Alberto Minotti: “Le mie cucine mettono l’uomo al centro”Tempo di lettura: 4'

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Alberto Minotti, art director di minotticucine, racconta la sua idea di cucina e propone soluzioni rivoluzionarie per gli yacht

Alberto Minotti: "Le mie cucine e la libertà di espressione"

«Fermiamoci un attimo, per favore. Voglio fotografare quella forma per strada. Vede che linea pulita ha? Mi è venuta un’idea». Così è iniziato il nostro incontro con Alberto Minotti, passeggiando nel cortile della Fabbrica del Vapore a Milano. E proprio così – abbiamo scoperto – è lui, un vulcano di idee, alla direzione artistica del Gruppo Asso, di cui fanno parte minotticucine e Maistri.

Un processo creativo essenziale, il suo, che si traduce in tutta la produzione di minotticucine – famosa per le cucine monoblocco in pietra – e che si può riassumere in due parole chiave: minimalismo mediterraneo e silenzio visivo.

Minimalismo e pietra

«Non amo parlare di minimalismo tout court, ma di minimalismo mediterraneo», precisa Alberto Minotti. «Tutto ciò che realizziamo è riconducibile a forme pure e calde. Non scegliamo mai pietre fredde, ma pietre dalle tonalità calde che stiano bene in una casa e diano calore».

A questo concetto si lega quello di silenzio visivo: più si tolgono ornamenti all’interno di una casa più si lascia spazio alle persone. Il design, attraverso l’assenza di ornamento, fornisce un silenzio visivo che si traduce in quiete. Una pulizia formale in cui ci si rilassa anche visivamente, perché siamo bombardati da colori, stili, mode che si sommano gli uni agli altri: ci vuole pace anche per gli occhi.

Per questo motivo le minotticucine sono monocromatiche e preferibilmente monomateriche: la pietra è senz’altro la material “preferita”, ma a volte è abbinata anche ad altri materiali, purché siano nelle stesse tonalità. «L’importante è mantenere uniformità di colore. Il monocolore è al servizio dell’essere umano, che in questo modo, può far risaltare la propria soggettività, affidandola al colore diverso di un accessorio che può essere spostato, trasformato o sostituito. Il contenitore deve rimanere neutro e l’uomo ci mette la propria personalità».


Dalla casa alla barca

Una minotticucine è perfetta in casa come su un megayacht, anche quando è realizzata con un materiale apparentemente pesante come il marmo. «L’uomo lavora la pietra da millenni e oggi si utilizzano macchinari tecnologici che permettono di ottenere un materiale alleggerito che riduce la pietra fino a quattro millimetri di spessore.

Inoltre sui megayacht il concetto di cucina si è evoluto: prima era considerata una zona di servizio. Oggi invece ospita sempre più spesso un tavolo per i pasti informali della famiglia e capita che l’armatore voglia cucinare di persona. «Questo cambiamento ha portato a bordo un’estetica e una cura per questo ambiente maggiori rispetto al passato», prosegue l’art director.

«E grazie alla velocità e alla globalizzazione della comunicazione, questo concetto di cucina minimal ormai è ricercata anche in quei Paesi che prima richiedevano uno stile ridondante. Ora invece iniziano ad apprezzare lo spirito di sottrazione, abbandonando l’urgenza di dover per forza ostentare l’opulenza attraverso l’ornamento.

Si sta voltando pagina, finalmente: quindi, non più tutto a vista e sì a cucine monoblocco che contengano ogni cosa necessaria, realizzata a scomparsa».

E l’uniformità va di pari passo con la coerenza, formale e non solo.

Ad Alberto Minotti piace utilizzare diversi tipi di materie, ma sempre nel rispetto della finalità per cui sono nate. «Apprezzo molto usare ciò che ci dona la natura e trasformarlo in materiale – come la pietra, il legno, il cuoio e il metallo –, ma sono dell’idea che la natura non vada imitata, che non si debba ricreare l’effetto di una materia su un’altra materia.

Bisogna che di ogni materiale esca la vera “natura” e non piegarlo ad altri fini. Inoltre, per ottenere un risultato che duri nel tempo e che bypassi le mode, a volte è necessario andare indietro di centinaia di anni: del resto, se si vuole creare un prodotto che sia ancora attuale tra 30 anni, che cosa si potrebbe scegliere di meglio di un materiale che esisteva già 500 anni fa».

Per quanto riguarda il futuro? Qual è il suo sogno di cucina? «Vorrei una cucina che non c’è. Magari pensarla ad hoc proprio per uno yacht, che è un oggetto che mi affascina molto.

Una cucina a scomparsa

Mi intrigherebbe provare a disegnare una cucina che salti fuori quando ve n’è bisogno e che scompaia quando invece serve spazio libero. Si potrebbe posizionare in mezzo al pavimento del salone una piastra che sorprenda da cui, schiacciando un pulsante, vedere spuntare un parallelepipedo che sale e diventa cucina. Oppure potrebbe venire dall’alto, tipo un deus ex machina, o uscire dalla parete o ancora essere allestita su una zattera-tender, per poter cucinare e mangiare in intimità in mezzo al mare, con tutta la privacy possibile ma rimanendo legati allo yacht.

Hanami è la cucina ispirata al minimalismo giapponese e alle sue famose pareti shoji

In questo caso la scocca della cucina sarebbe rigorosamente in alveolare di alluminio anodizzato, per non avere alcun problema dovuto al contatto con acqua, sale, sole e umidità. Oppure inventerei un materiale nuovo, studiato appositamente.

Mi servirebbe un armatore o un cantiere illuminato che cerchi una minotticucine molto esclusiva, una soluzione unica al mondo, come un’opera d’arte». Non ci resta che raccogliere la proposta e lanciare la sfida.

Top Yacht Design

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