Tom Waits: vita e discografia del poeta del jazzTempo di lettura: 16'

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Nonostante le difficoltà che hanno segnato la sua vita e l’esordio, Tom Waits è uno dei più ispirati geni musicali contemporanei. Raccontiamo la sua storia, a partire dal libro dedicato al “fantasma del sabato sera”

DI LUCIANO VANNI

Tom Waits: vita e discografia del poeta del jazz
Tom Waits, nei pressi di Portobello Road, Londra 25 maggio 1976. (Photo by Michael Putland/Getty Images)

Per comprendere a fondo l’opera di Tom Waits, bisogna fare i conti con la sua personalità, il suo sguardo, la sua voce cavernosa, la sua follia circense, i suoi eccessi e il suo trasformismo. Perché senza guardarlo in volto, senza avere presente la sua capacità interpretativa, efficace e stordente, sarebbe difficile afferrarne appieno l’identità.

Tom Waits è uno dei più ispirati e travolgenti geni musicali dei nostri tempi e come tale è tante cose insieme. È un musicista e un compositore, un arrangiatore, un inventore di suoni, un autore di canzoni, di splendide melodie e di dolcissime ballad, tanto naturali quanto d’inaudita bellezza. Ma è anche un narratore, un produttore e un attore cinematografico.

Tom Waits è innanzitutto un poeta

Un poeta autentico, stimolato dai luoghi, dalle ambientazioni e dai personaggi che ha incontrato, e vissuto, nel corso degli anni. Dentro l’opera di Tom Waits si celebra la sua vicenda umana. Il suo songbook si presenta come uno zibaldone di storie, spesso frutto anche di deliri onirici, che si distinguono per la loro spiccata originalità. Tom Waits è uno degli eredi della più alta american poetry novecentesca.

L’educazione musicale

Tutto ha inizio il 7 dicembre 1949, a Pomona, in una piccola cittadina della California, a circa mezz’ora di macchina da Los Angeles. Thomas Alan Waits nasce sotto il segno del sagittario da due insegnanti di origine europea (la madre è norvegese e il padre irlandese). L’educazione musicale che riceve non è particolarmente brillante.

«Mio padre suonava la chitarra e ascoltava molta musica mariachi, musica ranchera messicana. Mia madre cantava in una specie di quartetto stile Andrew Sisters. Avevo uno zio che suonava l’organo in chiesa… ogni domenica faceva più errori che la volta prima. Finì che lo mandarono via».

DAVID GEFFEN, 1972 (CIRCA ) Produttore discografico e cinematografico, fondatore sia dell’Asylum (1970) sia della Geffen Records (1980), mise sotto contratto numerosi musicisti. Oltre a Tom Waits, Joni Mitchell, The Eagles e Bob Dylan

Una vita faticosa, poi la svolta

Le prime esperienze musicali di Tom Waits avvengono all’interno di un gruppo rhythm and blues, i System. Passano gli anni e la sua vita sembra uscire fuori da un racconto di Raymond Carver: per conquistare l’indipendenza economica, lavora come lavapiatti al Napoleone’s Pizza House di San Diego (la città in cui si è trasferito quando era adolescente con la famiglia). Poi, in rapida successione, trova impiego come cuoco, vigile del fuoco, impiegato in una stamperia di Bibbie, addetto a un autolavaggio, autista di un furgone di gelati.

Infine è ingaggiato come buttafuori e usciere dell’Heritage Coffehouse, sempre a San Diego. È un locale dove si suona blues e folk music e dove Waits muove i primi passi. Di lì a poco, l’incontro più importante della sua vita.

Nell’estate del 1971, in quello che appare un lunedì sera qualsiasi e in occasione del suo breve set al Troubadour di Los Angeles, Waits incontra il suo futuro produttore discografico, David Geffen, fondatore dell’Asylum Records: «Quando l’ho sentito per la prima volta – dirà Geffen – stava cantando una canzone intitolata Grapefruit Moon. La trovai magnifica, e mi trattenni per tutta la durata del concerto».

