World Arc, un rally per girare il mondo in barca. Seguiamo Akoya tra Panama e la PolinesiaTempo di lettura: 8'

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Da Panama all’Australia, attraverso il Pacifico tra immersioni con gli squali e isole incontaminate, continua il giro del mondo di Akoya

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Akoya sta continuando il suo giro del mondo. È bello vedere la linea di inchiostro nero che avanza sullo sfondo blu del mare e attraversa arcipelaghi dai nomi sognati, vagheggiati, dei quali, prima di arrivarci, non si aveva nemmeno idea di dove fossero. Akoya è stata una barca facile, comoda, bene attrezzata e ben preparata, la barca giusta per un rally. E poi è un cavallo di razza: un Baltic 58’, disegnato da Sparkman & Stephens, una vera e propria garanzia! Dario, il suo proprietario, è un velista appassionato e ha avuto barche da sempre. Grande amico del mare, ha un nemico agguerrito: il tempo. Lui è l’esatto contrario di moltissimi armatori che prendendo come alibi la mancanza di tempo, nascondono la non determinazione, la paura e la pigrizia di partire.

IL SEGRETO PER BATTERE IL TEMPO

Per sconfiggere il suo nemico Dario ha scelto una formula comoda, apparentemente ideale e già solidamente collaudata: l’Arc e la World Arc. Questi rally che girano il mondo in flottiglia hanno itinerari e date precisi, sono schematici e bene organizzati e permettono di non far perdere tempo a chi non ne ha troppo. L’Arc parte a fine novembre dalle Canarie e ogni anno ammucchia più di 200 barche che attraversano l’Atlantico. Ha anche velleità regatistiche e Akoya ha esordito nel suo giro del mondo proprio con l’edizione del 2007, vincendola nella sua categoria e nella sezione overall no motoring. Ne abbiamo già parlato (se non ve lo ricordate, controllate il Giornale della Vela di aprile 2008). Davvero un ottimo inizio!

COSA SUCCEDE DOPO I CARAIBI

Dopo l’arrivo ai Caraibi, l’Arc diventa World Arc. Il nome la dice lunga: l’avventura si fa più impegnativa e chi prosegue ha davanti a sé il mondo. Dario non ha dubbi, Akoya prosegue. La barca è robusta. È una signora di classe, anche se datata; anzi, proprio perché datata ne ha viste e passate tante. Che saranno mai qualche migliaia di miglia ancora? Il programma è interessante ma incalzante. L’itinerario sosta in posti prestigiosi, ma spesso si tratta solo di toccate e fughe che non permettono di esplorare e capire l’anima del luogo e dei suoi altri magici angoli. Il lasso di tempo a disposizione tra una tappa e l’altra viene impiegato per riposare, aggiustare, sostituire, organizzare, approvvigionarsi. Raramente per esplorare.

Poco tempo libero per gli amici non naviganti

Una delle conseguenze è che non ci sono neppure tante occasioni da dedicare agli amici che volentieri passerebbero una vacanza raggiungendo le barche in giro per il mondo. Le visite turistiche richiedono tempo libero e la World Arc non lo concede. Più spazio hanno invece quegli amici “navigatori rodati” che saltano a bordo e partecipano ai trasferimenti assieme all’equipaggio, diventandone parte. Equipaggio, parola “complessa” che vuol dire gruppo, unione di persone che devono lavorare assieme. Amici? Estranei? Mesi, mesi e ancora mesi a stretto contatto non sono un week-end. Le barche resistono, gli equipaggi vacillano. È raro che qualcosa non si alteri o non si spezzi e la fatica aiuta a ingigantire i problemi.

