Wayne Shorter, gli album da “Night Dreamer” a “Speak No Evil”Tempo di lettura: 10'

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La discografia di Wayne Shorter segna la sua evoluzione musicale e testimonia la sua vicenda umana. Ecco i suoi dischi, da “Night Dreamer” a “Speak No Evil”

DI LUCIANO VANNI

Wayne Shorter, gli album da "Night Dreamer" a "Speak No Evil"
© FRANCIS WOLFF/MOSAIC IMAGES

L’esercizio della composizione, per Wayne Shorter, è sinonimo di studio e ricerca. Il sassofonista si è sempre lasciato affascinare dal nuovo: collaborare con Art Blakey e Miles Davis, e frequentare John Coltrane, Freddie Hubbard e Lee Morgan, è fonte d’ispirazione.

Raggiunto un accordo discografico con la Blue Note, Shorter organizza le formazioni da leader mettendo insieme i musicisti che gravitavano intorno ad Art Blakey (Freddie Hubbard, Curtis Fuller e Lee Morgan), Miles Davis (Herbie Hancock, Ron Carter, Tony Williams, Joe Chambers) e John Coltrane (McCoy Tyner, Reggie Workman ed Elvin Jones): con loro attraversa diversi stili, dall’hard bop al jazz modale, dal free al soul jazz. La musica è lirica e intensa a livello emotivo e spirituale.

Night dreamer: un album malinconico

Il 1964 è uno degli anni più fecondi per Wayne Shorter. L’attività di sideman s’intensifica con il passaggio dai Jazz Messengers di Art Blakey al quintetto di Miles Davis, un accordo di esclusiva con la Blue Note trasforma per sempre la sua carriera.

È il 29 aprile 1964 e per il suo esordio in casa Blue Note il sassofonista convoca un gruppo d’eccellenza. C’è Lee Morgan alla tromba (già suo collega nei Jazz Messengers), McCoy Tyner al pianoforte, Reggie Workman al contrabbasso ed Elvin Jones alla batteria. In altre parole, la ritmica del quartetto di John Coltrane all’inizio degli anni Sessanta.

L’album manifesta un senso di profonda malinconia, come si evince dalla title-track, Night Dreamer, composta in tonalità minore, e dalla splendida ballad Virgo, un notturno nostalgico e doloroso. Il suono del tenore e l’intensità espressiva, così come la scelta dei partner con cui registrare il disco, sono la testimonianza più evidente di quanto Shorter ammiri John Coltrane. Con “Night Dreamer” il sassofonista ci introduce nel suo universo sensibile e ricco di simboli esoterici (il brano Armageddon prende il nome dal luogo in cui si è celebrato lo scontro biblico tra Bene e Male).

Di fatto “Night Dreamer” è un’opera che traccia una linea di discontinuità con il suo passato da hard bopper, come dimostra anche il successivo “JuJu” (Blue Note, 1964) con l’omonima title-track che ricorda la mistica e ipnotica Olé tratta “Olé Coltrane” (Atlantic, 1961).

Da Coltrane a Davis

L’ingresso nel quintetto di Miles Davis nell’estate del 1964 porta Wayne Shorter ad accelerare il processo di affrancamento espressivo da John Coltrane. Come di consueto, tutto parte dall’esercizio della scrittura. Dirà Freddie Hubbard: «Molte persone non sanno che Wayne è uno dei migliori compositori sulla scena jazz.

Ho collaborato ad alcuni dei suoi dischi migliori, “Speak No Evil” e “The All Seeing Eye”, ma ho dovuto portarmi la musica a casa ed esercitarmi. Ho suonato con tutti quei musicisti, con Sonny (Rollins, NdR) e Trane (John Coltrane, NdR), ma Wayne scriveva le canzoni più strane, quelle in grado di catturarmi».

Quattro album con Blue Note

Nel 1965, complice un ritiro forzato dalle scene di Miles Davis, Shorter è particolarmente attivo in studio di registrazione e la Blue Note fa uscire ben Quattro album. Sono “Speak No Evil” (Blue Note, 1965), “The Soothsayer” (Blue Note, 1965), “Et cetera” (Blue Note, 1965) e “The All Seeing Eye” (Blue Note, 1965) – che fanno emergere nuovi orizzonti espressivi.

La predilezione per la musica modale afroamericana (Wicth Hunt in “Speak No Evil”) ed europea (Valse Triste del compositore finlandese Jean Sibelius in “The Soothsayer”), il fascino per i metri composti (il 6/8 di Barracudas in “Et cetera”) e l’interesse per la danza ascetica (Indian Song in “Et cetera”).