© JOEL BERNSTEIN –  JACK KEROUAC Lo scrittore e poeta americano, autore del celeberrimo libro On the Road (1951), manifesto della Beat Generation, esercitò una grande influenza su Tom Waits, sia per quanto riguarda il suo stile di vita anticonformista sia per quanto concerne la sua prosa, autobiografica e ispirata al fraseggio dei boppers

Ispirazione Jack Kerouac 

Potremmo definire Tom Waits un “realista radicale”. Mella sua arte tutto prende ispirazione e forma dalla sua vita, anche quello che apparentemente appare come un racconto fantastico e umoristico, folle e incomprensibile. Questo rende Waits più vicino ai folk singers esistenzialisti e apocalittici come Tim Buckley e Leonard Cohen che non ad autori di canzoni di contestazione politica e sociale come Woody Guthrie e Bob Dylan, che peraltro ha sempre stimato. Nei testi delle sue composizioni, almeno nella maggioranza dei casi, non c’è traccia d’impegno civile quanto invece della sua vita bohémien e beatnik.

Più che a un modello espressivo musicale, infatti, Tom Waits si è sempre ispirato a Jack Kerouac: autore del romanzo On the Road, eroe anticonformista, solitario, mistico, alla continua ricerca di una stabilità interiore. Tom Waits è affascinato non solo dalla vita antiborghese e anticonvenzionale di Kerouac ma anche dalla sua prosa istintiva, quella che il poeta americano ha dichiarato di aver mutuato dal fraseggio dei boppers degli anni Quaranta.

Kerouac non ha mai nascosto di avere nel jazz la propria musa ispiratrice. In un processo di emulazione anche Tom Waits costruisce il suo vocabolario attorno alle blue notes del jazz. Tom Waits, infatti, adora la scrittura veloce, tagliente, casuale, immediata ed emotiva che lo scrittore ha tratto dal flusso delle improvvisazioni di Charlie Parker.

  

George Gershwin e James Brown

Nat King Cole

Un approccio nostalgico

«Ero un ragazzino e ascoltavo George e Ira Gershwin, Jerome Kern, Cab Calloway e il vecchio Nat King Cole Trio. Mi è sempre piaciuto il loro sound». Tom Waits, differentemente da Jack Kerouac, non sembra attratto dai boppers quanto dai padre fondatori della musica afroamericana. In un’intervista del 1974 ha dichiarato di suonare anche pezzi di Mississippi John Hurt, maestro insuperato del blues.

Tom Waits è un bianco, ma per caso: al pop, al folk e al country and western, preferisce il blues rurale e il jazz degli anni Venti e Trenta, dimostrando un approccio alla musica di tipo nostalgico. Nel periodo dell’adolescenza i suoi gusti mutano, anche se rimangono legati alla black music. «A dire il vero, i primi cantanti cui mi sono avvicinato erano James Brown e Ray Charles; il primo disco che ho comprato è stato “Papa’s Got A Brand New Bag”. Andavo alla Farrell Junior School e all’epoca James Brown era il mio idolo».

Tom Waits matura la sua sensibilità stravagante e inquieta con la lettura degli autori della Beat Generation (Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti) e con l’ascolto del jazz: «Iniziai a indossare occhiali scuri e mi abbonai a Down Beat (la rivista jazz più popolare d’America, NdR)». Adora Louis Armstrong e Miles Davis, e inizia a strimpellare la tromba.

Il primo disco con l’Asylum Records

Nella primavera del 1972 Tom Waits entra per la prima volta in studio di registrazione per il suo esordio discografico firmato dall’Asylum Records. È passato poco meno di un anno dall’incontro con il produttore David Geffen al Troubadour di Los Angeles, nell’estate del 1971. Tom Waits vuole esprimere, in maniera compiuta, la sua idea di musica, vale a dire un jazz cantato e malinconico. Sfortunatamente questo non sarà possibile.

Geffen affida gli arrangiamenti e la produzione dell’album a Jerry Yester, membro dei Lovin’ Spoonful (un gruppo che ha avuto un discrete successo commerciale a metà degli anni Sessanta, passato alla storia per la fortunatissima Daydream), già prodotti dall’Asylum. Waits avrebbe desiderato un disco orientato verso il jazz ma Yester ne voleva fare un album folk con venature country: “Closing Time” (1973) è stato la sintesi di tale compromesso.

Closing Time

Registrato in uno studio mitico, il Sunset Sound Recorders di Hollywood, dove avevano già inciso i Doors, Joni Mitchell e Neil Young, “Closing Time” ha una sonorità molto naturale (si possono ascoltare i fruscii degli sgabelli, i battiti dei piedi, i respire e le voci fuori campo).

Sembra di assistere alle prove di un quintetto jazz (tromba sordinata, voce/pianoforte, chitarra, contrabbasso e batteria) in un jazz club ancora vuoto, in attesa che entri il pubblico: è questa l’atmosfera che si ascolta in Virginia Avenue o nella toccante Closing Time, un brano strumentale che contiene un ispiratissimo assolo di tromba di Tony Terran, un sideman di lusso, che può vantare collaborazioni con Frank Sinatra, Nat King Cole, Ella Fitzgerald e Lalo Schifrin.

