischi dedicati a tutti i cantautori degli anni Sessanta. Erano artisti che amavano molto il jazz, e che spesso erano anche miei amici, come ad esempio Bruno Martino. Ricordo che lui, e molti autori di questo periodo, erano affascinati dalla musica che facevamo noi jazzisti, anche se allo stesso tempo erano anche un po’ timidi, forse un po’ in soggezione, perché si consideravano solo degli autori di canzonette.

Negli anni Sessanta, ho frequentato molti di loro, come Bindi o Tenco, ho suonato a lungo con Mina: era un periodo in cui jazz e musica leggera erano molto vicini. Il motivo per cui ho voluto riproporre queste canzoni è che trovo sia facile suonarci, per un motivo molto semplice: hanno tutte delle bellissime melodie».

Gli anni Sessanta sono stati il periodo in cui Sellani, come molti altri jazzisti italiani della sua generazione, ha avuto modo di conoscere molti grandi maestri americani e di suonare con loro.

«Negli anni Sessanta ho frequentato molto la Bussola, il celebre locale della Versilia, dove suonavo spesso d’estate e dove conobbi tutti i più grandi musicisti del mondo. Ella Fitzgerald, ad esempio, mi prese subito in simpatia, tanto che, dietro sua richiesta, le insegnai persino le parole di Nel blu dipinto di blu.

Pensi che Burt Bacharach mi regalò il manoscritto di uno dei suoi più bei brani, Alfie, e io gli promisi di inciderlo. Lui aveva paura che fosse un po’ troppo difficile per il pubblico italiano, ma io risposi: “Meglio che sia difficile, perché sono le cose difficili, quelle più importanti”».

INCONTRI

Negli anni Sessanta, Renato Sellani ha l’opportunità di conoscere e suonare con molti musicisti americani passati in Italia tra cui Ella Fitzgerald, Burt Bacharach, chet Baker

«Gli anni Sessanta sono stati un periodo splendido per noi jazzisti, perché i più grandi musicisti americani della storia passarono in Italia, da Chet Baker, del quale fui il primo pianista italiano, a Phil Woods, a Lee Konitz, a tanti altri con cui ho avuto la fortuna di lavorare. Dico “fortuna” perché la bravura non c’entra molto: tutti questi incontri non li ho cercati, ma mi sono capitati.

Perciò, quando mi vengono a dire che sono bravo, io rispondo sempre di no, che sono stato soprattutto fortunato. Non credo si tratti di falsa modestia, è che è andata veramente così. La vita è fatta di incontri, e io ho avuto l’occasione di farne tanti».

BASSO-VAL AMBRINI QUINTET Da sinistra: Renato Sellani, Oscar Valdambrini, Gianni Basso, Giorgio Azzolini e Gianni Cazzola

L’esordio in un momento di libertà

Non sarà forse falsa, ma la modestia di Sellani è davvero sproporzionata, a fronte di una carriera letteralmente costellata di incontri illustri. Il pianista appartiene a quella generazione di pionieri che nel secondo dopoguerra, in un’Italia finalmente liberata dal giogo del regime fascista, ha potuto esplorare per prima, in piena libertà, la musica che arrivava dall’altra sponda dell’Atlantico. I suoi esordi musicali sono piuttosto precoci, ma è solo a fine anni Cinquanta, quando entra nel celebre quartetto di Gianni Basso e Oscar Valdambrini, che il suo nome entra nel circuito del jazz che conta.

«I primi contatti con il jazz li ebbi quando cominciai a frequentare l’ambiente romano, negli anni Cinquanta. Lì conobbi musicisti come Armando Trovajoli, Bruno Martino, che suonava benissimo il jazz, Piero Piccioni, o un altro grande, oggi purtroppo semi-dimenticato, che era Umberto Cesàri: pianista splendido, che ebbe una carriera difficile per motivi personali e caratteriali.

Vorrei ricordare anche Romano Mussolini, un altro grandissimo pianista che ha subito un oblio ingiusto, forse anche per via di un cognome del quale, però, non aveva nessuna colpa. Ricordo che quando io arrivai a Roma, nei primi anni Cinquanta, lui era già aggiornatissimo, conosceva a memoria tutti i brani di Charlie Parker. È stato grazie a lui se tanti altri musicisti italiani hanno potuto avvicinarsi al jazz».