Akoya non fa eccezione

Ottime persone che poco a poco si stancano di stare insieme. Storie personali e familiari che si mescolano quando non dovrebbero. Dario, quando è presente, cuce e ricuce i rapporti, ma la serenità e la continuità d’intenti, così sicure alla partenza, purtroppo se ne vanno. Arrivata a Panama, passate le chiuse e il Ponte America, Akoya si tuffa in Pacifico. Breve tappa a Salinas, in Ecuador e poi si riparte alla volta delle Galàpagos. Il Sud Pacifico, il mito! Con un filo di presunzione i racconti di Michener, London, Stevenson sembrano più vicini e familiari… Passate alcune ore dalla partenza Dario avverte che qualcosa non va: il vento è debole, ma la velocità di Akoya è comunque troppo bassa.

Un incidente sul percorso: addio Galàpagos

Forse una forte corrente contraria? No, un cavo metallico preso nella chiglia che si trascina appresso una grossa rete da pesca. Un bel peso! Lo skipper si accerta che questo imprevisto non abbia causato danni e nota che i prigionieri anteriori della chiglia fanno qualche goccia. Lo prende l’insicurezza. A quel punto le Galàpagos distano 500 miglia, le Marchesi 3500, Salinas è a 120 miglia. Si torna indietro, in cantiere. La chiglia di Akoya non ha nulla, ma Dario deve rinunciare alla navigazione fino alle Galàpagos, che raggiungerà in aereo.

Le isole di Darwin e la “pesca” a bordo

Le isole di Darwin non si possono saltare perché racchiudono esperienze indimenticabili. In effetti, nuotare e immergersi con foche, leoni di mare e pinguini non è proprio roba di tutti i giorni! Seguono 3000 meravigliose miglia fino alle isole Marchesi, le prime della Polinesia Francese, verdissime e montagnose, aspre e severe, con vallate profonde e baie struggenti. Senza palme né sabbia bianca e acqua cristallina le isole sono poco turistiche, ma lasciano il segno! Akoya le raggiunge in un paio di settimane, sospinta da un SE fresco. L’andatura a farfalla è la preferita a bordo: è comoda e sicura e consente interventi rapidi in caso di groppi improvvisi. Ogni mattina, in coperta, si raccolgono i numerosi malcapitati pesci volanti, mentre i pesci veri, quelli da mangiare, vengono presi alla traina con una certa fortunata regolarità! La gioia della navigazione e la permanenza sull’oceano con il nulla a perdita d’occhio ripagano e sgombrano la mente da molti problemi. Senza retorica.

ROTTA VERSO LA POLINESIA

Dalle Marchesi alle isole della Società il percorso è libero e Dario decide di fare una puntatina alle Tuamotu. Ancora una volta il tempo è nemico: l’arcipelago, composto da 76 isole, è bello al di là di ogni immaginazione e meriterebbe una sosta di…alcuni mesi. Ma Akoya dopo qualche giorno deve riprendere la rotta per Tahiti. Giusto il tempo di fare un paio di immersioni in corrente nelle passe, 3-4 nodi tra squali, mante, grossi carangidi. Adrenalina pura, si allargano le braccia e sembra di volare. È questo ciò che provano gli astronauti quando roteano nello spazio? Polinesia, un nome ridondante, importante, conosciuto da tutti. Ne parlano i velisti giramondo e i turisti terragnoli.

Non solo Tahiti e Papeete

Nell’immaginario comune la si identifica e la si riduce a Tahiti e Papeete, spesso confondendo addirittura il nome dell’isola con quello della città. E poi, naturalmente, c’è anche Bora Bora, quella dove fanno i pacchetti all inclusive per i viaggi di nozze… Non è proprio così. Pensate a un enorme triangolo con il vertice in alto alle Hawaii, quello in basso a sinistra sulla Nuova Zelanda e quello in basso a destra all’isola di Pasqua: tutto quello che c’è dentro è la Polinesia. Trenta milioni di km quadrati (come l’Europa, l’Australia e il Canada messi assieme) e migliaia di isole. Quanti anni occorrerebbero per visitarla? Ritorniamo alla realtà.