In verità l’album mostra anche un lato country (la splendida ballata in 3/4 dal titolo Old Shoes & Picture Postcards), pop sinfonico (l’altrettanto lirica ballad Ol’ ‘55). E abbonda di arrangiamenti forse un po’ troppo pretenziosi con inserimenti non sempre riusciti di cori e violoncello. E come non ricordare alcuni dei suoi più preziosi inni esistenzialisti, come Martha, I Hope That I Don’t Fall In Love With You e Rose.

© HENRY DILTZ

The Heart Of Saturday Night

“Closing Time” riceve una buona accoglienza sulla stampa specializzata. Ma non convince Tom Waits, che l’anno successivo, in occasione del nuovo album, chiede maggiore autonomia e libertà. Ne nasce il primo lavoro autenticamente intriso dello spirito di Waits.

Tutto il repertorio è originale e si respira un’atmosfera rétro grazie alle melodie che sembrano scritte dai grandi autori della canzone americana degli anni Venti e Trenta. «La mia storia d’amore con Tin Pan Alley mi ha fatto sentire intrappolato, a un certo punto. Scrivere al piano è un percorso troppo rigido perché ti conduce immediatamente in un’atmosfera chiusa e delimitata da quattro mura».

Il disco, intitolato “The Heart Of Saturday Night” (Asylum, 1974), mette in mostra la voce jazzata di Tom Waits (si ascolti la sua interpretazione di New Coat Of Paint, cantata con un feeling e uno swing superbi) e svela alcune delle sue stelle polari, Ray Charles e Frank Sinatra su tutti. «In San Diego Serenade, per esempio, stavo pensando chiaramente a Ray Charles», racconta a Howard Larman nel 1973. Alla domanda: «Che musica ascolti?», risponde: «Ascolto Ray Charles, ho diversi suoi dischi».

In Drunk On The Moon, invece, Tom Waits gioca a evocare il canto ampio e profondo di Frank Sinatra anni Cinquanta, lasciando spazio anche per due brevi assolo di sassofono e tromba, nel classico accompagnamento jazz. E c’è spazio per una delle sue migliori prove di timing, (Diamond On My Windshield) e per un gradevolissimo assolo di clarinetto stile anni Trenta (Fumblin’ With Blues).

L’anima jazz di Tom Waits

Tom Waits è un outsider dell’industria discografica. Quando il rock manifesta la sua anima punk e la pop music cede alle lusinghe della disco music, Waits elabora una musica melodica, lirica e bluesy e mette in scena il suo personalissimo talkin’ jazz, un misto di beatnik reading e monologhi teatrali accompagnati con swing. Dopo i primi due album, è la volta di “Nighthawks At The Dinner” (Asylum, 1975) e come ebbe a dire il suo produttore, Bones Howe: «Volevamo far emergere con maggior chiarezza l’anima jazz di Waits».

Per raggiungere questo scopo e per ricreare l’atmosfera propria dei jazz club, si sceglie di portare del pubblico pagante negli studi di registrazione, nei Record Plant Studios, in California. Per riscaldare l’ambiente, inoltre, Tom Waits vuole una spogliarellista, Dewana.

Gene Krupa

Nighthawks At The Dinner

Come sideman sono convocati jazzisti d’esperienza come Pete Christlieb al sax tenore (collaboratore di Count Basie, Chet Baker, Warne Mash), Mike Melvoin al pianoforte (collaborator di Frank Rosolino, Peggy Lee, Frank Sinatra ed Herb Ellis; sarà protagonista anche di celeberrime session pop-rock come quelle che hanno dato vita a “Pet Sounds” dei Beach Boys e a Stand By Me di John Lennon) e il batterista Bill Goodwin (collaboratore di Dexter Gordon, Art Pepper, Jim Hall).

Stan Getz

Aumentano gli spazi lasciati all’improvvisazione (si ascolti l’assolo di sax in Spare Parts I – A Nocturnal Emission) mentre Tom Waits è a proprio agio nel cantare e nel raccontare le sue storie che per la prima volta hanno come protagonisti alcuni dei suoi jazzisti più amati: ecco emergere il batterista Gene Krupa (nel brano Nighthawk Postcards – From Easy Street nel passaggio «Like the ghost of Gene Krupa») e il sassofonista Stan Getz (nella canzone Spare Parts I – A Nocturnal Emission nel passaggio «Smooth music on the stereo, no thank you. Got any Stan Getz records».

