Simone Guiducci: “La musica delle radici in That’s All Folks”Tempo di lettura: 6'

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Dopo 15 anni di attività il Gramelot Ensemble pubblica il settimo album, “That’s All Folks”. Ce lo presenta il fondatore del gruppo, Simone Guiducci

DI LUCIANO VANNI; FOTO DI DANIELA CREVENA

Simone Guiducci: "That's All Folks la musica delle radici"

Torinese di nascita ma mantovano di adozione, Simone Guiducci, classe 1962, è un chitarrista che nel corso degli ultimi quindici anni ha lavorato quasi esclusivamente attorno al suo progetto più ambizioso e originale, il Gramelot Ensemble. Mai nessun nome sarebbe stato più appropriato per un gruppo che parla una lingua franca e che si muove tra folk e avanguardia, glocal e global, tradizione e contemporaneità. L’uscita del suo più recente album, “That’s All Folks” (TRJ, 2011), è l’occasione per raccontare uno dei più creativi e ispirati ensemble jazz italiani.

Innanzitutto raccontaci la storia del Gramelot: come e quando nasce?

L’embrione del Gramelot nasce pochi mesi dopo l’uscita del mio primo cd dal titolo “New Flamenco Sketches” (Le Parc, 1994), che vedeva ospiti Enrico Rava e Furio Di Castri. Una volta conclusa quell’esperienza – fortemente influenzata dal mio lavoro svolto contemporaneamente col quartetto Trapezomantilo di Mauro Negri, in cui suonavo la chitarra elettrica con sonorità molto vicine a Bill Frisell – mi ero reso conto della necessità di “vestire” le mie composizioni, legate ad atmosfere folk-jazz, con un suono più originale, meno “newyorkese”, fondato principalmente sulla sonorità della chitarra acustica.

Iniziai così un lavoro costante di prove con una ritmica composta dal contrabbassista Salvatore Maiore e dal batterista Roberto Dani, musicisti molto sensibili nei confronti di questa esigenza. Questa lunga fase di laboratorio ha davvero contribuito a creare un amalgama originale, e a valorizzare le mie idee compositive. E così, nel 1995, nasce la prima edizione del Gramelot completamente acustica con ospiti Paolo Fresu alla tromba e Mauro Negri al clarinetto.

Da allora una lunga discografia ti ha portato fino a “That’s All Folks”.

Dopo il primo disco autoprodotto intitolato “Gramelot” (Esagono, 1995) il progetto è cambiato ulteriormente, virando sempre più verso sonorità folk: ai fiati sono subentrati Achille Succi al clarinetto basso e Francesco Bearzatti al sax soprano, con Gianni Coscia alla fisarmonica, per l’incisione di “Sciarivarì” (Iktius, 1996). Nel 1997, infine, il quintetto si è stabilizzato con l’inserimento di Fausto Beccalossi al posto di Coscia mentre alle ance rimaneva solo Succi. Questa formazione stabile, ha realizzato ben quattro dischi: “Cantador” (Felmay, 2000), “Chorale” (Felmay, 2002), “Dancin’ Roots” (Felmay, 2004) e “Storie di fiume” (Felmay, 2006).

Una delle caratteristiche del gruppo è che si muove tra tradizione e avanguardia, folk mediterraneo e jazz.

Il Gramelot cammina da sempre sul filo del rasoio, in equilibrio fra jazz contemporaneo e musica popolare. Negli anni la comunicazione con musicisti “esterni” al mainstream, come Ralph Alessi, Erik Friedlander, Maria Pia De Vito o Don Byron, ha arricchito progressivamente la nostra tavolozza e ci ha permesso di inglobare nuove modalità nell’affrontare il materiale di ispirazione popolare, aspetto che rimane comunque alla base del nostro lavoro.

Ovvero, fate ricerca sulla tradizione.

Proprio così. Alla fine abbiamo sviluppato un approccio sempre meno rispettoso dei dettami tradizionali ma molto più stimolante per noi.

Con Gramelot si esaltano anche le tue doti di arrangiatore, perché riesci a offrire sempre inediti impasti timbrici.

Credo, in effetti, che il gruppo nei suoi quindici anni di vita sia riuscito a mantenere stabile due caratteri fondamentali: da una parte la “sonorità”, fortemente ispirata alle orchestrazioni tipiche dei gruppi di musica popolare italiana, con fisarmonica, clarinetto e chitarra acustica; dall’altra la prassi di lavorare su materiali melodico-ritmici derivanti, almeno in partenza, dalla musica folk del Nord-Italia.

