Matteo De Nora: l'italiano uomo chiave di Team New ZealandTempo di lettura: 3'

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Si chiama Matteo De Nora e guida il gruppo dei “mates”, i milionari filantropi che tengono in vita lo squadrone kiwi per la Coppa America

L’ANGELO DEI KIWI. A destra, Matteo De Nora, 54 anni, nato a New York da padre italiano e madre svizzera. Senza il suo aiuto finanziario, Team New Zealand di Grant Dalton, a sinistra, sarebbe fallito.
Grant Dalton, il capo di Team New Zealand, mi rivela che i kiwi hanno ritrovato lo spirito. “Quello di Peter Blake, perso nel 2003 dopo la sconfitta in Coppa America con Alinghi. Abbiamo lavorato duro, ma è tornato”. Lo incontro in banchina, a Dubai, per l’ultima tappa del Louis Vuitton Trophy, ma vedendolo indaffarato con le regate del giorno, lo lascio e resto a parlare con un “man in black”, nel senso che indossa anche lui i pantaloncini e la polo di Team New Zealand. Parla italiano, è una persona piacevole, simpatica: la sua conoscenza mi consentirà di accedere a uno dei segreti meglio custoditi di Team New Zealand: quello dei “mates”. Chi sono? Sono gli angeli custodi del team, una ventina di milionari filantropi (tra i quali c’è anche Neville Crichton, l’armatore di Alfa Romeo) che offrono il loro sostegno incondizionato ai kiwi. Anche, naturalmente, finanziario. “Rappresentiamo circa il 20% del budget”, mi dice Matteo De Nora, che si può definire il capo dei “mates”. “Il salvataggio di TNZ nel dopo- Blake è cominciato da noi e da Dalton”. De Nora è nato negli Stati Uniti, da padre italiano e madre svizzera, e ha abitato il mondo. Ha fatto motonautica con Tullio Abbate e Stefano Casiraghi, corso i rally con Jacky Ickx. Ha cavalcato il business, ampio e vario, con una prevalenza nella farmaceutica chimica. “Dopo un brutto incidente ho venduto quasi tutto. Faccio giusto ancora qualcosa…”. Oggi vive due mesi in Argentina, altrettanti in Nuova Zelanda e il resto dell’anno in viaggio o nel Principato di Monaco. Nel 1993 ha varato Imagine, un veliero con cui ha fatto un paio di giri del mondo (adesso ha un Alloy Yachts, che si chiama sempre Imagine) arrivando in Nuova Zelanda, un “Paese che ti rigenera, ti riporta con i piedi per terra”, mi spiega. Dalla vela è arrivato all’amicizia con Dalton e Blake. “TNZ è parte dell’identità del Paese. Alla stregua degli All Blacks, i gladiatori del rugby”.
Emirates Team New Zealand in regata a Valencia nell’America’s Cup del 2007, dove ha vinto la Louis Vuitton Cup battendo in finale Luna Rossa.
I “mates” sono l’anima finanziaria di TNZ. Secondo De Nora, per una campagna di Coppa America del 2013, con i multiscafi, servono 75 milioni di euro. “Noi li troveremo, perché siamo un marchio, una tradizione, una storia: ma come faranno i team nuovi? Coutts e Onorato dicono che basteranno 50 milioni. Perché, sono pochi? Per allargare la platea della vela non si fa così, altrimenti finisce come nella Formula 1, dove solo tre team vincono”. De Nora mi rivela che TNZ sta già lavorando alla 35esima America’s Cup. “Se dovessimo vincerla nel 2013, proporremo per la successiva un taglio del 50% dei budget: in Nuova Zelanda la vela non è d’elite. Poi, introdurremo una regola sulla nazionalità dell’equipaggio, per riportare la Coppa a un’identità perduta”. Salutando De Nora, gli chiedo: come vedono i kiwi l’Italia? “Meriterebbe di ospitare la Coppa America, per la sua passione e per i suoi velisti: Francesco Bruni è un talento, se venisse con noi in due anni raggiungerebbe il top. Ma credo che non sia il momento. In Italia ci vorrebbe un team che duri nel tempo: noi siamo 50 persone insieme da tanti anni”.
Fabio Pozzo

Giornale Della Vela

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