Wayne Shorter incontra The Jazz MessengersTempo di lettura: 10'

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L’ingresso di Wayne Shorter nei Jazz Messengers di Art Blakey catapulta il sassofonista nell’Olimpo del jazz contemporaneo e lo porta in tutta Europa

1959 – 1964

L’INGRESSO DI WAYNE SHORTER NEI JAZZ MESSENGERS DI ART BLAKEY CATAPULTA IL GIOVANE SASSOFONISTA NELL’OLIMPO DEL JAZZ CONTEMPORANEO. LA COLLABORAZIONE DURA FINO AL 1964, ANNO IN CUI SHORTER FA IL SUO INGRESSO NEL QUINTETTO DI MILES DAVIS

DI LUCIANO VANNI

ALLE ORIGINI DEI JAZZ MESSENGERS

I Jazz Messengers non sono un gruppo come gli altri: attorno, e grazie, a questa formazione si è codificato un nuovo linguaggio, l’hard bop, e brani come Doodlin’ e The Preacher – pubblicati entrambi nell’album “Horace Silver And The Jazz Messengers” (Blue Note, 1955) – possono essere considerati dei modelli e dei riferimenti stilistici per un’intera scena musicale. Facciamo un passo indietro.

La storia dei Jazz Messengers è alquanto singolare

Tutto nasce alla fine degli anni Quaranta, e specificatamente nel 1947, quando attorno al ventottenne batterista Art Blakey si muove un collettivo di musicisti che prende il nome di Seventeen Messengers, una straordinaria big band al cui interno suonano, tra i tanti, anche Thelonious Monk, Sonny Rollins, Sahib Shihab, Bud Powell e Kenny Drew. Di loro Dizzy Gillespie ebbe a dire: «This is the band I should have had», ovvero “questa è la band che avrei sempre voluto avere”. L’ensemble ha breve vita e registra appena quattro brani per la Blue Note nel dicembre 1947.

Horace Silver

I Messengers risorgono qualche anno dopo prima come ottetto e poi come quintetto, ma questa volta per merito del pianista Horace Silver, un musicista che si è distinto a fianco di Miles Davis e che agli inizi degli anni Cinquanta è nel giro della Blue Note di Alfred Lion. Silver allestisce un quintetto (con Kenny Dorham alla tromba, Hank Mobley al tenore, Doug Watkins al contrabbasso e Art Blakey alla batteria) con cui, tra il 13 novembre 1954 e il 6 febbraio 1955, porta alla luce l’album “Horace Silver And The Jazz Messengers” (Blue Note, 1955).

A distanza di circa un anno è ripreso dal vivo l’album “At The Café Bohemia”, che esce in due long playing: è il 23 novembre 1955 ma questa volta lo stesso quintetto viene annunciato sulla copertina del disco come un gruppo no-leader di nome The Jazz Messengers. Nella primavera 1956 si consuma la definitiva rottura tra Silver e Blakey (anche Dorham si metterà in proprio per fondare i suoi Jazz Prophets, evidente richiamo ai Jazz Messengers) e il gruppo passa definitivamente nelle mani del batterista: e così sarà fino alla fine dei suoi giorni, il 16 ottobre 1990.

Wayne Shorter e, sullo sfondo, Curtis Fuller
Sanremo (Italy), 1963 Wayne Shorter e, sullo sfondo, Curtis Fuller

Art Blakey & The Jazz Messengers

“Children Of The Night” Sanremo, 1963 Lineup: Art Blakey, Freddie Hubbard, Curtis Fuller, Wayne Shorter, Cedar Walton, Reggie Workman

Hard bop: la definizione di un linguaggio

E pensare che in occasione delle loro prime uscite, i Jazz Messengers sono accusati di proporre un be bop semplificato. In effetti, la loro musica, pur mantenendo l’energia viscerale dei bopper, si fa più semplice e piana sotto il profilo armonico. Strano a dirsi, ma il nuovo che mette in scena il quintetto non è altro che la sintesi di tutti i dialetti che la musica afroamericana ha coniato fino allora. Dal blues al gospel, dal boogie woogie al rhythm & blues, dallo spiritual al be bop, anticipando di fatto il soul jazz e il funk.

La loro è una musica “vecchia” che sa di nuovo: merito della potenza ritmica, dell’energia, della varietà dei timbri percussivi, delle spinte bluesy e del timing mozzafiato del batterista, che obbligava tutti i suoi colleghi a un massacrante e perpetuo interplay corale e polifonico.