Shelly Manne e Small Change

Il jazz diventa l’elemento attraverso il quale Tom Waits può esprimere compiutamente la sua estetica musicale. I successivi due album, “Small Change” (Asylum, 1976) e “Foreign Affairs” (Asylum, 1977), sono ben definiti sotto il profilo jazzistico. Merito di una splendida ritmica (Jim Hughart al contrabbasso e Shelly Manne alla batteria), che per la prima volta si consolida e rimane stabile, e di solisti di pregio come il trombettista Jack Sheldon e i sassofonisti Lew Tabackin e Frank Vicari. L’arrivo di Shelly Manne, in particolare, rende ancora più swingante il sound di Tom Waits.

“Small Change” ha un suono naturale, è registrato in presa diretta ed è privo di sovraincisioni. Tom Waits ha modo di esporre con chiarezza la sua personale idea di scat (Step Right Up). Dedica un brano al fondatore e direttore del Ronnie Scott’s Jazz Club (The Piano Has Been Drinking Not Me – An Evening With Pete King).

Waits gioca a evocare lo spirito di Louis Armstrong in due composizioni: Jitterbug Boy (sembra cantata da Satchmo, cui viene dedicato lo scat singin’ finale; Waits inserisce anche la frase «Got drunk with Louis Armstrong») e I Wish I Was In New Orleans («Well, I wish I was in New Orleans / I can see it in my dreams / […] And I Can hear the band begin “When The Saints Go Marching In”»).

“Forign Affairs” è l’ideale prosecuzione di “Small Change”: le canzoni di Tom Waits si presentano come degli standard anni Trenta (si ascolti Muriel, con il suo splendido assolo di Frank Vicari al tenore). Non mancano dediche ai più leggendari protagonisti del jazz: Charlie Parker (in Jack & Neal: «[…] And dreamin he was in a bar / With Charlie Parker on the bandstand») e Thelonious Monk (in A Sight For Sore Eyes: «Yea Monk’s till the champion»).

Shelly Manne

Con “Swordfishtrombones” Tom Waits fa un balzo nel futuro.

Della musica a lui contemporanea, quella degli anni Ottanta, piena fino all’inverosimile di campionatori e sintetizzatori, non c’è traccia neppure nel successivo capolavoro, “Rain Dogs” (Island, 1975). Il suo sound, acustico per eccellenza, presenta nuovi aspetti: ospita musica concreta (la pioggia in Singapore) e si fa dadaista (Cemetery Polka), lunatico (Tango ‘Till They’re Sore) e onirico (Clap Hands), offrendo uno sguardo sul futuro e approdando al jazz contemporaneo con il breve brano strumentale Midtown, che potrebbe figurare nella produzione di John Zorn o di altri protagonist del jazz d’avanguardia dei nostri giorni. Midtown è dannatamente profetico. Può essere considerato un nuovo standard del jazz che verrà.

Come in un eterno ritorno, nella title-track di “Franks Wild Years” (Island, 1987) si può ascoltare un organo Hammond suonato alla Jimmy Smith, ma lo strappo con il classico si è oramai consumato.

Gli anni Novanta

Con la fine degli anni Ottanta, gli album si diradano e diventano sempre più dei concept. Si susseguono: il live “Big Time” (Island, 1988), la colonna sonora del film di Jim Jarmusch “Night On Earth” (Island, 1992), “Bone Machine” (Island, 1992), la sonorizzazione di una piece teatrale, “The Black Rider” (Island, 1993), il capolavoro di “Mule Variations” (Anti, 1999), l’ennesima opera per teatro “Blood Money” (Anti, 2002), “Alice” (Anti, 2002), il primo lavoro socialmente impegnato e dal titolo “Real Gone” (Anti, 2004).

E poi il triplo “Orphans: Brawlers, Bawlers & Bastards” (Anti, 2006), il live “Glitter And Doom Live” (Anti, 2009) e il recente “Bad As Me” (Anti, 2012). Anticonvenzionali e non ortodossi, in questi lavori discografici convivono: country, folk, jazz, rock, gospel, blues ma anche tarantelle, tanghi, valzer, rumbe. Si rincorrono suoni meravigliosi e suoni metallici, fischi e rumori spaventosi, strumenti convenzionali e megafoni, cori e risate da taverna: un pasticcio sonoro à la carte che solo Tom Waits è in grado di dominare e gestire.

