Staffa e le imprese di vela rese possibili dalle tecnologiaTempo di lettura: 6'

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Ne è passato di tempo, da quando si parlava di “sport della vela”. Grazie alla tecnologia, “andare a vela” è diventato facile, come dimostra la storia di Gian Piero Staffa

Gian Piero Staffa e le imprese di vela rese possibili dalle tecnologia

Un cinquantenne senza esperienza velica decide di attraversare l’Atlantico e ci va anche da solo! Ma allora è proprio vero che, grazie alla tecnologia, andare a vela è diventato facile, alla portata di tutti. Riscopriamo come una volta navigare fosse sempre una sorpresa e una piccola avventura.

Avrei tante cose da raccontarvi che, purtroppo, non vanno nel mondo della nautica, che affliggono noi che andiamo per mare. Ma, francamente, mi sono stufato di scriverle e, probabilmente, anche voi di leggerle. Adesso, con la bella stagione, abbiamo tutti voglia di andare in barca. Di goderci il caldo, il sole, il vento e di leggere le belle storie, quelle che riempiono il cuore. Ecco (che fortuna!) arriva una mail che mi dà una mano. Eccola.

Gian Piero Staffa: la sorpresa dell’anno

Mi chiamo Gian Piero Staffa, ho 55 anni, dirigente d’azienda. Nell’Aprile 2010 acquisto per la prima volta nella mia vita una barca a vela, un ketch di 17 metri. Nel giugno del 2010 decido di attraversare l’Adriatico da Ravenna a Rovigno. Assumo uno skipper perché non ho nessuna esperienza velica se non un paio di charter fatti con skipper e hostess negli anni passati.

Il 7 Ottobre 2010 lascio gli ormeggi di Ravenna con un amico e facciamo rotta verso Lanzarote. Da qui effettuo in solitario la traversata atlantica con destinazione Martinica: in 21 giorni, ma affrontando undici giorni di bolina di cui tre di burrasca.

Il 9 Aprile 2011, sempre in solitario riparto da Martinica per waypoint 40° M Bermuda e quindi rotta verso Horta (Canarie). Sedici giorni di navigazione veloce, ma quasi sempre con il vento sul naso. Di qui riparto sempre in solitario con destinazione provvisoria Torremolinos (Costa del Sol, Spagna) dove arrivo dopo sette giorni di bella navigazione.

Imprese straordinarie per comuni mortali

La mia avventura si riferisce a come una persona che ha passato la vita davanti ad un computer e, senza esperienza di vela, possa affrontare e realizzare due traversate atlantiche in solitario e, tutto sommato, con un elevato livello di comfort. Se Lei pensa che la mia avventura possa essere di interesse per i lettori del Giornale della Vela mi metterò volentieri a disposizione”.

Dieci minuti dopo aver ricevuto questo messaggio Andrea Falcon è al telefono con Gian Piero Staffa, tre giorni dopo è a casa sua per intervistarlo. Qual è la bella notizia? Mi sembra interessante che una persona qualunque, senza alcuna esperienza velica oggi possa condurre una barca a vela, navigarci, magari anche in solitario. È vero, non c’è bisogno di attraversare l’Atlantico da solo, come ha fatto Gian Piero Staffa, ma si può fare.

Il merito è della tecnologia

Impensabile sino a pochi anni fa. Permettetemi, a questo punto, un ricordo di come si andava in barca una volta, così capirete quanto oggi sia più facile e alla portata di tutti (mentre prima era alla portata di pochi). Anni ’60. Dopo un primo approccio con la barca a vela sul lago Maggiore con il Beccaccino (o Snipe), una barchetta in legno lunga poco più di quattro metri, vele in cotone, molto scomoda e precaria con i venti maligni che scendevano dalle montagne, mi trasferii in Liguria.

Qualche amico mi invitò in barca, mi appassionai a quelle veleggiate che mi aprivano nuovi orizzonti, nuovi panorami, nuove emozioni. In un piccolo cantiere di Riva Trigoso (Liguria di Levante), nel prato che faceva da garage invernale scovai uno scafo di dieci metri in legno non vecchissimo in assoluto abbandono, coperto da un vecchio telo sdruscito. Doveva avere una storia tribolata.