Più che un’esibizione

I Jazz Messengers hanno un modo di swingare del tutto particolare, potente, carico di accenti ritmici e groove (grazie anche alla fantasia e alla spericolatezza del drumming di Blakey). La performance della band è un perpetuo call and response, tipico del blues, tra sezione melodica (i due fiati, tromba e sax tenore), strumento armonico (pianoforte) e sezioni ritmica (contrabbasso e batteria). Ascoltarli dal vivo è un’esperienza sensoriale e non è un caso che buona parte della loro produzione sia stata ripresa sui palchi dei jazz club statunitensi.

«Art diceva: “Siamo cittadini del mondo”. Nonostante avessimo il passaporto americano, la nostra professione soppiantava la nazionalità. E da subito imparai a conoscere il mondo, grazie a tutti i posti che visitavamo» Wayne Shorter

Wayne Shorter and The Jazz Messengers
Wayne Shorter, Art Blakey e Jymie Merritt © FRANCIS WOLFF/MOSAIC IMAGES

La fase Mobley

Consumato il divorzio con il pianista Horace Silver e dopo qualche turno di registrazione con Thelonious Monk nel maggio del 1957, Art Blakey organizza il primo nucleo stabile dei Jazz Messengers con il giovanissimo Lee Morgan alla tromba, Benny Golson al tenore, Bobby Timmons al pianoforte e Jymie Merritt al contrabbasso.

La formazione è stellare ed è invitata a incidere sempre per la Blue Note nell’ottobre del 1958 prima di partire per un fortunatissimo tour europeo che tocca la Francia (Olympia di Parigi), l’Olanda e la Svizzera. L’accoglienza è trionfale. Nell’arco di pochi mesi, Benny Golson è sostituito da Hank Mobley e il gruppo ne acquista in energia, dinamica e forza propulsiva.

WAYNE MEETS THE JAZZ MESSENGERS

Hank Mobley, tuttavia, ha un grave difetto: la sua dipendenza dalla droga lo rende vulnerabile, emotivamente fragile e quindi poco affidabile. Nell’estate del 1959 Blakey si trova costretto a licenziarlo e al suo posto subentra Wayne Shorter, su consiglio di Lee Morgan; contemporaneamente il pianista Walter Davis Jr. prende il posto di Bobby Timmons, che comunque tornerà nel gruppo di lì a poco. È questo l’organico nel quale muove i primi passi Shorter con i Jazz Messengers ed è con questo assetto che il sassofonista entra per la prima volta in studio di registrazione con il quintetto: l’album uscirà oltre vent’anni dopo con il titolo “Africaine” (Blue Note, 1981).

«Quando la gente viene qui a rilassarsi e a divertirsi dopo una dura giornata di lavoro, il mio, di lavoro, consiste nel renderla felice e lavar via la polvere della vita quotidiana. Ecco qual è il significato del jazz» Art Blakey

Bergamo (Italy), 1971 © ROBERTO POLILLO JOHNNY GRIFFIN

Ricordando il suo passaggio nei Jazz Messengers, disse: «Era divertimento allo stato puro. Divertimento tutto il tempo. Lo stesso con Monk. Blakey voleva che Monk suonasse nella sua band e Monk voleva che Blakey suonasse nella sua. Era assurdo!»

Il secondo tour europeo

Cinque giorni dopo la registrazione di “Africaine”, il gruppo parte per il suo secondo tour europeo, il primo con Wayne Shorter tra le sue fila. Dopo quello trionfale che li ha visti conquistare l’Olympia di Parigi l’anno precedente, i Jazz Messengers si esibiscono al Théâtre des Champs Elysées, sempre a Parigi, e poi in Svezia e Germania. La dimensione live è quella che Art Blakey considera più autentica.

Ricorda Horace Silver: «Cercavamo solo di far funzionare le cose, di tenere tutto in movimento. Chiamavamo Art “piccola dinamite”: aveva una tale energia, una tale forza, un tale swing. Quando suonavi con lui dovevi essere alla sua altezza. Dovevi suonare forte, quando suonavi con Art Blakey» (Alyn Shipton, Nuova storia del jazz, Einaudi 2007).

E suonare forte non significa suonare veloce (si pensi al leggendario e rilassato blues Moanin’, uno dei suoi più grandi successi). Significa avere feeling, intensità espressiva, dinamiche e timing, avere il “tiro”, come si dice in gergo jazzistico. Blakey non ama comporre e non presta attenzione agli arrangiamenti; è per questo che ha sempre delegato ad altri la direzione artistica del gruppo, la gestione del repertorio e delle partiture: prima a Horace Silver, poi a Benny Golson e poi ancora a Wayne Shorter. Ricorda Alyn Shipton: «A Blakey piaceva far evolvere la sua formazione on the road, sera dopo sera, usando l’esperienza delle performance per affinare e rielaborare il repertorio del gruppo».