È vero, però, che col passare del tempo la delimitazione “padana” – nel senso migliore del termine, beninteso – si è via via incrinata in favore di un’apertura verso l’esterno. Questo soprattutto per la naturale predisposizione dei singoli musicisti del gruppo – esempio lampante Achille Succi – verso forme di libera improvvisazione, per loro natura “irrispettose” nei confronti dei canoni statici del folk.

Improvvisazione e folk: queste le anime anche di “That’s All Folks”.

Il disco è la sintesi di un lungo percorso che riguarda la consapevolezza per noi di non poter suonare vera “musica di radici”. Il nostro folklore è per forza di cose un “folklore immaginario” costruito su memorie che riaffiorano, melodie e ritmi che vengono dalla musica popolare, anziché su un’interpretazione di forme musicali arcaiche e tramandate per via orale, come avviene nella musica folk tradizionale. Certo la sonorità di “That’s All Folks” prende ispirazione dal suono della musica popolare italiana. Però l’approccio è necessariamente lontano da quello che muove i gruppi di musica etnica o folk.

Ma che cos’è per te la musica folk?

La musica folk pura è l’espressione di artisti, che peraltro invidio, che sanno suonare solo la “loro” musica perché quella gli è stata tramandata. È musica legata in modo imprescindibile a un luogo geografico limitato, dove gli artisti sono vissuti e dove la loro cultura ha le sue radici. Possiede una forza che sta nella staticità anziché nel rinnovamento. Ho sempre accettato la dimensione di persona e musicista che vive in una società costituita da mille etnie che comunicano, com’è il mondo occidentale.

Anzi, nell’epoca e nella realtà in cui ci è capitato di vivere, mi appare impossibile e assurdo chiudersi nell’autocelebrazione etnica, anche se la conoscenza profonda delle proprie radici può aiutare a sentirsi più forti e liberi di comunicare con le “culture altre”. Certo è che il jazz, tra le musiche del mondo, è di gran lunga la più contaminata fin dai suoi inizi e, grazie alla straordinaria evoluzione che caratterizza la sua storia, offre più possibili varianti di linguaggio.

Tornando al più recente cd, mi sembra che ci sia un filo rosso di tipo compositivo, che unisce i brani del disco.

Le ispirazioni alla base dei brani sono varie e cangianti. Ma forse un sapore persistente è dato dal fatto che i brani sono tutti nati, nel momento della composizione, con un’accordatura particolare della chitarra. È quasi sempre un’accordatura aperta, non convenzionale ma piuttosto vicina a quella di antichi strumenti a corda medievali, preimpostata su modalità, soprattutto modo lidio – scala maggiore con quarta aumentata – che mi stimola molto. La sonorità nasce un po’ da qui: trascrivendo poi per fisarmonica e clarinetto, beh, la tavolozza si arricchisce molto.

Che musica ospita, a tuo avviso, l’album “That’s All Folks”?

Direi che il disco segue fedelmente il canovaccio degli altri lavori del gruppo. «Un calderone di idee diverse, melodie e ritmi, linguaggi comunicanti» per citare un critico di cui non ricordo il nome. E non potrebbe essere diversamente visto che il nome stesso del progetto, Gramelot, viene dalla mia passione per l’opera teatrale di Dario Fo. In particolare da Mistero buffo, nel cui ambito Fo recita utilizzando un linguaggio costruito mescolando forme onomatopeiche con termini realmente provenienti dai dialetti del Nord-Italia.

Secondo te, in che cosa è diverso “That’s All Folks” dagli altri tuoi lavori?

È evidente che il mutamento rilevante sta nelle novità dell’organico, poiché ho introdotto nuovi musicisti. Come il contrabbassista bresciano Giulio Corini e il percussionista sardo Andrea Ruggeri al fianco del fisarmonicista e pianista Oscar Del Barba.

Ho riconfermato al mio fianco l’insostituibile e preziosissimo Achille Succi e integrato in pianta stabile anche il trombettista statunitense Ralph Alessi. È al terzo disco col Gramelot, non è più uno special guest bensì un membro effettivo del gruppo. La musica, pur evolvendosi, perché io stesso nel corso degli anni ho cambiato modo di suonare e di scrivere, è rimasta in perfetto stile “Gramelot”.

Ho deciso di incidere il primo disco ora, a cinque anni dal precedente, solo perché ritengo di avere davvero trovato una nuova dimensione al gruppo, non succube del precedente organico anzi altrettanto creativo.

E infine, tre parole per descriverlo?

Molto difficile, ma visto che stiamo per nostra scelta, da sempre, sulla frontiera fra jazz contemporaneo e folk… forse… musica di confine?

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