The All Seeing Eye

Prima che il 1965 giunga al termine, ecco il primo concept album di Shorter, “The All Seeing Eye”. Un disco esoterico ispirato dalla musica di Ornette Coleman e dal free jazz più audace. Registrato con un ottetto (al cui interno suonano, tra gli altri, Freddie Hubbard, James Spaulding, Herbie Hancock, Ron Carter e il fratello Alan) è interamente dedicato al divino (il titolo fa riferimento all’occhio simbolo della saggezza di Dio), alla creazione della vita (i brani Genesis e Chaos) e all’incarnazione del malefico (il brano Mephistopheles).

© FRANCIS WOLFF/MOSAIC IMAGES

Soul jazz al fianco di Lee Morgan

In contemporanea con le sue registrazioni da leader in casa Blue Note, Wayne Shorter inizia a collaborare stabilmente anche con Lee Morgan. Lee, nel 1964, è diventato celebre con The Sidewinder, un hit che ha il merito di aprire la fortunatissima stagione del cosiddetto “soul jazz”. Con Morgan il sassofonista registra, tra gli altri, “The Gigolo” (Blue Note, 1965) e “Delightfulee” (Blue Note, 1966). Per Shorter significa confrontarsi con un hard bop più malleabile e funky.

Nell’album “Adam’s Apple” (Blue Note, 1966), registrato a febbraio 1966, Shorter si misura con la scrittura di un blues in tonalità minore, ballabile e ricco di vamp carichi di groove; la title-track Adam’s Apple è capace di offrire un orizzonte espressivo assimilabile al soul jazz, così come accade in Tom Thumb presente nell’album successivo, “Schizophrenia” (Blue Note, 1967).

Con questi due album Wayne Shorter dimostra di vivere il suo tempo, offrendo anche il proprio contributo alla determinazione delle correnti espressive più commerciali e alla moda. Accadrà anche in futuro nell’ambito di generi quali il jazz elettrico, la fusion e l’ethno jazz.

«Sono sempre stato un musicista che si considera un work in progress, non sono mai stato al mio posto. Mi piace sperimentare, fare cose nuove» Wayne Shorter

L’incontro con Ana Maria

Nel 1967 Wayne Shorter incontra Ana Maria Patricio, una ragazza che proviene da una famiglia di profondi conoscitori di jazz. In casa ha una buona collezione di dischi, compresi quelli da leader del sassofonista, ed è come ossessionata dal desiderio di conoscerlo. La madre di Ana racconterà che sua figlia, dodicenne, quando vide l’immagine di Shorter su un album disse: «Quest’uomo lo sposerò».

Detto fatto, i due si incontrano al Bohemian Caverns di Washington, in occasione di un concerto del quintetto di Miles Davis. Tra loro scocca l’amore: Ana Maria diventerà la seconda moglie di Wayne.

Musiche dal Sud del mondo

Ana Maria Patricio è di origini portoghesi ma ha vissuto la propria adolescenza in Africa, in Angola. Portando con sé l’amore per tutte le musiche del Sud del mondo, dà l’opportunità a Shorter di entrare in confidenza con nuovi repertori. Così, dal 1969, il sassofonista inizia a inserire brani o riferimenti alla musica sudamericana in contesti espressivi free jazz.

L’incontro tra questi diversi linguaggi produce una musica affascinante. È il caso di Dindi, una composizione scritta da Antonio Carlos Jobim e pubblicata da Shorter in “Super Nova”, e di Vera Cruz a firma di Milton Nascimento, pubblicata in “Moto Grosso Feio” (Blue Note, 1974).

Il rapporto d’amore con Ana Maria funziona a meraviglia, arrecando a Shorter conforto, sostegno e nuovi stimoli: il 29 settembre 1969 nasce Iska e per il padre è una straordinaria fonte d’ispirazione. A lei dedica un brano contenuto in “Moto Grosso Feio” e l’intero album “Odyssey Of Iska” (Blue Note, 1971), all’indomani di una grave tragedia: un normale vaccino compromette per sempre la salute della piccola, che subirà danni neurologici irreversibili.

Questo il commento della rivista specializzata Down Beat: «Quello che sento in questo album è un musicista che cerca di scomparire. Vorrei che non lo facesse». Wayne è nel pieno della sua attività con i Weather Report e la notizia lo travolge.

Native dancer: un nuovo inizio

I Weather Report si distinguono per lavori perfetti, rifiniti in ogni dettaglio e pensati come opere pop-rock. Il sassofonista si rende conto che lo studio di registrazione può offrire eccezionali opportunità sotto il profilo compositivo. Da qui il desiderio di realizzare il primo disco da leader con una produzione curata e ambiziosa: Shorter pensa a coinvolgere il cantante e compositore brasiliano Milton Nascimento.