WAYNE, IL DIRETTORE

Art Blakey ama giocare con le caratterizzazioni timbriche della batteria, suonando tutto lo strumento (rullante, grancassa, timpano, tom-tom, charleston e piatti) con grande equilibrio, fantasia e gusto. Concentrato esclusivamente sul messaggio ritmico da comunicare con i suoi Jazz Messengers, Wayne Shorter (che ama comporre e arrangiare, che è attento, scrupoloso e preciso) è per lui il miglior sideman e collega possibile.

Ben presto Wayne diventa il direttore artistico della band tanto che già in occasione dell’esordio in studio di registrazione, “Africaine” (Blue Note, 1981), la title-track è a firma del sassofonista. Nell’album successivo, “The Big Beat” (Blue Note, 1960), le composizioni di Shorter sono tre, tra cui Lester Left Town (una dedica al sassofonista Lester Young, recentemente scomparso) e Sakeena’s Vision (dedicata alla piccola Sakeena, figlia di Blakey, allora di appena due anni).

La scrittura di Shorter è meno funky, gospel e blues di quella di Horace Silver ma è più ricercata, destinata a esaltare l’impasto timbrico della front line (composta da tromba e sax tenore) e più ardita sotto il profilo sia armonico (si ascoltino i tre temi e la sequenza di accordi poco battuti in Lester Left Town) sia melodico (l’intricato e lungo tema di Saakena’s Vision). In questa fase il fraseggio di Shorter è legato al metodo espressivo e al sound di Sonny Rollins.

Wayne “raffina” il repertorio dei Jazz Messengers e rende il quintetto più sperimentale e audace senza ridurne la spinta propulsiva: si ascolti l’apertura modale di Noise In The Attic o la ballad Sleeping Dancer Sleep On (entrambi i brani dall’album “Like Someone In Love”, Blue Note 1966).

JAZZ MESSENGERS & CURTIS FULLER

Nel 1961 i Jazz Messengers vivono una stagione di rinnovamento. Probabilmente stimolato dalla scrittura di Wayne Shorter, Art Blakey arricchisce la formazione con l’aggiunta del trombonista Curtis Fuller, un terzo fiato che allarga le opportunità timbriche della band. Fuller ha già registrato “Blue Train” (Blue Note, 1957) con John Coltrane, ha inciso con Gil Evans, Kenny Dorham, Lou Donaldson e fino allora è stato membro stabile del quintetto di Benny Golson: è quindi uno dei protagonist dello hard bop.

Ma per i Jazz Messengers è il momento di altri nuovi innesti: al posto di Lee Morgan è inserito Freddie Hubbard e Cedar Walton diventa il pianista stabile del gruppo. È l’inizio di una nuova e affascinante stagione concertistica e discografica: almeno tre i capolavori, tra cui “Mosaic” (Blue Note, 1961), “Caravan” (Riverside, 1962) e “Free For All” (Blue Note, 1964). Cambiano le dinamiche e il repertorio, e gli assolo dei tre solisti iniziano a dilatarsi sempre di più, accentuando, e moltiplicando, l’energia ritmica del gruppo.

LA TRASFORMAZIONE DI UNO STILE

All’interno dei Jazz Messengers, tra il 1959 e il 1964, Wayne Shorter definisce il suo nuovo stile: il sassofonista vive un eterno processo di ricerca di nuove forme compositive ed espressive, ed è sempre pronto ad assimilare nuove idee. È grazie a Shorter se i Jazz Messengers ritrovano nuovi stimoli e se lo hard bop si evolve come linguaggio.

Si ascolti un brano come Children Of The Night (tratto da “Mosaic”), ad esempio, composto e arrangiato da Shorter, che annuncia un avvicinamento al jazz modale, giocando su due piani armonici di diversa lunghezza, tali da rendere il brano in disequilibrio. Il linguaggio di Wayne appare sempre più cerebrale, articolato e complesso, e il suo fraseggio prende sempre più ispirazione da quello di John Coltrane.

© FRANCIS WOLFF/MOSAIC IMAGES

TUTTO QUESTO ERANO I JAZZ MESSENGERS

La nascita di un gruppo

Racconta Art Blakey: «Non pensavamo di conquistare il mondo o guadagnare un sacco di soldi: cercavamo soltanto di lavorare bene, perché eravamo stanchi di suonare con gruppi raccogliticci o fare le solite jam session, eseguendo sempre i soliti brani. La gente si stave stancando di quella schifezza, me ne rendevo conto, e non mi piaceva quel casino.

Amo la libertà, ma la libertà senza disciplina è caos. Così, iniziammo a scrivere buoni arrangiamenti, a presentarci in un certo modo, con bei vestiti, a fare attenzione a ciò che il pubblico voleva. Tutto questo erano i Jazz Messengers» (Vincenzo Martorella, Il tamburo e l’estasi, Nuovi Equilibri 2003).

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