“Sono ancora un dilettante”

«Suonavo nei locali da ballo, prima con Nicola Arigliano, e poi con Franco Cerri, che mi ascoltò a Roma e mi portò a Milano. Era il 1958: ebbi la fortuna di entrare nel quintetto di Gianni Basso e Oscar Valdambrini, che era il più importante gruppo jazz europeo, e con loro facemmo tournée anche in America. Da lì comincia la mia carrier semi-professionale. Dico “semi-professionale” perché io, in fondo, sono rimasto sempre un dilettante, e mi considero ancora tale. La musica è solo una delle mie passioni: amo lo sport, sono un appassionato di calcio, di nuoto, di tennis, ho fatto l’attore in teatro e in televisione, ho composto musica di scena. Insomma, mi manca solo di mangiare il fuoco, e poi potrò dire di aver fatto davvero tutto!».

© EMANUELE VERGARI

Eleganza senza pari

Tutta la sua carriera, così lunga e variegata, è racchiusa nel suo stile pianistico, che negli anni ha raggiunto una distillazione di inarrivabile eleganza.

Ma, se c’è un ambito nel quale Sellani non ha davvero rivali, è quello delle ballad: da sempre, la prova suprema per qualunque jazzista. Nei piccoli formati che predilige (il solo, il duo, il trio), il pianista riesce a trasformare qualunque materiale di partenza in un piccolo capolavoro di finezza, concisione ed espressività.

«Oggi, sento che spesso è il romanticismo a mancare, nel jazz. Io amo le melodie. Ricordo che Chet Baker diceva una cosa molto bella: una melodia va rispettata, non ci si improvvisa subito, o si può persino non improvvisarci per niente. Le melodie bisogna onorarle, trattarle con molta educazione.

Non c’è niente di male nel fatto che un musicista studi e sviluppi il più possibile la propria tecnica. Ma la musica non deve diventare un circo equestre, perché il più bravo non è sempre quello che fa le cose più pericolose, rischiando di rompersi il collo. La musica ha bisogno di sintesi, e soprattutto deve provocare emozione. Se provochi emozioni, hai successo, e chi ti ascolta ricorderà quel che suoni.

Io ho grande stima di tutti i bravi musicisti che ci sono oggi in Italia, giovani e meno giovani, e quando sento la bravura non posso che inchinarmi e applaudire. Però, per come la vedo io, un po’ più di cuore, di romanticismo, non farebbe male, in questo mondo così meccanizzato in cui viviamo. Altrimenti, si finirà per diventare tutti dei robot. Almeno, così la vedo io, giusta o sbagliata che sia la mia opinione».

© EMANUELE VERGARI

Un autodidatta sorprendente

Ascoltando la bellezza del suo tocco, la perfezione delle armonizzazioni, l’infallibile gusto nell’improvvisare, potrà risultare una sorpresa scoprire che, in realtà, Sellani è quasi completamente autodidatta. Il suo apprendistato è avvenuto soprattutto attraverso il contatto diretto con i grandi maestri.

«Non ho mai avuto voglia di mettermi a studiare sul serio. Ho provato a farlo, ma dopo dieci minuti smettevo e me ne andavo a giocare a biliardo, che è un’altra delle mie grandi passioni. Sono e resto un dilettante, mi piace stare sullo sfondo più che mettermi in mostra. Sulla mia vita si potrebbe scrivere un romanzo, ma il titolo dovrebbe essere: Voglio nascondermi. Dico sempre che nel mio testamento lascerò scritto: “Non si sappia in giro che sono morto!”».

«Nella vita, così come nella musica, non mi piace fare il protagonista. Non ho mai invidiato nessuno, non mi sono mai affannato per scalare vette o raggiungere risultati ambiziosi. La gente mi vuol bene e, dopo tanti anni, viene ancora a sentirmi. Chissà perché, mi chiedo io: forse per simpatia, non certo per bravura».

I miei dischi più cari

La discografia di Sellani è sterminata: decine, forse centinaia di titoli, nei quali si farebbe fatica a trovare una nota sbagliata, un prodotto che difetti di gusto e di eleganza. Ma Sellani ha particolarmente caro qualcuno dei suoi tanti dischi?

«Le devo fare una confessione: di tutti i dischi che ho inciso (credo che siano circa duecento), non ne possiedo nemmeno uno; e, se per caso ne ho qualcuno, lo regalo. Non mi riascolto mai, perché se lo faccio mi viene voglia di prendermi a schiaffi. Sa, io non ho la patente, non guido e non possiedo un’automobile, però in compenso possiedo l’autocritica. Quel che mi salva è che riesco sempre a sdrammatizzare, a fare un po’ di autoironia. Poi, quando suono, tutti mi dicono che quel che faccio è bello, sono tutti entusiasti. E io penso: beati loro!»

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