“Native Dancer” (Columbia, 1974) nasce con queste premesse e il gruppo di lavoro è stellare. La produzione è di Jim Price (già collaboratore dei Rolling Stones), come ingegnere del suono c’è Rob Fabroni (già collaboratore dei The Band) e la lineup ospita due chitarristi, pianoforte e tastiere (Herbie Hancock), organo, basso, batteria e percussioni.

Il disco è registrato in sette giorni e fa emergere sonorità brasiliane del tutto riaggiornate, fusion e pop, con vocalizzi, armonizzazioni, arrangiamenti e ambientazioni timbriche all’avanguardia che anticipano quelle messe in atto dal Pat Metheny Group: basta ascoltare Ponta de Areia e From The Lonely Afternoons.

Wayne Shorter, Sanremo (Italy) 1963 © ROBERTO POLILLO

La morte della figlia Iska

La salute di Iska è sempre più cagionevole. Ana Maria trova conforto nel buddismo di Nichiren Daishonin e nell’agosto del 1973 la seguirà anche Wayne Shorter, incoraggiato da Herbie Hancock. Il 25 ottobre 1983 Iska ha il suo ultimo e letale attacco epilettico e muore all’età di quattordici anni.

L’evento è di devastante dolore ma fortunatamente la coppia riesce a sostenere la perdita della figlia grazie alla sua fede. «Attraverso l’esperienza comune della vita e della morte di nostra figlia ho acquisito l’incrollabile convinzione di non dover mai fuggire, qualunque difficoltà possa pararmisi innanzi, e che non avrò mai paura della morte».

Il ritorno sulle scene

Nell’arco di dieci anni escono quattro album fusion, pop e a tratti easy listening – “Atlantis” (Columbia, 1985), “Phantom Navigator” (Columbia, 1986), “Joy Ryder” (Columbia, 1988) e “High Life” (Verve, 1995) – ma poi, nel luglio del 1996, Shorter vive l’ennesima tragedia: sua moglie e sua nipote Dalila, in partenza per un viaggio turistico a Roma, sono vittime di un incidente aereo.

La prima chiamata per sostenere Shorter viene dall’amico e compagno di fede Herbie Hancock: i due pregano insieme per telefono. A fianco di Hancock, il sassofonista trova la forza e la motivazione per tornare in studio di registrazione e incide “1+1” (Verve, 1997), un vero e proprio requiem per la moglie scomparsa, intenso e lirico.

© FRANCIS WOLFF/MOSAIC IMAGES

Speak No Evil, l’ingresso nel jazz modale

Don Heckman, nelle note di copertina di “Speak No Evil” (dove peraltro compare la foto grafia della prima moglie di Wayne Shorter,Teruka Nakagami), ricorda che fu Shorter stesso a riferirgli che durante la composizione dei brani dell’album stava «pensando a paesagginebbiosi, con fiori selvatici dalle formestrane, dall’aspetto indistinto, il tipo di luogodove nacquero il folklore e le leggende». Aggiungeil sassofonista: «E poi pensavo anchea qualcosa di simile ai roghi delle streghe».

Parole sibilline, misteriose ed enigmatiche checi spiegano meglio di qualsiasi altre il contenutodella musica del disco: nella traccia diapertura, Witch Hunt, ad esempio, Shorter adotta una sequenza di accordi che evoca alla memoria quelli utilizzati da Bill Evans in So What (brano pubblicato nel 1959 in “Kind Of Blue” di Miles Davis) e già profondamente esplorati da McCoy Tyner in “A Love Supreme”di John Coltrane.

FOOTPRINTS & WATER BABIES

Miles e il laboratorio shorteriano

Miles Davis ha un debole per Wayne Shorter e lo stima profondamente come interprete ma soprattutto come compositore. Footprints e Water Babies, ad esempio, sono due spartiti di Shorter che diventano cover davisiane, anche se non inediti e già pubblicati su disco (il primo in “Adam’s Apple” e il secondo in “Super Nova”).

La traccia Footprints è registrata da Shorter nel febbraio del 1964 e quando Miles l’ascolta ne rimane così affascinato da inciderla nell’ottobre del 1966, inserendola nell’album “Miles Smiles” (Columbia, 1967). Water Babies, invece, registrata dal sassofonista a settembre del 1969, diviene la title-track dell’omonimo album di Davis edito sette anni dopo, nel 1976.

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