Per fare questo, Waits si rivolge a musicisti universali: accanto al contrabbassista Greg Cohen, porta con sé il percussionista Kenny Wollesen e il chitarrista Marc Ribot, tutti dell’area zorniana. Ad ascoltarle bene opere come “Bone Machine”, “The Black Rider”, “Mule Variations”, “Alice”, “Real Gone” e “Bad As Me” mettono in scena la sintesi di un secolo di musica afroamericana, dal country blues alle nuove avanguardie newyorkesi.

CODA

Il giornalista Mick Brown, nel 2006, gli rivolge la seguente domanda: «Chi è in cima alla scala per te?» E lui risponde: «Tante persone: la cima è un salone molto grande. Direi i Gershwin, Bob Dylan, Louis Armstrong e Ray Charles. Howlin’ Wolf, artisti di questo calibro. Giganti in mezzo agli uomini. Judy Garland, Bessie Smith e Billie Holiday». Un gigante in mezzo agli uomini è di sicuro Tom Waits. Non esiste un musicista così estremo e così popolare, così straordinariamente rock e al tempo stesso capace di racchiudere, nella sua opera, il jazz dalla A di Louis Armstrong alla Z di John Zorn.

BLUE VALENTINE, TOM WAITS MODALE

© EAMONN MCCABE/REDFERNS

«Sono molto preso da Mose Allison, Dale Evans e Miles Davis», ebbe a dire Tom Waits a un giornalista a metà degli anni Settanta. L’album che più di altri lascia emergere echi del Miles Davis di fine anni Cinquanta è “Blue Valentine” (Asylum, 1978). Il disco è uno dei più disperati, commoventi e dolorosi del cantautore americano: si ascoltino le ballad Christmas Card From A Hooker In Minneapolis, Kentucky Avenue e Blue Valentines). Certamente affascinante Red Shoes By The Drugstore, un brano giocato su un pedale in tonalità minore che non può non evocare il Miles Davis di “Kind Of Blue”. Sia “Blue Valentine” sia “Kind Of Blue” giocano sulla parola “blue”, traducibile con “triste”, “nero”.

(KIKA) MILANO Tom Waits Teatro Arcimboldi
Tom Waits, il leggendario artista e cantautore americano, porterà in Europa il suo tour “Glitter And Doom” quest’estate, e tra i 15 show previsti ci saranno ben tre date al Teatro Arcimboldi di Milano, da giovedì 17 a sabato 19 luglio.
Il tour europeo segue quello americano, che ha avuto inizio a Phoenix, in Arizona, il 17 di Giugno e proseguendo per 13 date. Tom Waits, vincitore di un Grammy, non suona in Italia dal 1999, e non si è mai esibito a Milano.
Ospiti d’eccezione al suo concerto, Roberto Benigni e due terzi dei R.E.M.

LA SVOLTA: “SWORDFISHTROMBONES”

Trascorsi gli anni Settanta e dopo un anno di silenzio, il disco “Heartattack And Vine” (Asylum, 1980) apre le porte a un nuovo Tom Waits. Come dimostra la titletrack, non c’è più traccia del balladeur delle origini: alla batteria non ascoltiamo più le spazzole ma le bacchette, il tempo, più che swingante, è decisamente rock, e poi il sound della chitarra, invece che evocare Wes Montgomery e Barney Kessell, appare ispirato da Jeff Beck e Keith Richards.

Fanno la loro prima comparsa un organo Hammond e un percussionista ma soprattutto entra nella vita di Tom Waits il contrabbassista Greg Cohen (che è ancora oggi al suo fianco), un musicista di eccezionale portata, membro stabile del Masada Quartet di John Zorn e quindi protagonist della scena più creativa del jazz contemporaneo.

Segue il rivoluzionario “Swordfishtrombones” (Island, 1983), il primo disco prodotto da Tom Waits stesso. Il cambio di stile e di linguaggio è netto. Lo swing è spazzato via, come si evince fin dal primo brano in scaletta, Underground, che è tutto forzatamente, e meccanicamente, sul battere. Mutano anche i suoni: sono introdotti la marimba, i tromboni, il banjo e un’infinità di strumenti e oggetti sonori eccentrici, come ad esempio l’armonica a bicchieri. Rimane, di fondo, il blues, rivisto e corretto, psichedelico e allucinato, di Shore Leave e 16 Shells From A Thirty- Ought-Six: è il nuovo codice espressivo di Tom Waits.

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