Lasciato in abbandono non era stata ritirato da un paio d’anni e il presunto proprietario non si era fatto più vedere. Il restauro venne in parte eseguito dal cantiere, in parte dalle abili mani di mio cognato, in parte, da Silvana e Renza. Le vele ritenemmo fossero sufficientemente ben conservate: sostituimmo le scotte e le cime. Un amico cercò di mettere una pezza al vecchio motore diesel, che aveva parecchi problemi. Con incoscienza con le famiglie partimmo da Sestri Levante per la crociera estiva, con meta la Corsica. La sosta prevista, per la prima notte, era Portovenere.

La mia avventura

Con entusiasmo partimmo a metà mattino. C’era un pallido sole, ma il bollettino meteo, esposto in capitaneria, prevedeva tempo bello. Eravamo tranquilli. La barca imbarcava un po’ d’acqua, ma roba da poco. Sui servizi igienici, vorrei sorvolare. La carta nautica era sempre sul tavolo da carteggio, come dovessimo andare chissà dove. Ma nel pomeriggio il mare si agitò un poco e il vento cominciò a salire.

Presto cominciò a piovere, ci accorgemmo che l’acqua entrava in cabina e, allora, stivali di gomma e cerata con cappuccio. Bagnati come pulcini arrivammo a Portovenere. Continuava a piovere. E piovve per vari giorni. Un disastro con la barca in quelle condizioni. Poi , finalmente, arrivò il sole e, senza vento, partimmo per la Capraia. Da lì, su le vele, per la Corsica.

Avevamo trovato nuovi amici che ci diedero buoni consigli. Prima di tutto, di cambiare barca appena possibile. Quell’esordio di armatore fu una faticaccia, ma ancora lo ricordo come una bella storia che ha trasmesso la passione ai miei figli, che ora amano la vela come me e forse più di me. Di barche, in seguito, ne ho avute altre e, posso dire, sempre megliori. Ho fatto crociere, ho regatato e, pure, vinto.

La vela com’era una volta

Ho vissuto l’evolversi della vela: oggi il meteo è una scienza sicura, i verricelli funzionano come orologi, quello che credevamo un miracolo, il radiogoniometro, è un vecchio oggetto da museo, i fari sono belli, ma nuovi strumenti elettronici li sostituiscono ben più efficacemente, le manovre sulle vele sono facilitate. E le carte nautiche restano assai spesso nel cassetto del tavolo da carteggio, c’è ben altro per sapere dove sei e dove andare.

Quando penso a quella Giraglia, all’inizio degli anni ’70, sul Guia con Giorgio Falck … Per aspirare a un risultato positivo occorreva indovinare la rotta più veloce sino al faro di Capo Corso. La meteo che ascoltavamo -Grasse Radio – dava per buono un vento che consigliava, per girare la Giraglia, di stare bassi e tutti fecero così. Falck, che amava rotte in contrasto, ci portò verso Calvi, dalla parte opposta.

Lì il vento ci allontanava da Capo Corso. Pensavo che saremmo finiti lontano. Invece Giorgio aveva ragione, quando sembravamo tagliati fuori, un maestrale arrivò in nostro aiuto. Fummo gli unici a prenderlo. Ci portò velocissimi al faro che passammo per primi con la flotta al completo in bonaccia. Girammo primi e ormai in testa dirigemmo vittoriosi verso il traguardo.

Oggi questo non sarebbe certo accaduto, tutti avrebbero saputo che la rotta di Falck era quella giusta. Erano i tempi in cui la vela veniva chiamata “sport della vela”. Oggi, invece, si dice “andare a vela”. È diventato facile, alla portata di tutti. Ed è questo che devono capire tutti: non è più cosa per pochi e quindi lo sviluppo va aiutato anche dalla politica, dalle istituzioni, le scuole… bisogna rompere la mentalità elitaria. Come è già accaduto in Francia, Inghilterra, per non parlare di paesi come la Nuova Zelanda o Australia dove andare a vela è naturale come tirare un calcio ad un pallone.

PARLIAMONE INSIEME. Scrivete a Mario Oriani, sul sito www.giornaledellavela.com nella chat quotidiana “Vento di Mare”

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Il Giornale della Vela nasce dall’idea di creare il primo giornale per gli appassionati di barche a vela e nautica in Italia e, nel corso degli anni, si è imposto come il principale mensile del settore e ha ampliato i suoi orizzonti in eventi e servizi affini: prove di barche, andamento del mercato, accessoristica, vacanze e luoghi da visitare, saloni ed eventi del settore, regate ed eventi sportivi.

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