Un tuffo nella società

Le isole della Società offrono una parentesi di mondanità e, finalmente, di supermercati ben riforniti. Il Carrefour di Papeete fa brillare gli occhi ai cambusieri di bordo! Dario e Chiara non si fanno scappare altre bellissime immersioni. In questa parte di mondo gli squali e le mante non mancano certo! A metà maggio si riparte e la scelta della tappa successiva va a tutto onore della manifestazione. La rotta è su Suwarrow, l’isola più a nord delle Cook, dove il neozelandese Tom Neile visse, guardiano solitario, per 11 anni. Meta prestigiosa per ogni velista fuori dai normali circuiti. Questo e molti altri, sarebbero però posti dove ancorare da soli, proprio per assaporare davvero il significato e la magia della solitudine e l’aspetto selvaggio della natura. Ci si ritrova invece in 10-20 barche. Pazienza, va bene anche così.

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NATURA INCONTAMINATA Che siano le isole Marchesi, in alto, o Suwarrow, a colpire il marinaio è sempre questo misto di natura verdeggiante e rigogliosa e di acque trasparenti.

LE FIJI, TAPPA IRRINUNCIABILE

È la volta delle Tonga, ma soltanto l’arcipelago di Vavau, quello a nord. Il gruppo centrale, le Haapai, è vivamente sconsigliato dalla World Arc perché costellato da reef insidiosi. Pazienza ancora, va bene anche così. E poi in questi casi per consolarsi si dice “sarà per la prossima volta”. Piove a dirotto per due settimane e a bordo di Akoya l’equipaggio va di male in peggio. Non è un bel momento. La conoscenza di Mario, un simpatico toscano che ormai da anni ha piantato le sue radici a Neiafu, risolleva un po’ gli animi.

Una organizzazione perfetta

Un’altra ventata di ottimismo arriva dall’organizzazione. Una ventina di ragazzi giovani, preparati e ancora entusiasti seguono il rally saltabeccando da una barca all’altra per sostituire, rinnovare, rinforzare, aiutare e…riportare il buon umore. Con un paio di loro Akoya riparte per le Fiji. Lasciata la Polinesia e il regno di Tonga, tocca adesso alla Melanesia. Il rally non dà respiro e anche lì non c’è tempo per visitare e per “capire”. Si deve proseguire e si prosegue. Tanna, una delle isole Vanuatu, a sud dell’arcipelago. Un’isola molto interessante e affascinante dal punto di vista antropologico, chiusa nelle sue rigide tradizioni tribali e refrattaria a ogni introduzione (intrusione) di modernismo. E poi Port Vila, capitale dell’isola di Efate e dell’intero gruppo.

Prossima tappa, Australia?

A bordo di Akoya sale un nuovo skipper e già si parla della prossima tappa che porterà le barche a Cairns, in Australia. Il Mar dei Coralli è disseminato di atolli meravigliosi e incontaminati, ma il calendario non prevede soste. Cairns si rivela decisiva per la sorte di Akoya . È agosto, il nuovo skipper confessa di voler abbandonare la barca perché ha altri impegni presi in precedenza. Il resto dell’equipaggio è confuso e disorientato, Dario è stanco di questo altalenare e soprattutto di correre, saltando posti e occasioni irripetibili. Decide di abbandonare la World Arc, lasciare riposare Akoya in qualche marina e riorganizzare completamente l’altra parte del giro del mondo, quella che poi ci riporterà in Mediterraneo, a casa.
 

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Il Giornale della Vela nasce dall’idea di creare il primo giornale per gli appassionati di barche a vela e nautica in Italia e, nel corso degli anni, si è imposto come il principale mensile del settore e ha ampliato i suoi orizzonti in eventi e servizi affini: prove di barche, andamento del mercato, accessoristica, vacanze e luoghi da visitare, saloni ed eventi del settore, regate ed eventi sportivi.

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